Dopo Glovo anche Deliveroo sotto controllo giudiziario

La Procura di Milano ha esteso l’inchiesta sul lavoro dei rider oltre il perimetro di Glovo e ha disposto un nuovo intervento giudiziario: Deliveroo Italy Srl è stata posta “in via d’urgenza” sotto controllo giudiziario, con nomina di un amministratore giudiziario incaricato di vigilare sulle pratiche aziendali e sulle tutele dei lavoratori.

Il fascicolo ruota attorno all’ipotesi di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro (il “caporalato”, art. 603-bis del codice penale), applicata qui a un modello organizzativo urbano e digitale, non ai campi.

La misura su Deliveroo arriva dopo quella adottata a inizio mese su Foodinho (Glovo): il 19 febbraio 2026 un giudice di Milano ha confermato il controllo giudiziario e ha ordinato alla società di “regolarizzare” fino a 40.000 rider, riconoscendo nella ricostruzione giudiziaria un impianto che produce paghe sotto soglia e tutele insufficienti.

Il messaggio è diventato lineare: le piattaforme non possono presentare come “autonomia” un lavoro che, per come è organizzato, scarica sistematicamente rischio e costi su chi consegna.

Nel provvedimento su Deliveroo, i numeri diffusi dalle fonti investigative delineano l’ampiezza del settore: circa 3.000 rider nell’area di Milano e circa 20.000 in Italia riconducibili alla piattaforma.

Il controllo giudiziario non è una condanna e non equivale alla chiusura dell’azienda: è un affiancamento imposto dal giudice, con un soggetto terzo che entra nel perimetro gestionale per verificare e imporre correttivi. Ma è una misura invasiva, adottata quando la Procura sostiene di trovarsi davanti a una condizione strutturale di sfruttamento, non a episodi marginali.

Il punto centrale dell’inchiesta, è l’idea di uno sfruttamento compatibile con la legalità formale: rider presentati come lavoratori autonomi, ma inseriti in un sistema che fissa condizioni, tempi e accesso al lavoro attraverso l’app e i suoi meccanismi di valutazione e assegnazione delle consegne.

La Procura contesta che questo impianto si traduca in paghe da povertà e in un ricatto materiale: chi è in condizione di bisogno accetta turni lunghi e una remunerazione insufficiente perché l’alternativa è non lavorare. In alcune sintesi stampa, si parla di compensi inferiori anche di oltre il 90% rispetto a soglie di riferimento richiamate negli atti, con situazioni descritte come “sotto la soglia di povertà”.

“Fietskoerier Deliveroo” by Roel Wijnants is licensed under CC BY-NC 2.0.

C’è però un elemento nuovo rispetto alla fase Glovo, ed è qui che l’inchiesta milanese cambia scala. Oltre alla misura su Deliveroo, i Carabinieri del nucleo specializzato sul lavoro hanno notificato una “richiesta di consegna” di documenti a sette società che, pur non risultando indagate in questa fase, hanno rapporti commerciali con il delivery e si avvalgono delle consegne effettuate dai rider.

Nell’elenco citato dalle agenzie compaiono McDonald’s Italia, Burger King Restaurants Italia, Esselunga, Carrefour, Crai Secom, Poke House e KFC (Original Bucket).

Non è un passaggio di colore: è l’apertura di un fronte sulla filiera. La Procura chiede, tra l’altro, organigrammi, documentazione sui modelli organizzativi e attività di audit: l’obiettivo dichiarato nelle notizie è verificare quali controlli esistano e se siano “idonei” a prevenire condotte illecite lungo la catena.

In sostanza, Milano sta dicendo che il sistema del delivery non è solo un rapporto tra piattaforma e rider: è anche una relazione tra piattaforma e grandi marchi che beneficiano del servizio e ne trasformano i costi in un vantaggio competitivo.

In questo quadro, la “giustizia” che arriva oggi è concreta ma parziale. È concreta perché scardina l’idea che lo sfruttamento sia un reato confinato ai margini: qui entra nel cuore della città, con una misura che mette sotto tutela giudiziaria un operatore del mercato digitale. È parziale perché il nodo materiale dei rider non è solo la qualificazione giuridica del rapporto, ma il risultato finale.

Ore lunghissime, redditi insufficienti, esposizione al rischio (strada, meteo, incidenti) senza un perimetro di protezione proporzionato. Le testimonianze riportate in questi giorni descrivono routine in cui si resta connessi per gran parte della giornata, spesso per sette giorni su sette, per ricavare una cifra che non regge il costo della vita.

Anche le reazioni aziendali, per ora, stanno dentro lo schema prevedibile: Deliveroo ha fatto sapere di stare esaminando la documentazione ricevuta e di collaborare con le autorità. La partita, però, non è una disputa di comunicati: è la tenuta di un modello economico basato su consegne rapide e prezzi bassi, dove il margine tende a essere difeso comprimendo il costo del lavoro o rendendolo variabile e scaricabile sul lavoratore.

La Procura di Milano, con le indagini prima su Glovo adesso su Deliveroo e con l’acquisizione documentale rivolta a grandi brand e GDO, sta costruendo un’ipotesi: lo sfruttamento non è un incidente, ma un meccanismo di settore.

Il faro acceso su “altri 20mila” lavoratori non riguarda solo una piattaforma sotto controllo: riguarda un pezzo di economia urbana che funziona perché rende normale l’idea che si possa lavorare molte ore e guadagnare troppo poco per vivere.

“Deliveroo” by russelldavies is licensed under CC BY-NC 2.0.