La finanziaria del “governo del popolo” non dà soldi al popolo

Nel dibattito sulla legge di bilancio emergono scelte che cozzano con la retorica del “governo del popolo”. I margini di finanza pubblica sono stretti, ma la gerarchia delle priorità è sempre politica: e oggi, più che alleggerire davvero il costo della vita e rafforzare i servizi universali, la manovra stabilizza misure identitarie e rinvia le urgenze sociali. È sintomatico che la riforma Irpef a tre aliquote (23–35–43%) e la no tax area a 8.500 € siano rese strutturali e raccontate come la svolta “per tutti”, quando il beneficio assoluto cresce con il reddito imponibile e i redditi più bassi restano appesi a correttivi che non cambiano la vita quotidiana.

Anche il taglio del cuneo, dopo l’uso massiccio degli esoneri contributivi, è stato ridisegnato nel 2025 in una combinazione di indennità esente per chi guadagna fino a 20.000 euro e detrazione aggiuntiva decrescente tra 20.000 e 40.000 euro: un meccanismo più tortuoso, che rischia di disperdere l’effetto stipendio soprattutto dove servirebbe un colpo secco e stabile. Non è una questione di tecnica fiscale: è la scelta di privilegiare interventi visibili ma deboli sul fronte della redistribuzione.

Nella sanità, la distanza tra annunci e sollievo reale è evidente. I documenti della Ragioneria indicano un rapporto spesa sanitaria/PIL al 6,4% nel 2025, cioè rientrato su livelli pre-Covid e sotto i principali partner europei: un profilo che non basta a riparare pronto soccorso, liste d’attesa e personale stremato. Se aggiungiamo che l’attuazione del PNRR Salute procede a passo lento e che, nel complesso del Piano, a metà 2025 la spesa effettiva resta nell’ordine di un terzo del totale (con miliardi da impegnare fra 2025 e 2026), la fotografia è quella di un’occasione ancora in gran parte non messa a terra.

Il quadro sociale non permette ottimismo. Istat fotografa 5,7 milioni di persone in povertà assoluta nel 2023 e 1,29 milioni di minori: numeri alti e ostinati, che non si scalfiscono con bonus episodici. Se guardiamo alla casa, il 2024 si è chiuso con un canone medio di 757 € al mese e l’inizio 2025 ha visto i canoni crescere più del doppio dei prezzi di vendita, con un +5,5% nel semestre e un livello medio intorno a 14,3 €/mq: per lavoratori mobili, studenti, famiglie monopercettori, questo è il vero “paniere” che schiaccia.

Nei servizi per l’infanzia, la copertura 0–2 anni è ferma attorno al 30% (anno educativo 2022/23), con il LEP al 33% ancora da raggiungere e divari territoriali profondi. Senza una marcia in più su strutture, personale e gestione—oltre le cattedrali del PNRR—restiamo in un paese dove nascere al Sud o nelle aree interne significa partire svantaggiati.

Intanto, la difesa scavalca il dibattito pubblico con promesse e ri-classificazioni contabili per centrare il 2% del PIL già nel 2025 e una traiettoria aggiuntiva legata ai nuovi obiettivi Nato: non si tratta qui di negare la sicurezza, ma di riconoscere che ogni punto di PIL destinato a quell’aggregato, in assenza di nuove entrate, sottrae spazio a sanità, casa, scuola, salari. È una scelta che richiederebbe un confronto trasparente sui trade-off, non spot.

Il punto politico è precisamente questo: la manovra consolida interventi “di bandiera” e sposta l’attenzione su vincoli esterni, mentre i bisogni primari—cura, casa, redditi bassi, servizi per l’infanzia—restano in secondo piano o spezzettati in misure temporanee. Non serve ideologia per dirlo: bastano i numeri.

