Secondo l’ONU, le autorità indiane avrebbero deportato con la forza decine di rifugiati Rohingya, gettandoli nel Mare delle Andamane e costringendoli a nuotare verso le coste del Myanmar, il Paese da cui erano fuggiti per salvarsi da una persecuzione sistematica. Alcuni sarebbero sopravvissuti grazie all’aiuto di pescatori; altri, soccorsi dal Governo di Unità Nazionale, un’amministrazione ribelle in opposizione al regime militare birmano. Altri ancora risultano dispersi.
Un’accusa gravissima, confermata da più testimonianze e da rapporti raccolti dalle Nazioni Unite. Un atto che, se verificato, costituirebbe una palese violazione del diritto internazionale.
La repressione e il contesto: Rohingya e minoranze nel mirino
Secondo quanto emerso, gli episodi si inseriscono in una più ampia offensiva delle autorità indiane contro le minoranze musulmane, intensificatasi dopo un attacco terroristico attribuito al Pakistan. La tensione con Islamabad ha offerto al governo Modi e ad amministrazioni statali di destra il pretesto per rafforzare controlli e deportazioni, spesso senza distinzioni chiare tra migranti, cittadini e rifugiati.
In diverse città, soprattutto nel Gujarat e nel Rajasthan, migliaia di persone sono state arrestate: Rohingya, bengalesi, ma anche cittadini indiani musulmani, colpiti da etichette come “pakistani” per giustificare azioni sommarie. Molti sono stati poi rilasciati dopo aver dimostrato la propria cittadinanza, ma centinaia di rifugiati – anche con documenti regolari – sono stati espulsi.
Espulsioni arbitrarie, violenze e deportazioni illegali
L’episodio più sconvolgente riguarda 40 rifugiati, tra cui donne e anziani, caricati su navi militari e abbandonati in mare con un giubbotto di salvataggio. I racconti dei sopravvissuti sono agghiaccianti. Costretti a tuffarsi dalle navi, hanno nuotato per ore temendo che ad accoglierli ci fosse proprio l’esercito birmano da cui erano fuggiti.
Tra loro anche cristiani Rohingya, perseguitati due volte: come minoranza religiosa tra i musulmani e come etnia apolide in fuga da genocidi e campi di detenzione.
Il governo indiano non ha risposto alle richieste di chiarimento. Ma il relatore speciale dell’ONU Tom Andrews ha definito l’episodio “scandaloso” e ha chiesto l’apertura urgente di un’indagine indipendente, esortando l’India a “non mettere in pericolo la vita dei rifugiati”.

La Corte Suprema respinge i ricorsi: legalità sospesa
Colin Gonsalves, avvocato per i diritti umani, ha tentato di bloccare le deportazioni ricorrendo alla Corte Suprema. Il tribunale ha rigettato la richiesta. Eppure, secondo la legge indiana, anche i rifugiati hanno diritto a un giusto processo: notifica, difesa, rappresentanza. Nulla di tutto ciò, denunciano le ONG, è stato rispettato.
Nel frattempo, il Bangladesh – destinazione forzata di molti espulsi – ha denunciato che centinaia di persone sono state “spinte” oltre il confine, spesso in zone disabitate o addirittura nella foresta delle Sundarbans, dove solo l’intervento della guardia costiera ha impedito una tragedia.
L’India come gli USA: catene e deportazioni
Sui social, le immagini e i racconti hanno suscitato indignazione e sono stati messi a confronto con recenti espulsioni di migranti indiani dagli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump: voli charter pieni di deportati, rimpatriati in catene.
Due facce della stessa medaglia: democrazie che, in nome della sicurezza, tradiscono il diritto di asilo e le norme basilari del diritto umanitario.
Un atto barbarico, dice l’ONU. E il silenzio assordante dell’India
“Gettare i rifugiati in mare e poi farli sbarcare in una zona di guerra è una delle pratiche più barbariche che una nazione possa permettersi”, ha dichiarato Andrews. È difficile non condividere questo giudizio.
Il dramma dei Rohingya continua da anni: perseguitati in Myanmar, spesso discriminati anche nei Paesi di accoglienza. Ma se si confermerà che una democrazia come l’India ha deliberatamente messo in pericolo vite umane con deportazioni illegali, la responsabilità non sarà solo morale, ma giuridica. E politica.



