L’Onu e il dibattito sulla sorte dei Rohingya senza i Rohingya

L’allarme è qui e ora: mentre a New York si prepara la conferenza di alto livello dell’Assemblea generale ONU sui Rohingya, dagli sterminati campi di Cox’s Bazar non arriverà nessun rappresentante scelto fra chi vive in tenda e telone.

A otto anni dalla fuga di massa dal Myanmar, la comunità più confinata del pianeta resta fuori dalla stanza in cui si discute del suo destino. Non è una svista logistica: è una scelta politica che riflette ostacoli di visti, permessi e sicurezza, e che finisce per silenziare proprio le persone a cui chiediamo di “rientrare in sicurezza e dignità”.

Il contesto, nel frattempo, peggiora. In Bangladesh gli aiuti calano, le scuole restano chiuse a intermittenza, la pressione demografica aumenta con nuovi arrivi dallo Stato di Rakhine e il governo ad interim guidato da Muhammad Yunus ha lanciato un Sos ai donatori.

Senza fondi aggiuntivi, le razioni rischiano di scendere a livelli indegni, con un impatto immediato su fame e sicurezza. È lo stesso Yunus a legare la crisi al quadro regionale e a chiedere una road map che non si limiti a rinviare l’emergenza al prossimo bilancio.

Dentro il Myanmar, la guerra civile ha moltiplicato i fronti e ridotto gli spazi per qualsiasi ritorno sicuro. La giunta e gruppi armati rivali si contendono territori, mentre nello Stato di Rakhine continuano violenze e nuove ondate di sfollati: altre decine di migliaia di persone hanno attraversato il confine negli ultimi mesi, segno che il “dopo 2017” non è mai davvero iniziato. Sul piano internazionale, il tema scivola nella graduatoria delle urgenze, proprio mentre servirebbero impegni finanziari e politici più robusti per evitare il collasso umanitario nei campi.

Eppure, a Cox’s Bazar la società civile non è rimasta in silenzio: leader comunitari, giovani e donne hanno provato a farsi ascoltare con raduni pacifici e messaggi video alla vigilia della conferenza.

“Rohingya children in the Nayapara refugee camp” by Austcare – World Humanitarian Aid is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

La richiesta è semplice e radicale: sedeteci al tavolo, fateci dire cosa significa “sicurezza” per chi ha perso cittadinanza, casa e mezzi di sostentamento. Senza quella voce, ogni road map rischia di essere un esercizio di buone intenzioni privo di presa sul reale.

La dialettica è tutta qui. Da un lato la necessità, sacrosanta, di costruire una cornice multilaterale che unisca assistenza, protezione e prospettive di rientro. Dall’altro la verità scomoda che la stessa cornice, se non include i diretti interessati, produce documenti eleganti e politiche zoppe.

Il minimo sindacale, per non trasformare New York in una passerella, è affiancare alla sessione plenaria un canale formale e stabile di consultazione con i rappresentanti eletti nei campi, superando gli alibi procedurali su visti e sicurezza con soluzioni pratiche: delegazioni scortate, collegamenti protetti, missioni di ascolto nei campi prima e dopo ogni vertice. È un test di credibilità, non un dettaglio organizzativo.

C’è poi la questione delle risorse. Senza fondi prevedibili, qualsiasi piano di protezione scivola nel bricolage umanitario: razioni che si assottigliano, cliniche a ranghi ridotti, reti scolastiche a singhiozzo. Qui la scelta è binaria: o i donatori mettono a bilancio, per tempo, ciò che serve a tenere in piedi servizi essenziali, oppure accettano il prezzo di una precarietà che alimenta violenza, traffici, disperazione e nuove partenze.

E non è solo un problema del Bangladesh: è un pezzo di stabilità regionale che si gioca fra Cox’s Bazar, Rakhine e le capitali che pesano sull’equazione politica del Myanmar.

Senza rappresentanza dei rifugiati, la “soluzione” per i Rohingya resta un titolo di conferenza; senza soldi veri e un calendario di azioni verificabile, resta una dichiarazione di principio. La differenza tra solidarietà e indifferenza si misura qui: nel passaggio dal palcoscenico al campo, dalle foto di rito all’ascolto operativo, dal verbo futuro al presente indicativo.

“View of the sprawling Kutupalong refugee camp near Cox’s Bazar, Bangladesh” by DFID – UK Department for International Development is licensed under CC BY 2.0.