Inchiesta sulla spesa sociale nel mondo 7: La Repubblica Democratica del Congo

Segnata da pesantissimi conflitti interni che vanno avanti ormai da quasi trent’anni e hanno portato violenza, morte e tassi altissimi di povertà tra la popolazione, la Repubblica Democratica del Congo figura, paradossalmente, tra i paesi più ricchi e al contempo più poveri del mondo.

Il 72% della popolazione su un totale di circa 100 milioni di individui ha a disposizione in media 1,35 dollari americani al giorno, meno della somma che indica nel mondo la soglia di povertà estrema, cioè 1,90 dollari al giorno. Sono 1200 le persone che muoiono per cause legate alla povertà ogni giorno.

In tutto il paese solo il 28% dei cittadini riesce ad accedere ai servizi sanitari e il 52% all’acqua potabile. Il tasso di analfabetismo supera il 25% tra chi ha più di 15 anni e l’istruzione obbligatoria comprende solo la scuola primaria, dai 6 fino ai 10 anni.

Per quel che riguarda la sanità, nonostante le numerose epidemie che hanno afflitto la Repubblica Democratica del Congo negli ultimi decenni, come ebola, malaria, colera e aids, la disponibilità di posti letto è di 0,2 ogni 1000 abitanti. Meno di un paziente su due ha accesso ai servizi. Inoltre le spese mediche sono a carico del paziente.

Su 26 province nel Paese 18 sono quelle in stato di grave emergenza umanitaria. L’Onu stima in 168 miliardi di dollari la cifra necessaria per risolvere l’emergenza, più del triplo del Pil del Congo.

La situazione del Paese è tragica e impedisce di parlare di un vero sistema di protezione sociale, sebbene questo sia stato riconosciuto come bisogno del paese, almeno a parole, dal governo di Joseph Kabila nel 2016. Ma non è purtroppo possibile neanche parlare di tentativi concreti effettuati dallo Stato in tal senso. Il governo congolese ha introdotto in quel momento l’accenno di una strategia politica di sicurezza sociale, sebbene, analizzando i dati forniti dalle Nazioni Unite nel 2019, risulti assente un vero programma di assistenza statale.

A Family House in Rural Congo
by Woody Collins

Gli aiuti sono tutti a carico delle numerose Ong operanti nel paese e dall’erogazione degli aiuti della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, che ha però sospeso già in passato i pagamenti, nel 2013, per un valore di circa 540 milioni di dollari americani, non solo a causa delle stime sfavorevoli circa la possibilità di ripagare il debito alle condizioni imposte, ma anche a causa della corruzione percepita come dilagante nello Stato, per cui il Congo è 168esimo su 180 paesi analizzati dalla Banca Mondiale. Già alla fine degli anni ‘60 veniva usato il termine “cleptocrazia” per definire il regime politico instaurato dall’allora dittatore Mobuto Sese Seko, accusando la classe politica dell’appropriazione delle risorse del paese ai danni della popolazione per massimizzare i propri interessi.

Le forme di assicurazione sociale e copertura sanitaria sono tutte volontarie, a carico del singolo o del datore di lavoro e le poche forme di assistenza previste sono inaccessibili per la maggioranza della popolazione, anche a causa della mancanza di un sistema di registrazione dell’identità da parte dello Stato, che permetterebbe di identificare i beneficiari, come segnalato dall’Unicef già nel 2016.

L’inaccessibilità è data anche dai criteri usati per la loro erogazione, come ad esempio nel caso della pensione di vecchiaia, per cui il richiedente dovrebbe avere tra i 60 e i 65 anni con 180 mesi di copertura lavorativa alle spalle. Il che risulta di difficile applicazione, in quanto meno di un terzo della popolazione ha un’aspettativa di vita di 60 anni, mentre la media nazionale è di 47 anni per gli uomini e di 55 per le donne. A ciò si aggiunge il fatto che sono davvero pochi, quasi dei privilegiati, coloro in grado di avere un contratto di lavoro regolare, che comprenda l’assicurazione a carico del datore di lavoro.

La maggior parte delle persone (il 70%) vive di agricoltura di sussistenza in aree rurali del paese e di lavori massacranti tra le piantagioni e le numerose miniere presenti nel Paese, per cui più che di lavoro si può parlare di vero e proprio sfruttamento.

Tra i paradossi c’è che la Repubblica Democratica del Congo è tra i paesi più ricchi al mondo di risorse e materie prime, tra cui uranio, cobalto, che rappresenta in quest’area il 70% della concentrazione mondiale, e rame, di cui è sesto fornitore mondiale, indispensabili per la produzione di auto elettriche e all’industria tecnologica occidentale, nonché petrolio, gas, oro, diamanti e metalli preziosi.

by Woody Collins

Anche dal punto di vista dell’agricoltura e delle foreste il Congo presenta una ricchezza e una fertilità naturale straordinaria, tra la produzione di caffè, olio di palma e legni pregiati. Si stima che le risorse del Paese basterebbero da sole a sfamare l’intera popolazione.

