Pena di morte: tra Iran, Iraq, Usa e Arabia Saudita il picco

Pena di morte nel 2024: l’impennata crudele dei regimi autoritari

Nel 2024, le esecuzioni capitali nel mondo sono aumentate del 32%, raggiungendo la cifra più alta dal 2015. Lo rivela l’ultimo rapporto di Amnesty International, che denuncia un ritorno preoccupante della pena di morte come strumento di repressione politica, controllo sociale e punizione sproporzionata, spesso in violazione del diritto internazionale.

Secondo i dati ufficiali raccolti da Amnesty, almeno 1.518 persone sono state giustiziate in 15 Paesi (esclusa la Cina, dove i numeri sono tenuti segreti ma si presume restino nell’ordine delle migliaia). Quasi il 91% delle esecuzioni si è concentrato in soli tre Stati: Iran, Arabia Saudita e Iraq.

In Iran, almeno 972 persone sono state messe a morte, con un aumento del 14% rispetto al 2023. Più della metà delle esecuzioni (52%) riguarda reati legati alla droga. Il regime ha usato la pena capitale anche per reprimere il dissenso politico, punendo manifestanti e oppositori dopo le proteste del 2022. In Arabia Saudita le esecuzioni sono raddoppiate: da 172 nel 2023 ad almeno 345 nel 2024, spesso per reati non violenti come droga o “terrorismo”. In Iraq le esecuzioni quadruplicate – da 16 a 63 – hanno riguardato solo imputati accusati di terrorismo.

Condanne a morte: i numeri globali e le tendenze regionali

Nel corso del 2024, sono state registrate 2.087 nuove condanne a morte in almeno 46 paesi, con una diminuzione del 14% rispetto all’anno precedente. Amnesty sottolinea però che i dati reali sono probabilmente più alti, soprattutto in contesti come la Cina, il Vietnam o la Corea del Nord, dove le esecuzioni e le condanne avvengono nel segreto di Stato.

Il numero più alto di persone nel braccio della morte si trova nella regione Asia-Pacifico: 11.667 su un totale mondiale di circa 28.000 detenuti. In alcuni Paesi, come Thailandia e Iraq, la maggior parte delle condanne riguarda reati legati alla droga, puniti spesso con la morte in violazione degli standard internazionali.

Negli Stati Uniti, unico paese del continente americano ad aver effettuato esecuzioni nel 2024, Amnesty ha registrato 25 esecuzioni in 9 stati, con l’Alabama che da sola ha condotto 6 esecuzioni, tre delle quali con un metodo inedito e contestato: l’ipossia da azoto, già definita da esperti ONU come trattamento “potenzialmente equiparabile alla tortura”.

Negli USA, le condanne a morte sono state 26 (in 11 Stati), e si sono verificati nuovi episodi di discriminazione razziale nella selezione delle giurie e condanne eseguite su persone con gravi disabilità mentali. Nonostante il Presidente Biden abbia commutato 37 condanne a morte federali su 40, diversi Stati continuano a rafforzare la legislazione per rendere più rapide e segrete le esecuzioni.

Violazioni del diritto internazionale: minori, processi sommari e reati non gravi

Il rapporto 2025 di Amnesty evidenzia numerose violazioni dei trattati e degli standard internazionali. In particolare:

8 persone sono state giustiziate per reati commessi da minori, in Iran e Somalia.

In diversi Paesi (tra cui Afghanistan, Arabia Saudita, Iran, Singapore e Yemen) le condanne a morte sono state emesse dopo processi iniqui, senza garanzie di difesa.

Almeno il 42% delle esecuzioni globali è stato effettuato per reati di droga, che non rientrano tra i “reati più gravi” secondo il diritto internazionale.

Inoltre, alcuni Stati – tra cui Arabia Saudita, Pakistan, Yemen – continuano a usare la pena capitale per apostasia, rapporti sessuali consensuali, reati economici o atti contro la sicurezza dello Stato, dimostrando un uso politico e repressivo dello strumento.

Verso l’abolizione? Segnali positivi dall’Africa e dall’ONU

Nonostante il dato sulle esecuzioni sia in crescita, Amnesty segnala anche progressi importanti nel cammino verso l’abolizione della pena di morte. A fine 2024:

Lo Zimbabwe ha abolito la pena capitale per i reati ordinari.

Lo Zambia ha ratificato il Secondo Protocollo opzionale del Patto internazionale sui diritti civili e politici, rendendo l’abolizione irreversibile.

Per il secondo anno consecutivo, solo 15 paesi hanno eseguito condanne a morte, il numero più basso mai registrato.

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una nuova risoluzione per la moratoria universale, con oltre due terzi dei paesi membri a favore.

In un contesto globale segnato da tensioni, guerre e autoritarismi, la battaglia contro la pena di morte resta una cartina di tornasole per la tenuta dei diritti umani fondamentali. La strada è ancora lunga, ma i passi avanti mostrano che l’abolizione resta non solo possibile, ma necessaria.