Il rave tricolore degli alpini

Gli alpini ubriachi sono il cuore del Paese perché nessuno sa più distinguere il cuore dal fegato. Arrivano in città, occupano piazze, strade, bar, marciapiedi, stazioni, alberghi, panchine, portici, incroci, aiuole, dehors, parcheggi e ogni altra particella catastale disponibile.

Cantano. Bevono. Sfilano. Ricordano. Fotografano. Abbracciano. Talvolta molestano, come denunciano da anni gruppi femministi e cittadine che hanno avuto la sfortuna di incontrare la patria nel suo momento più espansivo.

Eppure non succede niente. Anzi: succede tutto il contrario. La città si prepara, il Comune organizza, le scuole chiudono, la viabilità viene riscritta, i giornali raccontano la festa, le autorità sorridono, gli esercenti brindano, i ministri benedicono, la memoria nazionale fa da deodorante civile.

A Genova, per la 97ª Adunata nazionale degli Alpini, il Comune ha predisposto aree pedonali, divieti di circolazione e una riorganizzazione profonda della mobilità cittadina; l’ordinanza sulla viabilità riguarda i giorni dell’Adunata, dal 7 all’11 maggio 2026.

Ora immaginiamo la stessa scena senza cappello alpino.

Immaginiamo migliaia di ragazzi in una zona industriale. Musica alta, alcol, qualche sostanza, tende, furgoni, corpi, balli, confusione, sporcizia, urina, strade bloccate, residenti infastiditi, ordine pubblico impegnato. In quel caso l’Italia non parla di comunità.

Parla di emergenza. Non parla di memoria. Parla di degrado. Non parla di indotto. Parla di illegalità. Non manda il sindaco con la fascia tricolore: manda il ministro dell’Interno, o almeno una sua apparizione televisiva.

E qui il paragone con la legge anti-rave smette di essere una battuta e diventa un caso politico. L’articolo 633-bis del codice penale punisce chi organizza o promuove l’invasione arbitraria di terreni o edifici altrui, pubblici o privati, per realizzare un raduno musicale o di intrattenimento, quando dall’invasione derivi un concreto pericolo per la salute pubblica o l’incolumità pubblica. La pena prevista è la reclusione da tre a sei anni, oltre alla multa da 1.000 a 10.000 euro.

Naturalmente l’adunata degli alpini non è un rave. È autorizzata, pianificata, istituzionalizzata. Non invade arbitrariamente: viene invitata. Non occupa contro l’ordine pubblico: diventa essa stessa ordine pubblico. Non viola lo spazio urbano: lo trasforma temporaneamente in scenografia nazionale. Ed è proprio questo il punto.

La legge anti-rave non serve solo a punire un comportamento. Serve a stabilire chi può disporre dello spazio pubblico e chi no. Chi può trasformare una città in festa e chi la trasforma in problema. Chi può bere in massa e chi viene trattato come minaccia sanitaria.

Chi può fare rumore e chi produce allarme sociale. Chi può bivaccare e chi degrada. Chi può bloccare le strade e chi interrompe la libera circolazione. Chi può stare insieme senza chiedere scusa e chi deve essere preventivamente disperso.

Il reato anti-rave è nato dentro una precisa costruzione simbolica: giovani, notte, musica elettronica, marginalità, droghe, capannoni, periferie, corpi non disciplinati. L’alpino ubriaco rappresenta l’esatto contrario: anzianità legittimata, tradizione, montagna, esercito, patria, volontariato, memoria bellica, maschilità popolare ma istituzionale. Se il rave è il disordine senza permesso, l’adunata è il disordine con patrocinio.

La differenza non è il casino. La differenza è chi lo fa. Perché, se guardiamo solo agli effetti materiali, il paragone diventa meno comico di quanto sembri.

Una grande adunata produce concentrazione enorme di persone, consumo massiccio di alcol, modifiche alla viabilità, chiusure, costi organizzativi, presenza rafforzata delle forze dell’ordine, pressione sullo spazio urbano, lamentele, polemiche, rischi per la sicurezza e gestione dell’igiene pubblica.

