La Bolivia è entrata in una nuova fase di crisi politica e sociale. Da settimane blocchi stradali e proteste paralizzano parti del Paese, isolano La Paz, interrompono i trasporti e aggravano la carenza di beni essenziali. Le mobilitazioni non nascono solo da uno scontro politico con il presidente Rodrigo Paz. Nascono da una crisi economica che ha già cambiato la vita quotidiana di milioni di persone.
Il Paese arriva a questa fase con un’economia in recessione, inflazione alta, scarsità di dollari, difficoltà nelle importazioni e carenza di carburante. Secondo la Banca mondiale, il Pil reale boliviano si è contratto dell’1,1% nel 2024 e del 2,1% nel 2025; per il 2026 è prevista un’ulteriore contrazione del 3,2%. L’inflazione, dopo anni di relativa stabilità, è salita al 20% nel dicembre 2025, mentre i salari nominali sono cresciuti solo del 3-4%, riducendo il potere d’acquisto delle famiglie.
La povertà è tornata ad aumentare. La Banca mondiale stima che la quota di popolazione sotto la soglia di 8,30 dollari al giorno, a parità di potere d’acquisto, sia salita dal 17,4% nel 2024 al 19,5% nel 2025. Significa che circa un quinto del Paese vive con margini economici molto stretti. Il dato è ancora più pesante nelle aree rurali: nel 2024 il 61,8% della popolazione rurale presentava bisogni di base insoddisfatti, un livello quattro volte superiore a quello urbano.
È dentro questo quadro che il prezzo del carburante diventa politico. In Bolivia la benzina e il diesel non incidono soltanto sugli automobilisti. Incidono sul trasporto delle merci, sui mercati alimentari, sui costi agricoli, sui taxi collettivi, sugli autobus, sulle attività informali e sui piccoli produttori. Reuters ha raccontato già nel 2025 una vita quotidiana segnata da rincari e scarsità: file per la benzina, aumento dei costi per gli agricoltori, difficoltà a importare per mancanza di dollari, famiglie costrette a tagliare i pasti. Secondo un economista citato dall’agenzia, l’inflazione alimentare aveva raggiunto il 17%, con aumenti molto più forti per prodotti come riso, carne e pesce.
Le proteste delle ultime settimane si sono concentrate soprattutto intorno a La Paz e alla vicina El Alto, ma coinvolgono anche aree rurali e regioni politicamente legate al vecchio blocco del Movimento al Socialismo. El Alto è un punto decisivo: città popolare, indigena, operaia, cresciuta sull’altopiano sopra La Paz, storicamente centrale nelle mobilitazioni boliviane. Quando El Alto si blocca, la capitale amministrativa resta esposta. Il testo di partenza descrive strade deserte, autostrade vuote verso La Paz, trasportatori con respiratori contro i gas lacrimogeni, uffici chiusi e attività sospese.
La composizione sociale della protesta spiega la sua forza. In piazza ci sono minatori, insegnanti, trasportatori, sindacati, gruppi indigeni e lavoratori rurali. Le richieste iniziali erano diverse: aumenti salariali per gli insegnanti, carburante per i trasportatori e i minatori, revisione di contratti e norme minerarie, opposizione a una legge fondiaria accusata di favorire i grandi proprietari. Reuters conferma che le manifestazioni sono nate da rivendicazioni su costo della vita, austerità e riforme agrarie, per poi trasformarsi in una contestazione più ampia del governo.
Il carburante resta uno dei nodi centrali. Paz ha ereditato un sistema economico già in crisi, appesantito dal calo delle entrate del gas naturale, dalla scarsità di valuta e da sussidi diventati sempre più costosi. La Banca mondiale indica proprio la caduta delle entrate da gas e la spesa elevata, in particolare sui sussidi al carburante, tra le cause del deficit pubblico, stimato all’11,1% del Pil nel 2025. Il debito pubblico è salito al 90,4% del Pil a fine 2025, contro il 31,3% del 2014.
