Il rider può rifiutare una consegna quando fa troppo caldo. Può fermarsi. Può sospendere l’attività. Può evitare le ore peggiori. Sulla carta, la tutela esiste. Il problema è cosa succede dopo: se il guadagno dipende dalla singola consegna, fermarsi significa non essere pagati.
È qui che l’emergenza caldo incontra il nodo più fragile del food delivery: non solo la sicurezza sul lavoro, ma il costo della sicurezza. Chi lo sostiene? La piattaforma, il committente, lo Stato, o il lavoratore che sceglie tra salute e reddito?
Con l’arrivo dell’estate, il tema è tornato immediatamente politico. Nel Lazio, la Regione ha firmato l’ordinanza anti-caldo 2026: fino al 15 settembre è vietato il lavoro in condizioni di esposizione prolungata al sole dalle 12:30 alle 16:00, nei giorni in cui la mappa Worklimate segnala un livello di rischio alto per lavoratori esposti al sole con attività fisica intensa.
Non riguarda solo agricoltura, cantieri, cave e logistica di piazzale: l’ordinanza include anche la “consegna di beni per conto altrui, in ambito urbano e con l’ausilio di velocipedi o veicoli a motore a due ruote”. Tradotto: anche i rider.
È un passaggio importante, perché riconosce un fatto spesso rimosso: consegnare cibo in bicicletta o in motorino sotto il sole non è un lavoretto leggero. È lavoro all’aperto, spesso nelle ore più dure, con sforzo fisico, traffico, asfalto rovente, tempi stretti e pressione dell’algoritmo.
Il caldo non è un fastidio stagionale. È un rischio sanitario. Il progetto Worklimate, promosso da Inail e Cnr, nel rapporto aggiornato al 27 luglio 2025 ha raccolto da fonti di stampa 31 eventi tra malori e decessi sul lavoro attribuibili o potenzialmente collegabili a condizioni termiche critiche.
Non è un conteggio ufficiale Inail degli infortuni riconosciuti, ma un osservatorio utile per capire la dimensione del fenomeno. Tra i casi raccolti ci sono operai morti o soccorsi in cantieri, lavoratori agricoli, addetti alla logistica, portalettere e vigili del fuoco.
A Roma, nel luglio 2025, un operaio di 56 anni è morto dopo essersi sentito male mentre lavorava nel cortile esterno di una ditta in via della Magliana, in giornate con temperature fino a 40 gradi. A Ravenna, un operaio è stato soccorso in cantiere per un colpo di calore.
A Taranto, una portalettere già dichiarata ipersuscettibile dal medico competente aziendale è collassata durante il turno, nonostante allerta meteo e limitazioni sanitarie.
Sono storie diverse, ma dicono la stessa cosa: quando il corpo lavora nel caldo estremo, la prevenzione non può essere lasciata alla buona volontà del singolo.
Per i rider, però, la prevenzione resta ambigua. AssoDelivery ha pubblicato le nuove linee guida per la gestione dell’emergenza calore nel settore del food delivery. Il documento prevede formazione sui rischi da alte temperature, informazioni sulle misure di prevenzione, possibilità di rifiutare le consegne senza penalizzazioni e misure per acqua, sali minerali e borraccia.
Il punto più controverso è come queste misure vengono tradotte in denaro. Le linee guida prevedono un contributo di 0,10 euro per ogni consegna completata con temperature pari o superiori a 32 gradi, 0,50 euro al giorno per i sali minerali se viene completata almeno una consegna sopra quella soglia, e 5 euro una tantum per la borraccia. In altre parole, il rimborso arriva se si lavora nel caldo.
La differenza tra tutela e incentivo diventa sottile. Se il sistema ti dice che puoi fermarti, ma ti riconosce qualcosa solo quando consegni, il messaggio economico resta chiaro: il rischio produce compenso, non sospensione retribuita.
Il precedente è ancora fresco. Nell’estate 2025 Glovo aveva introdotto un “bonus caldo” per i rider: più 2% tra 32 e 36 gradi, più 4% tra 36 e 40, più 8% sopra i 40 gradi. Per l’azienda era una misura compensativa; per la Cgil rischiava di trasformare un pericolo per la salute in incentivo economico.

