Questa versione dell’articolo sostituisce la precedente del 24/10/2025, notare la precisazione in calce all’articolo
C’è un modo particolare, in Argentina, di combattere la povertà: crearne altra. Lo ha perfezionato in meno di due anni il presidente Javier Milei, l’uomo della “motosierra”, l’economista che prometteva di tagliare lo Stato come un ramo secco e che, alla fine, ha tagliato soprattutto le radici della società.
Domenica gli argentini tornano alle urne per eleggere parte del Parlamento. Sarà un voto che vale più di una legislativa: un referendum sulla Milei-economics, la terapia d’urto che ha fermato l’inflazione ma non la fame.
L’inflazione, è vero, è scesa: dal 25,5% mensile di dicembre 2023 al 2% di oggi. Ma è bastato guardare i prezzi al mercato o il cambio con il dollaro – schizzato oltre i 1.400 pesos – per capire che il miracolo è di carta.
La moneta crolla, i salari evaporano, e la povertà, quella reale, cresce silenziosa.
La motosega e la fame
Milei l’ha chiamata “cura liberale”, ma i suoi effetti ricordano più un’amputazione. Nel nome del rigore ha tagliato sussidi, congelato investimenti pubblici, ridotto i fondi per istruzione e sanità. Ha perfino sospeso le leggi votate dal Parlamento per finanziare le università e l’ospedale pediatrico Garrahan, perché “non c’erano coperture”. Nel Paese dove nove cittadini su dieci si dicono contrari a questi tagli, il presidente ha risposto con un decreto: i soldi arriveranno, ma solo se il Congresso troverà le risorse. Tradotto: non arriveranno.
Nel frattempo, il costo di acqua, elettricità e gas è cresciuto di oltre un terzo. Le famiglie della classe media, quelle che Milei diceva di voler liberare dallo Stato, ora si liberano del frigorifero pieno e della bolletta pagata.
La povertà, che secondo i dati ufficiali ha toccato il 52,9% nel primo semestre 2024 (ed è poi scesa al 31,6% nel primo semestre 2025), è tornata ai livelli del 2002. Il Fondo Monetario si congratula, gli investitori ringraziano, ma la gente fa la fila alle mense popolari.
L’abbraccio dell’orso
Per reggere l’urto, Milei ha cercato l’abbraccio del suo modello politico: Donald Trump. L’ex presidente americano ha promesso venti miliardi di dollari di credito attraverso banche private e altri venti mobilitati dal Tesoro Usa per sostenere il peso argentino.
Un aiuto che più che un salvataggio somiglia a un patto leonino: in cambio, concessioni sul litio, sui minerali strategici e una riduzione dei legami con la Cina.
Trump l’ha definito “un contributo al successo di Milei”. Poi, da buon orso imprevedibile, ha aggiunto: «Se perde, smetteremo di essere generosi».
Risultato: gli investitori si sono spaventati, il dollaro è salito, la valuta è crollata, e la generosità dell’orso si è trasformata in una zampata.l’orso si è trasformata in una zampata.

Gli argentini, che di crisi ne hanno viste più di quante ne ricordi il FMI, sanno riconoscere quando qualcuno abbraccia troppo forte. Nel 1945 fu “Braden o Perón”. Oggi molti dicono “Trump o Argentina”.
E, a giudicare dai sondaggi, l’abbraccio nordamericano non ha portato fortuna: La Libertad Avanza è scesa al 36,7%, due punti sopra l’opposizione peronista, ma dieci meno rispetto a sei mesi fa. Un sorpasso possibile, aggravato dagli scandali di corruzione che coinvolgono il candidato governativo José Luis Espert e la sorella del presidente, Karina Milei, anima del suo movimento.
Il paese dei numeri e dei fantasmi
Milei parla come un economista, ma governa come un contabile armato di fede. Crede che la realtà possa essere sistemata con una formula, come se la miseria fosse una variabile d’equilibrio. Taglia, privatizza, deregolamenta. E quando la realtà si ribella – come il Parlamento che vota contro i tagli o la piazza che scende in strada – risponde con decreti e accuse di “statismo parassitario”.
La sua Argentina, in teoria, dovrebbe somigliare al Paese che sogna da sempre: “senza parassiti e senza lacci”, dove il mercato decide e la libertà economica produce ricchezza.
In pratica somiglia al Paese di sempre: disoccupazione al 6,6%, salari fermi, dollaro alle stelle, ricchezza concentrata in poche mani.
Come ogni governo ultraliberista, Milei promette il paradiso del merito e finisce per creare l’inferno della disuguaglianza.
Il voto come resa dei conti
Il voto di domenica sarà più che un test elettorale. Sarà la prima occasione, dopo 22 mesi di “cura-choc”, per capire quanto la società argentina regge l’esperimento.
Un esperimento che affascina i think tank neoliberali e fa tremare chi vive di stipendio. Il Parlamento, con i suoi 37 deputati e 6 senatori libertari, è sempre più insofferente. L’opposizione annuncia un ricorso per incostituzionalità contro i decreti che sospendono leggi votate con due terzi dei voti. Le piazze si riempiono, e nelle periferie si torna a parlare di cacerolazos, le proteste a colpi di pentole che segnarono il crollo del 2001.
Milei insiste: «Non arretreremo». E forse non può. Perché arretrare significherebbe riconoscere che l’economia non è un esperimento di laboratorio, ma una biografia collettiva. E che i numeri, da soli, non sfamano.
L’illusione della povertà negata
In un mondo dove persino certi editorialisti italiani parlano di “falso mito della povertà”, l’Argentina di Milei è un monito. La povertà non è un’invenzione statistica, è una conseguenza politica.
È ciò che accade quando il rigore diventa ideologia e la giustizia sociale un ostacolo. Quando un governo dichiara guerra allo “Stato assistenziale” ma dimentica che senza Stato non c’è più società, solo mercato e miseria.
Domenica gli argentini non voteranno solo per un Parlamento.
Voteranno per decidere se la motosega deve continuare a tagliare o se, finalmente, qualcuno potrà ricominciare a costruire.
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Nota di correzione del 29/12/2025
Su segnalazione di un nostro lettore e dopo attenta verifica abbiamo aggiornato alcuni passaggi con dati ufficiali INDEC. In particolare:
la variazione mensile dei prezzi “a inizio mandato” è stata precisata indicando esplicitamente il mese di riferimento;
la povertà non è stata più definita “ultimo dato” al 52% (valore riferito al 1° semestre 2024), perché alla data di pubblicazione erano disponibili anche dati INDEC successivi;
è stato rivisto il passaggio sulla disoccupazione alla luce dei dati INDEC più recenti.
Restano invariate le valutazioni editoriali, distinte dai dati di contesto.



