Crescere un figlio in Italia costa molto più di quanto appaia nei bilanci familiari. Ci sono le spese visibili: cibo, vestiti, scuola, trasporti, sport, salute, libri, tecnologia. E poi ci sono quelle che non entrano quasi mai nel conto: ore di cura non pagate, carriere rallentate, rinunce al lavoro, part-time obbligati, salari più bassi, soprattutto per le madri. È qui che il costo privato di un figlio diventa una questione pubblica.
Una delle stime più citate resta quella della Banca d’Italia: nel periodo 2017-2020, le famiglie con due adulti e almeno un figlio minore hanno speso in media poco più di 640 euro al mese per mantenere ogni figlio. Significa quasi 8 mila euro l’anno, circa un quarto della spesa media di una famiglia italiana.
Portare un figlio alla maggiore età, solo considerando i costi diretti, equivaleva già allora a una spesa vicina ai 140 mila euro. E quella fotografia precede la fase più dura dell’inflazione, il rincaro dell’energia e l’aumento del costo della vita degli ultimi anni.
Il problema è che questa cifra racconta solo una parte della storia. Un figlio non costa solo perché consuma. Costa anche perché richiede tempo, presenza, reti familiari, servizi educativi e compatibilità tra lavoro e cura. Quando questi servizi mancano, il costo si sposta dentro le famiglie. E dentro le famiglie, quasi sempre, pesa di più sulle donne.
I dati sulla maternità lo mostrano con chiarezza. Secondo il dossier “Le Equilibriste 2026” di Save the Children, su elaborazioni Istat, nel 2025 tra i 25 e i 54 anni lavorava il 67 per cento delle donne senza figli, ma solo il 58,8 per cento delle donne con due o più figli minori. Per gli uomini il rapporto si rovescia: l’occupazione resta intorno al 92 per cento per chi ha figli minori.
La penalizzazione associata alla maternità viene stimata al 33 per cento, con effetti anche sui salari: nel settore privato può arrivare fino al 30 per cento dopo la nascita di un figlio.
È il costo invisibile della denatalità italiana. Non riguarda solo quanto una famiglia spende per pannolini, mensa o doposcuola. Riguarda quanto reddito perde un genitore, quanta carriera viene interrotta, quante ore di lavoro retribuito diventano lavoro gratuito.
Se una madre lascia il lavoro, riduce l’orario o rinuncia a un avanzamento, quella perdita non compare nella voce “spese per i figli”. Ma incide sulla ricchezza della famiglia per anni.
A questo si aggiunge la debolezza dei servizi. L’Italia si sta avvicinando all’obiettivo europeo del 33 per cento di copertura degli asili nido, ma non lo ha ancora raggiunto ovunque. Secondo i dati diffusi nel 2026, i posti nei servizi per la prima infanzia sono arrivati a 31,6 ogni 100 bambini.

Il dato nazionale, però, nasconde divari territoriali profondi. La spesa corrente comunale per bambino tra 0 e 2 anni è in media di 1.183 euro, ma scende a 531 euro nel Mezzogiorno e sale a 1.542 euro nel Centro-Nord. Questo significa che nascere in una regione o in un’altra cambia l’accesso concreto ai servizi.
Lo Stato interviene soprattutto con l’assegno unico universale, che è diventato la principale misura economica per le famiglie con figli. Ad aprile 2026 lo hanno ricevuto oltre 6 milioni di nuclei, per più di 9 milioni e mezzo di figli. L’importo medio è di 173 euro al mese per figlio, con una forbice che va da 59 euro per chi non presenta l’Isee o supera la soglia massima, a 227 euro per le famiglie nella fascia Isee più bassa.
È un sostegno che, a parte i problemi legati all’accesso, resta lontano dal costo diretto medio stimato da Banca d’Italia, e ancora più lontano dai costi indiretti legati a cura, lavoro e reddito perso.
Il risultato è che avere figli aumenta il rischio di povertà. Istat segnala che nel 2024 oltre 1 milione e 283 mila minori vivevano in povertà assoluta: il 13,8 per cento dei residenti sotto i 18 anni, il valore più alto dal 2014. Le famiglie in povertà assoluta con minori erano quasi 734 mila.
Tra le coppie, l’incidenza cresce con il numero dei figli: 7,3 per cento con un figlio minore, 10,6 per cento con due, 20,7 per cento quando i figli minori sono almeno tre. La famiglia numerosa, in Italia, non è solo una scelta personale: è diventata un fattore di esposizione economica.
La casa aggrava il quadro. Sempre secondo Istat, tra le famiglie con minori che vivono in affitto l’incidenza della povertà assoluta arriva al 32,3 per cento, contro il 6,1 per cento di quelle proprietarie dell’abitazione. Per una famiglia con figli, l’affitto non è una spesa tra le altre: è spesso la voce che decide se restano soldi per scuola, salute, sport, trasporti o alimentazione di qualità.
Dentro questo scenario si capisce meglio il crollo delle nascite. Nel 2025 in Italia sono nati 355 mila bambini, mentre il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14. Nei primi tre mesi del 2026 le nascite sono state 83 mila, in ulteriore calo del 2,4 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025.
La denatalità non nasce solo da una trasformazione culturale. Nasce anche dal fatto che un figlio, per molte coppie, è diventato un rischio economico troppo grande.
Il punto politico è questo: l’Italia tratta ancora la nascita di un figlio come una responsabilità quasi interamente privata, ma poi si allarma per le conseguenze pubbliche della denatalità.
Meno bambini oggi significa meno studenti domani, meno lavoratori, meno contribuenti, meno equilibrio nel sistema pensionistico. Eppure il costo di crescere un figlio continua a essere misurato male e compensato solo in parte.
Il vero conto, quindi, non è soltanto quello che pagano i genitori. È quello che il Paese sta accumulando mentre lascia sole le famiglie: pochi servizi, sostegni insufficienti, madri penalizzate nel lavoro, minori più esposti alla povertà. Il costo dei figli non è un problema domestico. È una delle grandi questioni economiche italiane.