Dopo le polemiche, Glovo ha sospeso il sistema a livello nazionale. Ma il problema non è scomparso. Ha solo cambiato forma. Prima c’era il bonus crescente con la temperatura. Ora ci sono rimborsi minimi legati alla consegna effettuata. In entrambi i casi resta scoperto il punto essenziale: quando il caldo rende pericoloso lavorare, il reddito del rider viene protetto o no?
Il rider non è sempre il lavoratore autonomo libero di accendere o spegnere l’app quando vuole. Molti dipendono da quelle consegne per vivere. Alcuni lavorano in condizioni di estrema debolezza contrattuale. Altri, nei casi più opachi, non sono nemmeno titolari dell’account con cui consegnano.
Il caporalato digitale è l’altro lato della storia. Nel febbraio 2026 i Carabinieri per la Tutela del Lavoro di Milano hanno eseguito un controllo giudiziario d’urgenza nei confronti di una società di delivery.
Secondo il comunicato dell’Arma, l’amministratore risultava indagato per caporalato perché avrebbe impiegato rider in stato di bisogno, con retribuzioni in alcuni casi inferiori fino a circa il 90% rispetto alla soglia di povertà e alla contrattazione collettiva. Il perimetro indicato era di circa 3.000 lavoratori su Milano e 20.000 sul territorio nazionale.
Nello stesso comunicato viene descritto il cuore del potere della piattaforma: accesso al lavoro, assegnazione degli ordini, vincoli operativi, monitoraggio delle consegne, parametri di remunerazione, penalizzazioni ed espulsione dal sistema.
È la contraddizione del lavoro tramite app: formalmente autonomo, materialmente organizzato da un’infrastruttura che decide tempi, accessi e compensi.
Dentro questo sistema si inserisce la cessione degli account. Il decreto-legge 30 aprile 2026, n. 62, è intervenuto proprio su questo punto: l’accesso alla piattaforma può avvenire tramite SPID, CIE, CNS o account rilasciato dalla piattaforma a un singolo codice fiscale con autenticazione a più fattori; le credenziali sono personali; la cessione a terzi o l’uso da parte di persona diversa dal titolare comporta una sanzione amministrativa da 800 a 1.200 euro.
La piattaforma non può inoltre rilasciare più di un account per ogni codice fiscale né commissionare prestazioni temporalmente inconciliabili allo stesso lavoratore.
È una stretta necessaria, ma racconta anche quanto fosse profondo il buco. Se chi consegna non coincide con chi risulta titolare dell’account, saltano tracciabilità, formazione, responsabilità, coperture e tutele. E quando arriva il caldo, il lavoratore invisibile rischia di diventare invisibile due volte: per la piattaforma e per la prevenzione.
La tutela climatica, infatti, funziona solo se si sa chi sta lavorando, dove, quando, per quanto tempo e con quale esposizione. Se l’account è subaffittato, se il rider effettivo è un migrante senza alternative, se una quota del guadagno viene trattenuta da chi controlla le credenziali, parlare di “libertà di rifiutare una consegna” diventa quasi grottesco.
Il caldo mostra la fragilità del modello. Le ordinanze possono vietare il lavoro nelle ore più pericolose. Le linee guida possono prevedere corsi e rimborsi. Le piattaforme possono dichiarare che non penalizzano chi si ferma. Ma se il reddito resta agganciato alla consegna e non al tempo di disponibilità, la sicurezza resta una scelta privata fatta contro il bisogno.
Non basta dire al rider: puoi fermarti. Bisogna chiedersi se può permetterselo. Il punto non è distribuire una borraccia o riconoscere dieci centesimi per l’acqua. Il punto è stabilire che la sospensione per rischio climatico non deve trasformarsi in perdita secca per chi lavora.
Altrimenti l’emergenza caldo diventa l’ennesimo test di classe: chi ha un salario garantito si protegge, chi vive a consegna continua a correre.
Sotto il sole, il food delivery mostra ciò che spesso nasconde dietro l’app: un lavoro povero, esposto, tracciato quando serve a misurare la prestazione, ma troppo spesso invisibile quando si tratta di proteggere la persona che pedala.