“Prime Minister of Italy, H.E. Ms. Giorgia Meloni arrived in New Delhi on a State visit” by MEAphotogallery is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

Dopo la retorica: cosa dovrebbe fare davvero un governo “del popolo”

Se prendiamo sul serio l’idea di governo popolare nel 2025, la strada è quella di spendere dove la spesa pubblica moltiplica reddito, produttività e coesione, e tassare in modo più giusto dove le rendite si sono gonfiate senza ricadute sociali.

Significa, prima di tutto, mettere la sanità al riparo da oscillazioni e una volta per tutte: un fondo pluriennale che riporti la spesa pubblica verso i livelli europei, vincolato a obiettivi misurabili (tempi massimi d’erogazione, assunzioni stabili, saturazione delle apparecchiature diagnostiche, acquisti pubblici per eliminare le liste d’attesa quando il pubblico non eroga nei tempi). È la spesa più “popolare” che c’è: riduce la spesa privata obbligata, libera reddito disponibile e restituisce fiducia alle istituzioni. La cornice numerica c’è—6,4% del PIL nel 2025—ma va irrobustita con scelte credibili e verificabili, non con super-bonus episodici.

Poi c’è il lavoro povero. Un governo del popolo non moltiplica micro-incentivi: stabilizza il sostegno in busta paga per i redditi bassi, semplifica l’impianto e fa progressività vera. L’architettura 2025 (indennità esente fino a 20.000 euro e detrazione decrescente fino a 40.000) può essere resa più netta e più generosa sotto i 25–30mila, finanziandola con una selettiva revisione delle agevolazioni meno efficaci e con un contributo da rendite e extraprofitti. Sarebbe una scelta coerente con l’idea di “mettere i soldi dove stanno i bisogni”, invece di spalmare tutto lungo l’arco dei 40mila.

La casa va affrontata come diritto sociale e condizione per lavorare e studiare. Servono contratti di locazione stabile fiscalmente premiati, un riuso massiccio del patrimonio pubblico sfitto per alloggi a canone calmierato, regole chiare sugli affitti brevi nelle aree critiche e un fondo nazionale che accompagni i comuni nelle politiche di edilizia sociale. Il dato dei 757 euro medi al mese nel 2024 e il balzo dei canoni nel primo semestre 2025 non è una curva statistica: è la vita che costa troppo proprio a chi non ha alternativa all’affitto. Un governo “del popolo” parte da qui.

Infine, infanzia e lavoro femminile. L’Italia resta sotto il 33% di copertura dei nidi e lontana dagli standard europei. Un’impostazione socialista dei servizi direbbe: il nido è infrastruttura sociale essenziale, come una strada o un ponte—quindi finanziamento strutturale alle gestioni, personale e orari, e un LEP vincolante ovunque, con commissariamento dove i livelli minimi non si raggiungono. In termini macro, questa è politica dell’offerta: aumenta l’occupazione femminile, alza il reddito potenziale, riduce la povertà minorile.

C’è un filo rosso che tiene insieme tutto questo: investire dove il moltiplicatore sociale è alto e dove la domanda di uguaglianza sostanziale—non di slogan—è più forte. È anche un modo serio di fare conti pubblici: una sanità che funziona evita costi privati catastrofici e riduce l’inefficienza; una casa accessibile rende le città produttrici di reddito, non estrattrici di rendita; nidi e scuola estesa costruiscono capitale umano; salari bassi sostenuti in modo mirato alimentano consumi e gettito. È il contrario di un populismo contabile che rincorre obiettivi esterni con ri-classificazioni mentre, dentro, si rinvia l’essenziale.

Non è una disputa ideologica: è il bilancio come progetto di Paese. Oggi la distanza tra slogan e bollettini dei pronto soccorso, tra talk sul merito e famiglie che pagano affitti insostenibili, tra “natalità” proclamata e nidi insufficienti, definisce il campo della critica. Un governo davvero “del popolo” non teme di dirlo: la ricchezza si produce e si redistribuisce attraverso servizi universali e salari dignitosi. Il resto—al netto delle emergenze—è propaganda.

“Manifestazione ‘No Meloni Day'” by GattoFurryPazzo is licensed under CC BY-SA 4.0.