Il governo ha scelto una linea di correzione: taglio dei sussidi, contenimento della spesa, riforme per attrarre investimenti e rilanciare la produzione energetica. Ma in un Paese povero e diseguale queste misure arrivano direttamente sui consumi essenziali.

La Banca mondiale prevede che nel 2026 la povertà aumenti ancora, perché contrazione economica e inflazione continueranno a erodere il potere d’acquisto; le misure temporanee di compensazione per le famiglie a basso reddito potrebbero attenuare l’impatto, ma la loro durata limitata ne riduce l’efficacia.
Paz non ha creato da solo questa crisi. La Bolivia era già entrata in una fase di esaurimento del modello precedente. Negli anni del MAS, guidato prima da Evo Morales e poi da Luis Arce, il Paese aveva ridotto la povertà, ampliato la rappresentanza delle popolazioni indigene e sostenuto consumi e stabilità attraverso sussidi e intervento pubblico. Quel modello, però, dipendeva da entrate esterne, soprattutto dagli idrocarburi, e da margini fiscali che oggi si sono ridotti.
Il cambio di governo ha trasformato la crisi economica in crisi di rappresentanza. Paz ha vinto anche grazie alla delusione verso il MAS, ma una volta insediato ha formato un governo percepito come più vicino a imprenditori e settori conservatori che a indigeni, lavoratori, agricoltori e sindacati. Il testo di partenza segnala inoltre l’abolizione di una tassa patrimoniale e una legge fondiaria poi ritirata, accusata dai critici di esporre i territori alle acquisizioni di grandi gruppi.
Il ruolo di Evo Morales pesa, ma non basta a spiegare la protesta. L’ex presidente conserva una base mobilitata e i suoi sostenitori partecipano alle manifestazioni. Il governo lo accusa di alimentare il caos per tornare al potere. Tuttavia la mobilitazione si è allargata oltre le roccaforti moralesiste. Reuters indica sindacati, minatori, trasportatori e gruppi rurali tra i protagonisti di un movimento che ha bloccato strade, creato carenze di cibo, carburante e forniture mediche e costretto l’Argentina a inviare aiuti alimentari su richiesta boliviana.
La geografia della protesta è anche una geografia della povertà e del lavoro. Le aree rurali, dove i bisogni di base insoddisfatti restano molto più diffusi che nelle città, vedono nella legge sulla terra e nel costo del carburante una minaccia immediata. I trasportatori subiscono code, scarsità e prezzi più alti. I minatori chiedono carburante, esplosivi e norme più favorevoli. Gli insegnanti rivendicano salari e risorse. Nei mercati urbani, intanto, le famiglie pagano il prezzo dell’inflazione alimentare e della scarsità di prodotti.
Il Paese vive una doppia pressione. Da un lato, i conti pubblici non reggono più il vecchio sistema di sussidi e controlli. Dall’altro, milioni di persone non hanno riserve economiche sufficienti per assorbire rincari improvvisi. Il risultato è una stabilizzazione percepita come un trasferimento del costo della crisi verso chi vive di salari bassi, lavoro informale, agricoltura, trasporto o piccole attività.
La protesta boliviana non è quindi solo instabilità politica. È il punto di rottura di un modello sociale. Per anni lo Stato aveva garantito protezione, anche imperfetta e clientelare, a settori popolari che prima erano rimasti ai margini. Ora quella protezione si restringe mentre prezzi, carburante e carenze entrano nella vita quotidiana. In un Paese dove la povertà torna a salire e le aree rurali restano molto più vulnerabili, l’austerità non appare come un aggiustamento tecnico. Appare come una scelta su chi deve pagare la crisi.
Paz eredita un’economia fragile e ha pochi margini. Ma proprio per questo il terreno politico è esplosivo. Senza compensazioni credibili e senza una rappresentanza riconosciuta dai settori popolari, ogni misura su carburante, salari o terra diventa una prova di forza. La Bolivia mostra che la stabilizzazione economica, quando arriva in una società povera e diseguale, non si misura solo nei conti pubblici. Si misura nei mercati, nei trasporti, nelle campagne, nelle miniere e nelle strade che oggi bloccano La Paz.



