A Napoli ci sono milleduecento persone che per qualche settimana hanno avuto un’occupazione, e poi non l’hanno più avuta. Sono i disoccupati e inoccupati di lunga durata inseriti nell’omonimo progetto cittadino: gente che aspettava da anni, che a maggio ha finalmente firmato un contratto di tirocinio, e che tra la fine di maggio e i primi di giugno aveva iniziato davvero a lavorare, con la copertura assicurativa dell’Inail attivata e le visite mediche già in calendario. Poi, all’improvviso, la comunicazione: tutto sospeso.
Conviene spiegare di cosa si tratta, perché la vicenda vive dentro un meccanismo che pochi conoscono. Il progetto rientra nel programma Garanzia di occupabilità dei lavoratori (Gol), finanziato dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), il grande piano di investimenti che l’Italia finanzia con i fondi europei ed è vincolato a scadenze precise.
Il Gol è il fiore all’occhiello delle cosiddette «politiche attive del lavoro»: l’idea per cui lo Stato non deve dare soldi a chi non lavora, ma costruirgli un percorso — formazione, tirocinio, riqualificazione — che lo porti a un impiego. I milleduecento napoletani sono esattamente questo: la prova concreta della promessa.
E qui la cronologia stessa degli eventi diventa un atto d’accusa. Il protocollo d’intesa che dà vita all’iniziativa è del 20 maggio 2024. I contratti di tirocinio sono stati firmati a maggio 2026: due anni dopo. Le attività erano appena partite quando è arrivato lo stop, comunicato — parole degli stessi tirocinanti — senza che le ragioni fossero rese comprensibili a chi il percorso lo stava vivendo.
Il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon lo ha definito una «sospensione cautelativa», motivata da «rilevanti anomalie amministrative e procedurali» ancora sotto verifica; ha assicurato che nessuno intende revocare il progetto, ma ha aggiunto che, se dalle verifiche dovessero emergere irregolarità, sarà «doveroso» trasmettere gli atti alle autorità competenti. Tradotto in tempi reali: due anni per far partire i tirocini, poche settimane per congelarli.
Il punto è chi ha prodotto quelle anomalie, e chi le paga. Le criticità amministrative e procedurali, quali che siano, non le hanno create i milleduecento. Non hanno scritto il bando, non hanno firmato il protocollo, non hanno disegnato la procedura. Hanno risposto a una convocazione, hanno firmato, molti hanno rinunciato ad altre occasioni — anche più remunerative — pur di crederci, e hanno cominciato.

La sospensione trasferisce su di loro il costo di errori commessi a monte dallo Stato: indennità non pagate, percorsi interrotti, un’attesa che ricomincia da capo. E sopra la testa di chi è soltanto un beneficiario incombe persino l’ombra di una segnalazione all’autorità giudiziaria, per colpe che non sono le sue.
Non è un incidente isolato, ed è questo che rende la vicenda politica e non semplicemente burocratica. Da quando, nel 2023, è stato abolito il Reddito di cittadinanza, l’intera impalcatura del welfare del lavoro poggia su una sola promessa: non assistenza, ma attivazione. Non un sussidio, ma un percorso verso l’impiego. Il Gol e i tirocini sono quella promessa resa operativa.
Quando però la macchina dell’attivazione si inceppa — lenta a partire, rapidissima a fermarsi — le persone che ci sono finite dentro restano senza nulla: senza reddito, perché quello glielo hanno tolto; senza lavoro, perché lo strumento che doveva garantirlo ha fatto cilecca. La povertà, a Napoli come altrove, non è qui un fatto naturale: è il residuo di una scelta politica e di un’amministrazione che non funziona.
C’è poi un dettaglio che nessuno, dalla parte del governo, spiega. I fondi del Pnrr sono legati a obiettivi e a scadenze. Avviare i tirocini a maggio 2026, a ridosso dei traguardi del programma, e poi bloccarli per «anomalie», solleva una domanda che resta senza risposta: chi ha sbagliato la programmazione?
Perché se le irregolarità sono reali e stanno a monte, il rischio è che le risorse vadano perse o l’obiettivo venga mancato — e in ogni scenario a pagare è il tirocinante, non chi il percorso l’ha progettato.
Il resto è la cronaca di una città che se n’è accorta. Il 29 giugno il Consiglio comunale di Napoli aveva già scritto al Ministero; il 6 luglio i lavoratori hanno portato la protesta dentro il Duomo. Al netto delle appartenenze e delle mediazioni, il fatto nudo rimane uno: milleduecento persone sono state chiamate a sperare nello Stato, e lo Stato le ha sospese.
La domanda che conta non è se le carte verranno sistemate. È perché, nel modello venduto come alternativa al «sussidio», chi è povero continui a ritrovarsi con le mani vuote — e sempre per decisioni prese sopra la sua testa.



