Dovevano essere portati al sicuro. Sono finiti in un campo da cui, secondo Amnesty International, molti non sono usciti vivi. Almeno 150 membri della comunità Fulani, in gran parte bambini, sarebbero morti negli ultimi mesi nello Stato di Kwara, in Nigeria, dentro il NYSC Orientation Camp di Yikpata, una struttura dove circa 1.500 pastori Fulani sono stati trattenuti dopo essere stati costretti a lasciare i loro villaggi.
È una storia che dice molto più della Nigeria. Dice che, quando lo Stato dichiara di proteggere una popolazione povera, marginalizzata e sospettata in blocco, bisogna sempre controllare dove la sta portando.
Secondo Amnesty, i Fulani detenuti nel campo erano sfollati fuggiti da attacchi armati nei villaggi delle aree di Asa, Edu, Ifelodun e Patigi, nello Stato di Kwara. Alcuni sopravvissuti hanno raccontato che a gennaio 2026 le autorità militari avrebbero ordinato agli abitanti “innocenti” di lasciare i villaggi per permettere operazioni di rastrellamento contro gruppi armati. Da un punto di raccolta, sarebbero poi stati trasportati dai militari al campo di Yikpata, dove sarebbero rimasti per mesi.
La formula era rassicurante: operazione di sicurezza. Il risultato, secondo le testimonianze raccolte da Amnesty, è stato l’opposto. Una donna detenuta nel campo ha raccontato che, dopo la fuga dai villaggi, il governo li aveva chiamati a spostarsi “in un luogo sicuro”. Da Offa, ha detto, l’esercito li avrebbe portati a Yikpata. Lì sarebbe cominciata la fame: cibo insufficiente, a volte solo fagioli la sera, e neppure sempre.
La donna ha raccontato di aver perso nel campo le sue figlie gemelle, Hauwa’u e Hajja, e di aver contribuito con altri detenuti a comprare sudari per le sepolture, perché i morti aumentavano. Amnesty cita anche un uomo di 43 anni fuggito dal campo: secondo il suo racconto, 154 persone sarebbero morte di fame e malattie, e nel giorno della sua fuga sarebbero morti sei bambini.
Sono testimonianze gravissime. E proprio per questo richiedono un’indagine indipendente, non una smentita d’ufficio. Il Defence Headquarters nigeriano ha respinto le accuse. A Reuters, il maggiore generale Michael Onoja ha parlato di assenza di prove verificabili e ha detto di dubitare della veridicità del rapporto. Al Punch, lo stesso apparato militare ha negato che il campo NYSC di Yikpata sia sotto il proprio controllo, sostenendo che la struttura non rientra nella competenza dell’esercito.
Ma la domanda resta: se 1.500 persone sono state spostate, trattenute, private della libertà di movimento e ridotte in condizioni tali da provocare decine o centinaia di morti, chi ne risponde? Se non l’esercito, quale autorità ha gestito il campo? Chi ha controllato ingressi e uscite? Chi ha distribuito il cibo? Chi ha garantito, o non garantito, cure mediche, acqua, igiene, protezione per bambini e donne incinte?
In queste vicende, la parola “competenza” diventa spesso una via di fuga. Nessuno comanda, nessuno firma, nessuno sapeva, nessuno poteva. E intanto i poveri muoiono in strutture che hanno cancelli, registri, autorità, guardie, ordini.

Il contesto è quello di uno Stato di Kwara sempre più travolto dalla violenza. A febbraio, più di 160 persone sono state uccise in attacchi contro i villaggi di Woro e Nuku, nel peggiore assalto armato dell’anno in Nigeria secondo le ricostruzioni disponibili. Il Guardian ha riportato che i responsabili sarebbero stati indicati da fonti locali come appartenenti al gruppo Lakurawa, legato allo Stato islamico, mentre Amnesty parlò di oltre 170 morti e di attacchi preceduti per mesi da minacce ignorate.
La Nigeria è intrappolata in crisi di sicurezza sovrapposte: jihadismo, banditismo armato, sequestri, conflitti tra comunità agricole e pastorali, operazioni militari, vendette, razzismo etnico e religioso. In questo caos, i Fulani finiscono spesso in una posizione impossibile. Da una parte subiscono attacchi di banditi e jihadisti. Dall’altra vengono sospettati collettivamente, profilati, associati alla violenza per appartenenza etnica, trasformati in problema di ordine pubblico.
Isa Sanusi, direttore di Amnesty International Nigeria, lo dice senza giri di parole: i Fulani sono perseguitati su due fronti, dai gruppi armati e dalle forze militari. Amnesty denuncia anche casi di persone fermate sui mezzi pubblici in base all’identità, perquisite illegalmente, accusate falsamente e costrette a pagare tangenti per riavere libertà o beni.
Quando una comunità povera, nomade, musulmana, già marginalizzata, viene trattata come sospetta in quanto tale, lo Stato non combatte più il crimine: amministra una punizione collettiva. E la punizione collettiva ha sempre la stessa grammatica. Prima si dice che è per sicurezza. Poi si spostano intere famiglie. Poi si chiudono i cancelli. Poi mancano acqua, cibo, cure. Poi muoiono i bambini. Poi arriva la smentita. Poi, forse, una commissione. Poi il silenzio.
Nessuno nega la gravità della violenza armata nello Stato di Kwara. Nessuno può fingere che le popolazioni locali non vivano sotto minaccia. Nessuno può chiedere a uno Stato di non proteggere i civili. Ma proteggere non significa internare. Sicurezza non significa affamare. Operazione militare non significa sospendere i diritti di un intero gruppo umano.
Se le accuse di Amnesty saranno confermate, il campo di Yikpata non sarà soltanto il luogo di una tragedia umanitaria. Sarà la prova di una logica politica: quando lo Stato non riesce a distinguere tra civili e sospetti, tra famiglie e miliziani, tra bambini e nemici, finisce per trasformare la sicurezza in persecuzione.
È una logica che i poveri conoscono bene. Nelle periferie, nei campi profughi, nei centri di detenzione, nei villaggi militarizzati, nei territori dove l’autorità arriva non con medici, scuole e cibo, ma con camion, ordini e fucili. La povertà non è solo mancanza di denaro. È anche mancanza di difesa davanti allo Stato quando lo Stato decide che il tuo corpo, la tua etnia, la tua lingua o il tuo mestiere bastano a renderti sospetto.
I Fulani del campo di Yikpata, secondo Amnesty, erano fuggiti dalla violenza. Cercavano protezione. Hanno trovato fame, malattia, detenzione, morte. È la forma più crudele del fallimento pubblico: chiedere fiducia a chi non ha alternative e poi chiuderlo in un posto dove anche sopravvivere diventa un privilegio.
Ora la Nigeria deve aprire il campo agli osservatori indipendenti, identificare i morti, ascoltare le famiglie, garantire cure ai sopravvissuti, liberare chi è detenuto arbitrariamente e accertare la catena di comando. Non basta dire “non siamo stati noi”. In uno Stato, quando 1.500 persone spariscono dietro un cancello, qualcuno deve sapere chi ha la chiave.



