Nel Congo orientale si combatte da anni una guerra brutale, intermittente, dimenticata. Una guerra che ha fatto milioni di morti, più delle guerre in Ucraina o in Medio Oriente. Una guerra per il controllo delle risorse, mascherata da conflitto etnico o da “questione di confine”. Una guerra che ha prodotto esodi, violenze sessuali sistematiche, devastazioni ambientali. E che ora, almeno sulla carta, potrebbe fermarsi.
Sabato 19 luglio, a Doha, capitale del Qatar, il governo della Repubblica Democratica del Congo (RDC) ha firmato una tregua con il gruppo ribelle M23, attivo nella regione del Nord Kivu, nell’est del Paese. È il secondo accordo in meno di un mese, dopo quello firmato a Washington tra Kinshasa e il Ruanda. Ma come spesso accade nel Congo, la pace si firma lontano dai campi profughi e dalle strade bombardate. Ed è per questo che, sul campo, nessuno canta vittoria.
Perché si combatte
Il Congo — o meglio, la Repubblica Democratica del Congo — è uno dei Paesi più ricchi del mondo in termini di risorse naturali: oro, coltan, cobalto, diamanti, petrolio, legno pregiato. Ma è anche uno dei più poveri in termini di benessere umano. L’est del Paese, e in particolare le province del Nord e Sud Kivu, sono da decenni teatro di violenze da parte di milizie armate, gruppi ribelli, eserciti stranieri, bande mafiose locali e multinazionali occulte.
Tra questi gruppi, l’M23 — acronimo di “Movimento del 23 Marzo” — è tra i più noti e temuti. Nacque nel 2012 da una rivolta di ex soldati, e si è imposto come forza militare nella regione, con l’appoggio diretto o indiretto del Ruanda, che ha interessi strategici e commerciali nell’area. Kinshasa accusa da tempo Kigali di sostenere l’M23 con armi e truppe. Kigali smentisce, ma il sostegno è confermato da più fonti, compreso l’ONU.
Cosa prevede l’accordo firmato a Doha
L’accordo di Doha, firmato il 19 luglio 2025 con la mediazione del Qatar, è una “dichiarazione d’intenti”. I suoi punti principali:
Cessate il fuoco immediato e divieto di bombardamenti, attacchi e avanzate territoriali;
Protezione dei civili e rispetto della sovranità del Congo;
Avvio di negoziati diretti tra il governo e il M23 entro l’8 agosto;
Obiettivo: firmare un accordo di pace definitivo entro il 18 agosto;
Creazione di un meccanismo di monitoraggio internazionale.
Tutto molto promettente. Ma il passato pesa. Come ha ricordato la giornalista e attivista Maude-Salomé Ekila, “abbiamo già visto decine di accordi simili. Vengono firmati, ma non rispettati. E intanto le milizie si riorganizzano”.

Perché è così difficile fare la pace
Il problema non è solo militare. È economico, geopolitico, strutturale.
“Esiste un sistema internazionale di predazione delle risorse congolesi” – denuncia Ekila – “che si serve della guerra per continuare indisturbato”.
Il Congo orientale è un’enorme miniera a cielo aperto. Chi controlla il territorio, controlla le miniere. E chi controlla le miniere, ha potere. Il governo centrale fatica a esercitare il controllo su aree periferiche e militarizzate. L’esercito regolare è spesso corrotto, mal pagato, diviso. La popolazione civile è intrappolata: profughi, sfollati, sopravvissuti.
E poi c’è l’impunità. “Non c’è pace senza giustizia”, dice Ekila. E invece, da anni, i signori della guerra vengono riaccolti nel sistema politico come interlocutori. Le vittime, invece, restano senza voce.
Perché questo conflitto ci riguarda
Il coltan usato per i nostri smartphone viene da qui. Le multinazionali europee sono coinvolte, direttamente o indirettamente, nell’estrazione e nella vendita delle risorse. L’instabilità del Congo alimenta flussi migratori, crisi economiche, tensioni regionali.
E poi, semplicemente, riguarda il nostro modo di stare al mondo: possiamo davvero accettare che milioni di persone vivano nel terrore per garantire materie prime a basso costo?
La road map è chiara: cessate il fuoco entro fine luglio, negoziati entro agosto, accordo entro l’autunno. Ma i precedenti non aiutano a essere ottimisti. Servono pressioni internazionali vere, monitoraggio indipendente, e soprattutto coinvolgimento della società civile congolese, non solo degli attori armati.
La pace in Congo è possibile. Ma solo se non sarà l’ennesima tregua tra élite armate a spese della gente.



