Il rapporto di Human Rights Watch sui campi di Rumangabo e Tshanzu documenta una catena di montaggio del reclutamento forzato: oltre 24mila “diplomati” in cinque mesi, centinaia di morti, bambini di 12 anni. E una conclusione giuridica che il mondo evita di pronunciare: il Ruanda è una potenza occupante.
Il 30 gennaio 2025, tre giorni dopo la caduta di Goma, undici camion lasciano lo Stadio dell’Unità e puntano a nord, verso Rutshuru. Human Rights Watch ha geolocalizzato le immagini e, con la fotogrammetria e la modellazione 3D, ha contato il carico: circa 1.700 persone, uomini in abiti civili stipati tra 120 e 190 per camion, sorvegliati da militari con equipaggiamento dell’esercito ruandese.
Uno stadio — il luogo dove una città si raduna per festeggiare — trasformato in imbuto. È l’immagine d’apertura di “Death Was Everywhere” (“La morte era ovunque”), il rapporto di 78 pagine pubblicato oggi da Human Rights Watch, costruito su 102 interviste a ex detenuti e altre 29 a familiari, testimoni e fonti ONU, militari e diplomatiche, oltre che su immagini satellitari, video verificati e ricostruzioni tridimensionali dei campi.
Quello che il rapporto documenta, tra metà 2024 e dicembre 2025 nelle province del Nord e Sud Kivu, non è una serie di episodi: è un sistema.
La catena di montaggio. Funziona così. Primo anello: la retata. Uomini e ragazzi prelevati per strada, negli ospedali, nelle chiese, ai posti di blocco mentre tentano di fuggire da Goma o Bukavu. Oppure convocati con l’inganno: i capi di quartiere girano con i megafoni promettendo soldi a una riunione, e quando la riunione finisce le uscite sono bloccate.
Ai capi villaggio l’M23 chiede liste: dieci giovani a settimana per ogni gruppo di dieci famiglie — una decima umana. A un capo che non si fa trovare, prendono il figlio. Ai fermati vengono sequestrati telefono e tessera elettorale, che in Congo, in assenza di un’anagrafe funzionante, è per molti l’unico documento esistente: prima del nome, ti tolgono la prova di esistere.
Secondo anello: la detenzione. A Rumangabo, ex base militare congolese, due edifici al centro del campo fungono da celle: gli ex detenuti stimano tra le 1.000 e le 2.500 persone stipate dentro, in stanze da 200-300 dove non ci si può sdraiare, mezza tazza di cibo due volte al giorno, una tazza d’acqua divisa in tre.
Chi beve dalle pozzanghere viene frustato. I testimoni descrivono dai 5 ai 20 corpi portati fuori in un solo giorno. A Tshanzu, campo ricavato disboscando 20 ettari di foresta a sei chilometri dai confini con Ruanda e Uganda, c’è l’andaki: buche nel terreno dove i detenuti vengono calati, a volte insieme a ragazzi di 15 e 16 anni.
Terzo anello: l'”introduzione”, il rito di passaggio dalla vita civile a quella militare. Un ex detenuto racconta un’intera giornata di fustigazione collettiva: su 200 persone, dieci morti. Un altro: 250 all’alba, venti morti per emorragia entro il primo pomeriggio. Chi cerca acqua viene scambiato per un fuggitivo e ucciso.
Quarto anello: il diploma. Il 14 settembre 2025 l’AFC/M23 annuncia 7.437 nuovi combattenti formati a Rumangabo; il 1° ottobre oltre 9.000 presentati a Tshanzu; l’8 febbraio 2026 altri 7.532. Più di ventiquattromila persone in cinque mesi, con cerimonie filmate, bandiere e discorsi sulla “liberazione del Paese” — video che Human Rights Watch ha geolocalizzato ai piazzali dei campi, gli stessi dove avvenivano le esecuzioni pubbliche.

