Congo: condannato a morte l’ex presidente Kabila

La condanna a morte pronunciata il 30 settembre dalla Haute Cour Militaire di Kinshasa contro Joseph Kabila è un atto dirompente che rischia di incendiare un Paese già al limite. L’ex presidente (2001–2019) è stato giudicato in contumacia per tradimento, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, sulla base dell’accusa di aver sostenuto l’alleanza ribelle AFC/M23.

Il verdetto arriva mentre l’M23, sostenuto dal Ruanda secondo Nazioni Unite e governi occidentali, ha conquistato a fine gennaio Goma, la più grande città dell’est congolese, e tiene sotto scacco ampie porzioni del Nord Kivu. Il rischio, segnalano osservatori e media internazionali, è di un’ulteriore polarizzazione politica e militare.

La sentenza contro Kabila, oltre a dividere, riporta al centro i danni di lungo periodo del suo ventennio. Sul piano democratico, le elezioni del 2011 furono bollate da osservatori europei come segnate da “gravi irregolarità”, mentre tra il 2015 e il 2018, durante le proteste contro la proroga di fatto del mandato, le forze di sicurezza uccisero decine di manifestanti.

Human Rights Watch ha documentato centinaia di vittime nella repressione politica di quegli anni. Nel Kasai esplose poi un conflitto interno feroce (2016–2017), con massacri e l’omicidio di due esperti ONU, segno di un apparato securitario fuori controllo e di catene di comando opache. È una scia di sangue e paura che ha eroso la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e reso più fragile il tessuto repubblicano.

Sul piano economico e delle risorse, gli anni di Kabila hanno visto affari minerari opachi e perdite colossali per lo Stato. Il progetto Sicomines del 2008 — “rame e cobalto in cambio di infrastrutture” — è diventato il simbolo di un rapporto squilibrato: gli auditor congolesi hanno chiesto di portare il valore infrastrutturale da 3 a 20 miliardi di dollari, mentre la rinegoziazione del 2024 ha promesso miliardi aggiuntivi.

“Photo du jour 31 Octobre 2013” by MONUSCO is licensed under CC BY-SA 2.0.

In parallelo, le inchieste su Dan Gertler e la Congo Hold-up hanno stimato almeno 1,36 miliardi di dollari di valore perso in concessioni sottocosto e almeno 138 milioni di dollari di fondi pubblici dirottati verso la cerchia del presidente. Non si tratta di note a piè pagina: sono soldi sottratti a strade, scuole, ospedali, stipendi, e alla professionalizzazione di un esercito poi travolto dall’ennesima guerra nell’est.

E veniamo all’oggi. L’accusa che ha portato al verdetto parla di legami di Kabila con l’AFC/M23; lui nega, i ribelli negano, e Human Rights Watch ha messo in guardia dal rischio che il processo scivoli nella vendetta politica, minando stato di diritto e stabilità. Intanto, Goma precipita in una quotidianità sospesa: città e hinterland sono attraversati da arresti arbitrari, violenze, sfollamenti.

Tra gennaio e febbraio il governo di Kinshasa ha denunciato migliaia di morti e la distruzione di decine di campi per sfollati. A fine luglio, sotto pressione internazionale, Doha ha ospitato la Dichiarazione di principi tra governo congolese e M23, primo passo verso un cessate il fuoco, ma il cammino è tutt’altro che lineare.

Nel Nord Kivu, le reazioni alla condanna sono ambivalenti. Africanews ha raccolto la paura di chi teme un’ulteriore escalation se Kabila venisse arrestato, e l’appello di chi chiede che “le parti si siedano” perché una sentenza — tanto più capitale — non porta da sola la pace. È un monito da prendere sul serio: decisioni percepite come arbitrarie nelle terre devastate dalla guerra armata alimentano spirali di ritorsioni.

Per ricomporre il quadro, bisogna tenere insieme tre piani. Primo: verità giudiziaria e giustizia per le vittime, con processi equi e trasparenti, non con la pena capitale. Secondo: riforma del settore della sicurezza e fine delle economie di guerra che rendono perpetuo il conflitto. Terzo: trasparenza sulle risorse — dalle concessioni minerarie alla destinazione dei proventi — perché senza conti in ordine lo Stato resta debole e la pace non regge.

La condanna a morte di Kabila non cancella i danni del passato né risolve l’oggi: li esaspera. L’unica via d’uscita è un percorso politico sorretto da diritto e da numeri chiari, in cui la responsabilità penale si accerta in aula, le esecuzioni si fermano, e la diplomazia — da Washington a Doha — trova finalmente sponde nel Paese reale.

“MONUSCO clears Unexploded Ordnance (UXO) in Eastern DRC” by United Nations Photo is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.