Eppure povertà e fame sono generalmente diffuse, ma sono le regioni del Nord Ovest quelle più colpite a causa dei conflitti armati perenni tra le Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo, segnalate più volte da organizzazioni nazionali e internazionali come responsabili di massacri di civili e accusati di aver violato più di 231 diritti umani. Tra queste violazioni ci sono il reclutamento di bambini soldato nella milizia, i saccheggi, le violenze ai danni delle popolazioni locali.

Numerosi gruppi ribelli tra cui spicca il Movimento 23 Marzo (M23), uno dei gruppi più aggressivi e influenti nell’area del Nord Kivu da sempre associato al vicino Ruanda. Tra i principali protagonisti degli scontri troviamo anche l’ Allied Democratic Force, gruppo ribelle ugandese di stampo islamista, autore di numerose stragi nei villaggi dell’area intorno a Beni, intensificatesi dal gennaio di quest’anno.

E’ in questi luoghi, non lontano da Goma, capoluogo della provincia, che è stato ucciso proprio da una banda armata l’ambasciatore italiano Luca Attanasio insieme al suo autista e alla scorta il 22 febbraio 2021.

In questa regione e in quella dell’Ituri è in vigore da un anno lo stato d’assedio, con le autorità militari che hanno sostituito quelle civili, con il risultato concreto della limitazione ulteriore dei già esigui, per essere generosi, diritti dei cittadini.

Sono circa 120 le sigle combattenti nel Paese, come emerge da uno studio in collaborazione tra il Gruppo di Studio sul Congo e l’Ong Human Rights Watch, Il “Barometro della sicurezza nel Kivu”, allo scopo di conoscerne identità e modalità di azione.

A causa di queste violenze l’Ong Actionaid ha stimato in 27 milioni le persone da assistere, che hanno perso le loro case e sono in fuga dagli scontri armati, vittime di violenze quotidiane. Di questi 7 milioni vivono una situazione di fame acuta, ovvero non sanno se e come riusciranno a mangiare. 5,6 milioni sono gli sfollati interni. Nel Sud del Kivu l’80% dei bambini non ha accesso all’istruzione per carenza di infrastrutture, instabilità economica e mancanza di sicurezza alimentare.

by Woody Collins

La violenza armata si definisce in Congo soprattutto come strumento di potere, usata dalle varie milizie, appoggiate da forze politiche interne ed esterne allo Stato, per assicurarsi il controllo delle risorse naturali del Paese e dei traffici illegali ad esse legati che deprivano la popolazione dalla possibilità di beneficiarne in prima persona.

Non sono però solo i conflitti armati la causa della miseria dilagante; è necessario segnalare il danno causato dalle politiche economiche del governo, che causano tuttora la svendita delle risorse nazionali a investitori stranieri e contribuiscono ad affamare la popolazione.

Come ad esempio nel caso della China Molybdendum (tra i cui investitori figura Hunter Biden, figlio dell’attuale Presidente degli Stati Uniti Joe Biden), che ha acquisito l’80% della miniera di rame e cobalto Tenke Fungurume, una delle più grandi del Paese, per soli 4 miliardi di dollari e in cambio dell’impegno congiunto nella costruzione di infrastrutture strategiche come strade e ospedali, sotto il governo dell’ ex Premier Kabila, mentre la compagnia statale Gecamines ha il restante 20%.

L’inchiesta “Congo Hold up”, condotta da Platform To Protect Whistleblowers in Africa e dalla rete European Investigative Collaborations indaga sul trasferimento di milioni di dollari da parte di società cinesi all’ex Presidente, alla sua famiglia e ai suoi collaboratori, per ottenere il controllo delle risorse.

Il nuovo governo è attualmente coinvolto con l’azienda in una disputa giudiziaria nel tentativo di rivalutare le risorse e rivendicare i propri diritti. Nel maggio scorso l’azienda, insieme alla multinazionale mineraria svizzera Glencore, che possiede la Katanga Mining Company, al centro di uno scandalo per aver effettuato pagamenti di 75 milioni di dollari a Dan Glertler, accusato di aver corrotto membri del governo e amico di Kabila, è insorta di fronte al tentativo di Kinshasa di aumentare le tasse sul fatturato delle aziende, al momento irrisorio.

Molte di queste aziende non rispettano i diritti base non solo dei lavoratori ma in generale quelli umani. Lasciano in gestione miniere, piantagioni e siti di estrazione ai trafficanti locali che sfruttano chi ha bisogno di lavorare per sopravvivere proponendo condizioni di vita impietose. E’ tristemente noto come spesso vengano sfruttati bambini, circa 40 mila, per l’estrazione del cobalto, come denunciato anche da Amnesty International, che lavorano anche 12 ore al giorno subendo spesso abusi fisici.

by Julien Harneis