Quinto anello: il fronte. Ed è qui che la natura della merce si rivela. Molte reclute di Rumangabo vengono mandate in prima linea disarmate, a trasportare munizioni. Un ex sergente congolese riferisce che quando un fronte opponeva troppa resistenza, mandavano avanti prima loro, a morire, e poi i combattenti veri. Materiale di consumo, nel senso letterale.
I bambini e la lingua. Tra le reclute ci sono bambini, i più giovani di 12 anni. Due dozzine di ex detenuti di Tshanzu ne contano tra i 10 e i 20 nei rispettivi gruppi. Un sedicenne racconta di essere stato frustato per aver detto la sua età, e costretto a seppellire cadaveri. Alcuni bambini vengono selezionati dai comandanti come “Regimental Police”: guardie del corpo e strumenti di disciplina, usati per picchiare gli adulti che escono dalla fila.
C’è poi un dettaglio che da solo vale un’analisi politica: l’addestramento avviene principalmente in kinyarwanda, la lingua del Ruanda, e in inglese. Chi parla lingala — una delle lingue principali del Congo, la lingua di Kinshasa — viene punito, picchiato, in almeno un caso riferito ucciso. Un ex detenuto racconta che gli istruttori dicevano che presto il kinyarwanda sarebbe diventato la lingua nazionale. Non è solo coscrizione: è rieducazione.
La parola che il mondo non pronuncia. Il rapporto contiene infatti una conclusione giuridica che pesa più di ogni singola testimonianza. Sulla base del dispiegamento di migliaia di soldati ruandesi — il Gruppo di Esperti ONU ne stima tra 6.000 e 7.000 su territorio congolese, incluse forze speciali e, secondo gli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza, missili terra-aria — e del controllo complessivo esercitato da Kigali sull’M23, Human Rights Watch conclude che il Ruanda soddisfa i criteri della potenza occupante secondo il diritto internazionale umanitario.
Occupazione bellica: la stessa categoria giuridica dei manuali sulle convenzioni di Ginevra. Significa che i funzionari ruandesi possono rispondere penalmente dei crimini commessi nei campi, anche per responsabilità di comando. Istruttori ruandesi — chiamati “amici” dai detenuti, con le insegne RDF sugli stivali — supervisionavano l’addestramento; postazioni ruandesi attorno a Rumangabo sparavano a chi tentava la fuga.
E per onestà va detto tutto: il rapporto non assolve Kinshasa. Il governo congolese ha armato e finanziato milizie responsabili a loro volta di gravi abusi, comprese fazioni delle FDLR — il gruppo fondato da partecipanti al genocidio ruandese del 1994 — e i Wazalendo. Human Rights Watch chiede a entrambe le capitali indagini indipendenti e la fine di ogni sostegno ai gruppi armati. In mezzo, come sempre, ci sono i civili: 7,8 milioni di sfollati a fine 2024, quasi la metà bambini.
L’ultima estrazione. Il Kivu è una delle regioni minerarie più ricche del pianeta: coltan, oro, stagno, tutto ciò che tiene accesi i nostri telefoni. Da trent’anni la guerra lì è una guerra estrattiva, e l’M23 — che dopo la presa di Goma ha imposto nuove tasse sulle miniere e saccheggiato i depositi — non fa eccezione. Ma questo rapporto documenta il gradino successivo della logica: quando si è estratto tutto, restano i corpi.
Prelevati dai quartieri poveri, lavorati nei campi, marchiati con una lingua straniera, spediti al fronte come materiale. Una pace è stata firmata a dicembre 2025; le retate documentate proseguono a gennaio 2026, a Sake e a Bambo, e a febbraio si diploma un’altra infornata di “commando”. La pace di carta sta sopra; la catena di montaggio continua sotto.
E le fosse — quelle che i sopravvissuti hanno indicato ai ricercatori sulle immagini satellitari, sulla collina a sud del campo, dietro la cucina, accanto all’ospedale — aspettano ancora qualcuno che le apra.