A Genova sono state previste importanti limitazioni alla circolazione e perfino chiusure di scuole e parchi per ragioni organizzative e di sicurezza.

Ma nessuno si sogna di leggere tutto questo come “pericolo sociale”. Perché il pericolo, in Italia, non è mai neutro. È sempre una categoria politica. Dipende dalla classe, dall’età, dal colore, dalla divisa, dal quartiere, dal grado di compatibilità con il racconto ufficiale della nazione.

Foto Salento81, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Un rave disturba perché non chiede riconoscimento. L’adunata rassicura perché ne ha troppo. Il rave non produce una narrazione accettabile per il potere: non celebra i caduti, non saluta le autorità, non genera fotografie con il prefetto, non ha labari, non ha fanfare, non ha penne nere da offrire alle telecamere.

L’adunata, invece, ha tutto: memoria, disciplina immaginaria, patriottismo, commercianti contenti, assessori commossi e quella particolare indulgenza riservata ai maschi italiani quando riescono a presentare l’ubriachezza come tradizione orale.

Poi ci sono le molestie. Qui bisogna essere precisi, perché la generalizzazione è sempre una scorciatoia. Non tutti gli alpini molestano. Non tutti gli alpini bevono. Non tutti gli alpini trasformano la festa in zona franca. Ma da anni le adunate sono accompagnate da denunce, campagne, vademecum, scritte, polemiche.

A Genova, prima dell’adunata 2026, sono comparse iniziative e avvisi contro le molestie; la discussione pubblica si è riaccesa anche sulla scia delle polemiche già esplose in precedenti edizioni.

La reazione è sempre la stessa: difendere il corpo collettivo. Non chiedersi se dentro quel tipo di raduno esista un problema di cultura maschile, impunità simbolica, alcol e branco. No. La priorità diventa salvare l’onore degli alpini.

Come se il cappello fosse una categoria morale. Come se denunciare comportamenti molesti equivalesse a infangare la memoria dei caduti. Come se la patria fosse così fragile da crollare davanti a una donna che dice: “Mi avete rotto il cazzo”.

E qui il rave tricolore mostra la sua funzione più profonda. Gli alpini ubriachi sono il cuore del Paese perché rivelano l’ipocrisia dell’ordine. Lo Stato non è contro il disordine. È contro il disordine non autorizzato. Non è contro l’occupazione dello spazio pubblico.

È contro l’occupazione dello spazio pubblico da parte dei soggetti sbagliati. Non è contro il rumore. È contro il rumore che non canta l’inno, non compra nei bar giusti, non commuove i sindaci, non porta voti moderati e non si lascia fotografare in mezzo alle bandiere.

Il rave è criminalizzato perché non serve a nessuno, se non a chi lo vive. L’adunata è celebrata perché serve a tutti: ai sindaci, agli assessori, agli alberghi, ai ristoranti, ai giornali locali, ai ministri, alla retorica della comunità, alla nostalgia nazionale, alla grande assoluzione del maschio collettivo.

E allora sì: gli alpini ubriachi sono davvero il cuore del Paese. Non perché rappresentino l’Italia migliore, ma perché rappresentano l’Italia più sincera. Quella che perdona tutto ai propri simboli e non perdona niente ai propri esclusi.

Quella che chiama festa l’invasione dei garantiti e reato l’assembramento dei marginali. Quella che davanti a un cappello alpino vede memoria, e davanti a un ragazzo con una cassa vede emergenza.

In fondo, la legge anti-rave e l’adunata degli alpini raccontano la stessa cosa da due lati opposti. Da una parte c’è lo Stato che punisce il raduno quando non lo controlla. Dall’altra c’è lo Stato che organizza il raduno quando lo riconosce come parte di sé.

La morale è semplice: in Italia puoi anche occupare una città, bere fino a perdere il conto, bloccare strade, costringere scuole e residenti ad adattarsi, trasformare lo spazio pubblico in una gigantesca osteria patriottica.

Basta non sembrare povero, giovane, irregolare, meridionale, migrante, antagonista, femminista, tossico, punkabbestia, studente arrabbiato o lavoratore in sciopero. Basta avere il cappello giusto. E possibilmente offrire un giro.

Foto FlavMi CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons