Congo: violenze sessuali alle stelle e vittime senza cure

Nel Congo orientale, un territorio conteso da oltre trent’anni tra esercito nazionale, ribelli e milizie locali, la violenza sessuale è diventata un’emergenza parallela al conflitto. È una guerra dentro la guerra, fatta di aggressioni quotidiane contro donne, ragazze e perfino bambini, in un contesto di impunità quasi totale. L’avanzata del movimento ribelle M23, che oggi controlla gran parte della regione, ha aggravato una situazione già disperata: le vittime hanno perso l’accesso ai servizi sanitari e ogni possibilità concreta di ricorso legale.

Un sistema di protezione in frantumi

Fino a pochi mesi fa, la città di Goma e i campi per sfollati circostanti avevano almeno una rete minima di cliniche e ospedali che offrivano assistenza medica alle vittime di violenza sessuale. Medici Senza Frontiere (MSF) curava ogni anno decine di migliaia di casi, fornendo trattamenti per la prevenzione dell’HIV, contraccettivi d’emergenza, vaccini contro l’epatite e un supporto psicologico di base. Nonostante la gravità del fenomeno, queste strutture rappresentavano per molte donne l’unico luogo dove ricevere cure immediate e gratuite.

Con l’avanzata dell’M23 e lo smantellamento forzato di diversi campi profughi, gran parte di questi centri sanitari è stata chiusa. Gli operatori umanitari descrivono un crollo dell’assistenza: oggi, nella regione, l’unica organizzazione che continua a fornire cure mediche specifiche per le vittime di violenza sessuale su larga scala è MSF, mentre alcuni ospedali pubblici riescono a garantire soltanto interventi di base.

A peggiorare il quadro c’è stata anche la sospensione degli aiuti statunitensi, che fino allo scorso anno fornivano kit essenziali per le emergenze da stupro, inclusi farmaci antiretrovirali e contraccettivi. L’interruzione dei fondi ha lasciato decine di migliaia di donne senza accesso nemmeno a queste forniture salvavita.

Impunità e collasso della giustizia

La violenza sessuale nel Congo orientale non è solo conseguenza del conflitto: è anche frutto di un sistema giudiziario che da anni non riesce a garantire indagini e processi. Quando i ribelli controllano il territorio, non esiste alcuna autorità legale a cui rivolgersi; quando l’area torna sotto il governo nazionale, le istituzioni si dimostrano troppo deboli per raccogliere denunce o punire i responsabili.

Le poche unità di polizia specializzate create negli ultimi anni erano prive di fondi, mezzi e formazione adeguata. In molti casi, persino sporgere denuncia comportava per le vittime costi che poche potevano permettersi. Processi completi sono stati rari: le udienze si svolgevano in francese, lingua che molte donne nei villaggi non parlavano, e richiedevano prove materiali che gli ospedali locali non avevano strumenti per raccogliere.

Le organizzazioni per i diritti umani documentano da tempo che la violenza sessuale viene perpetrata da tutte le parti coinvolte: ribelli dell’M23, milizie locali, soldati governativi e persino gruppi armati tribali. Senza procedimenti giudiziari né sanzioni, gli abusi continuano a ripetersi negli stessi luoghi, a volte contro le stesse comunità, senza che alcuna autorità intervenga per fermarli.

Vittime sempre più giovani

Un dato particolarmente allarmante riguarda l’età delle vittime. Secondo l’UNICEF, tra gennaio e febbraio di quest’anno oltre 10.000 persone hanno cercato assistenza medica dopo essere state aggredite sessualmente, e più di un terzo erano minorenni. Molte avevano meno di diciotto anni, alcune appena otto.

Gli operatori sanitari segnalano un aumento costante degli stupri di gruppo nelle aree rurali, lungo i sentieri che le donne percorrono ogni giorno per raggiungere le fattorie o raccogliere legna da ardere. Con i campi profughi smantellati e le famiglie costrette a spostarsi continuamente, queste attività di sussistenza le espongono a rischi crescenti.

Il peso della guerra sulle donne

La nuova ondata di violenze sessuali si inserisce in un contesto di povertà estrema. Decenni di conflitto hanno distrutto l’economia locale: nei campi profughi molte donne sopravvivevano raccogliendo legna nel Parco Nazionale Virunga per venderla nei mercati cittadini. Partivano in gruppo all’alba per ridurre i rischi, ma venivano comunque aggredite regolarmente da uomini armati.

Quando i ribelli hanno preso il controllo dei campi, queste stesse famiglie hanno dovuto cercare rifugio in aree urbane, dove la criminalità comune si è aggiunta alla violenza dei gruppi armati. Nei mercati e nelle periferie, la mancanza di sicurezza pubblica lascia le donne esposte ad aggressioni e sfruttamento sessuale, persino nei rari momenti di tregua militare.

Un futuro incerto

Il governo congolese e l’M23 hanno firmato una dichiarazione d’intenti per ridurre le ostilità, ma i combattimenti continuano e nessuna autorità stabile è stata ristabilita nella regione. Nel frattempo, la chiusura delle cliniche, l’assenza di un sistema giudiziario funzionante e la crescita delle violenze sessuali stanno creando una crisi umanitaria di dimensioni difficili da misurare.

Gli operatori umanitari avvertono che senza interventi urgenti — sia sul piano sanitario che legale — la spirale di violenza e impunità rischia di consolidarsi, lasciando un’intera generazione di donne e ragazze senza protezione, cure o giustizia.

“A nurse sings with visiting patiends and community health care workers at the Marechal Health Center” by World Bank Photo Collection is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.