“Qual è lo scopo delle Nazioni Unite?” La frase di Trump, detta senza sforzo dal podio dell’Assemblea generale, non è l’ennesima provocazione di un leader narcisista. È il varco retorico con cui l’esponente più visibile della destra radicale mondiale prova a scardinare l’idea stessa che il mondo, dopo il 1945, abbia provato a darsi dei limiti.
Non contesta un errore dell’istituzione; mette in discussione l’istituzione come anticorpo all’arbitrio del più forte. In quel punto, il discorso smette di essere folklore e diventa una piattaforma: non c’è più il multilateralismo come fatica quotidiana di mediazione, c’è la sovranità assoluta come virtù morale, il diritto internazionale degradato a fastidio ideologico, i diritti umani scambiati per capricci di élite.
A quel varco, però, Trump arriva su un terreno già crepato. L’ONU non è stato demolito dal suo sarcasmo: è stato logorato da decenni di impotenza selettiva. Chi oggi vive sotto le bombe, nella fame, in campi profughi senza uscita, non ha bisogno di un comizio per sapere che i palazzi di vetro non hanno fermato quasi nulla di ciò che contava davvero.
Nel 1994, in Ruanda, un contingente con regole d’ingaggio pensate per tempi di pace assistette allo smantellamento di un popolo; nel 1995, a Srebrenica, una “safe area” cadde sotto gli occhi di caschi blu impossibilitati a usare la forza. Molto più tardi, in Siria, una sequenza di veti ha reso episodici i corridoi umanitari e intermittente la protezione dei civili; in Yemen la più grande emergenza alimentare degli ultimi anni è scivolata tra risoluzioni ed eccezioni, mentre i principali Stati membri rifornivano di armi gli uni o gli altri.
A Gaza, tra il rapporto Goldstone del 2009, la guerra del 2014 e l’offensiva iniziata nel 2023, il Consiglio di Sicurezza è rimasto spesso paralizzato; le Corti internazionali hanno prodotto pareri e misure, ma senza il braccio esecutivo della politica. E in Congo la presenza più longeva dell’ONU è diventata, agli occhi di molti, la prova che senza volontà politica la protezione resta una parola: le milizie tornano, l’M23 riappare, i civili continuano a morire attorno a miniere che fanno gola ben oltre i confini.
È in questa scia che il “manifesto” trumpiano trova presa. Quando il presidente americano banalizza il clima, oppone confini a fenomeni atmosferici e trasforma le migrazioni in una minaccia ontologica all’“eredità” dei popoli, non sta solo giocando con l’iperbole. Sta ricodificando due dossier che nessuno Stato, da solo, può governare — la crisi ecologica e la mobilità umana — come prove a carico del multilateralismo.
Il messaggio è semplice e feroce: se l’ONU non vi ha protetti, perché dovreste credergli quando vi chiede cooperazione? È lo stesso codice che unisce pezzi di destra radicale in Europa e nelle Americhe: l’internazionale sovranista che dice no alle istituzioni globali e sì a una politica di forza senza arbitro.

Qui l’originalità della scena ONU non sta nello show del leader, ma nella platea che intercetta. Non parla agli ambasciatori; parla a chi, nel mondo, ha già smesso di vedere nelle Nazioni Unite un riparo. La domanda “a cosa serve?” suona plausibile proprio perché le risposte della storia recente sono state troppo spesso imbarazzate. E tuttavia, confondere l’inadeguatezza delle pratiche con l’inutilità del principio è l’errore che la retorica del capo alimenta con metodo.
È qui che l’ignoranza ostentata diventa funzione politica: fingere che la Carta del 1945 sia un residuo romantico, scordare che nacque dopo il crimine di aggressione, dopo la guerra totale, dopo la scoperta industriale dello sterminio, significa negare perché quelle regole furono pensate. L’autoesaltazione — “sono sempre stato nel giusto”, “merito premi per la pace” — non è vanità innocua; è una riscrittura del patto postbellico, dove la responsabilità di chi detiene potere viene rimessa al capriccio del capo e al ciclo delle sue convenienze.
Detto questo, non basta l’indignazione per ribaltare l’egemonia narrativa. Se l’ONU deve tornare a contare per qualcuno che non sia il cerimoniale, bisogna mostrare che può fare cose che ieri non ha fatto. La via d’uscita non sta nella nostalgia di San Francisco (la conferenza del 1945 in cui fu firmata la Carta istitutiva dell’ONU), ma nella capacità di mutare pratica senza tradire il principio. Esistono strumenti giuridici già scolpiti che l’istituzione ha usato troppo poco e troppo tardi.
Quando il Consiglio è paralizzato, l’Assemblea generale può farsi motore politico e costruire coalizioni operative; quando la giustizia penale internazionale è bloccata, si possono attivare meccanismi ibridi e giurisdizioni nazionali per non lasciare impuniti gli autori di crimini gravi; quando gli aiuti oscillano a seconda dell’umore dei donatori, si può immaginare una finanza umanitaria meno ricattabile, che non si fermi al primo veto di bilancio. E soprattutto, sul terreno, la protezione non può essere episodica: i corridoi devono scattare per soglie di fatto — fame, bombardamenti su infrastrutture civili, epidemie — e non per concessione dei belligeranti ogni tre mesi.
C’è poi un nodo politico che non si risolve con le procedure. L’“internazionale sovranista” ha occupato il racconto globale proprio perché chi avrebbe dovuto sostenere cooperazione e diritti ha usato per anni un lessico domestico, incapace di valicare i confini. Se clima e migrazioni restano dossier amministrativi — tecnologie da installare, flussi da “gestire” — la destra ha già vinto: può presentarli come minacce all’identità e all’ordine, e la promessa di “riprendere il controllo” diventa l’unica narrazione mobilitante.
Il compito del giornalismo è mostrare il legame: i muri non fermano gli eventi climatici, e le barche dei trafficanti prosperano dove i trattati commerciali e le guerre hanno reso conveniente fuggire. Il compito della politica, se vuole che l’ONU torni a essere utile a qualcuno che non siede ai tavoli, è farlo vedere con atti misurabili, non con spot: tregue che reggono perché costano a chi le infrange; sanzioni sugli armamenti che mordono davvero; canali legali di mobilità che spostano persone dall’irregolarità alla vita; soldi che arrivano agli ospedali prima che arrivino le telecamere.
Alla fine, la domanda di Trump va presa sul serio proprio per smentirla nel concreto. “A cosa serve l’ONU?” O serve a proteggere vite, con una capacità d’azione che oggi manca, oppure servirà a confermare il cinismo di chi la vuole vuota. Il manifesto dell’estrema destra mondiale è tutto qui: se il bene comune non esiste, allora non esiste nemmeno un luogo dove difenderlo.
Sta alle altre democrazie — e all’opinione pubblica che le incalza — dimostrare che quel luogo può ancora esistere, non come reliquia ma come pratica quotidiana. Se l’ONU riuscirà a tornare utile a chi oggi non lo vede, la frase di partenza tornerà a suonare per quello che è: non una domanda, ma un alibi.



