Infiltrazioni di legalità nelle mafie: il rapporto Dia 2024

Dalla Relazione DIA 2024 emerge uno scenario in cui lo Stato fatica a distinguersi dal sistema criminale che cerca di combattere. La legalità, più che argine, diventa corpo estraneo nelle zone grigie del potere mafioso.

Quando si parla di criminalità organizzata, siamo soliti immaginare uno schema netto: da una parte lo Stato e i suoi apparati, dall’altra i clan mafiosi che ne minacciano il controllo. Ma la Relazione della Direzione Investigativa Antimafia per il 2024, appena consegnata al Parlamento, racconta una storia diversa. Una storia dove i confini sono più sfumati, le alleanze più liquide, i ruoli meno definiti.

In uno scenario nazionale sempre più permeabile, non sono più le mafie a infiltrare la legalità, ma accade, paradossalmente, anche il contrario: è la legalità a infiltrarsi nell’illegalità, come corpo estraneo in un sistema ormai consolidato, radicato e capace di incorporare le norme per piegarle ai propri scopi.

L’“infiltrazione morbida”: dove il mafioso non minaccia, ma propone
Uno dei segnali più eloquenti del cambio di paradigma è rappresentato dal comportamento delle imprese. Sempre più spesso, gli imprenditori non subiscono la mafia, ma ci collaborano attivamente, attratti da vantaggi fiscali, commesse facili, appalti truccati. Le tangenti si coprono con fatture fittizie, il “pizzo” si scarica dalle tasse. Risultato: la vittima diventa complice. Come evidenzia la Relazione, «l’imprenditore non denuncia perché ha convenienza fiscale a non farlo».

    La mafia non ricorre necessariamente alla violenza: si propone come partner, entra nel capitale, offre prestanome e liquidità. La forza del consenso sostituisce la paura. In questo contesto, la legalità – rappresentata dallo Stato – appare quasi come un ostacolo alla convenienza economica, una voce fuori dal coro.

    Lo Stato complice involontario: PNRR, sanità e appalti pubblici
    Non si tratta solo di imprese. Anche lo Stato, in molti casi, diventa un alleato inconsapevole delle mafie. È il caso della sanità calabrese, dove l’Azienda Sanitaria Provinciale di Vibo Valentia è stata nuovamente commissariata dopo l’emersione di un quadro di infiltrazione mafiosa già riscontrato nel 2010. È lo stesso per numerosi appalti finanziati con i fondi del PNRR, intercettati da società fittizie controllate da cosa nostra.

      In altre parole: lo Stato finanzia progetti che arricchiscono la criminalità organizzata, salvo poi cercare di rimediare con misure interdittive o sequestri. Una rincorsa continua, in cui la prevenzione sembra soccombere all’iniziativa del sistema mafioso.

      I clan vendono anche l’acqua: controllo dei servizi essenziali
      Tra gli episodi documentati dalla DIA c’è quello della gestione mafiosa dell’acqua. In Sicilia, la famiglia “batanese” ha subordinato l’erogazione dell’acqua irrigua al pagamento di un sovrapprezzo. In altri casi, come nel Palermitano, le famiglie mafiose gestivano abusivamente la rete idrica civile.

      In territori dove lo Stato è percepito come assente o inefficace, le cosche si sostituiscono nella gestione dei beni comuni, trasformando diritti essenziali in merci di scambio. Non più solo racket o droga: l’acqua diventa moneta di potere.

        Le mafie come welfare alternativo
        La criminalità organizzata non è solo business, ma anche controllo del territorio e consenso sociale. Offre alloggi popolari abusivamente occupati, promuove assunzioni clientelari, fornisce liquidità agli imprenditori. Come nota la DIA, in alcune aree il potere mafioso si sovrappone a quello dello Stato, erogando servizi in sua vece.

          Lì dove lo Stato è debole, le mafie creano un welfare parallelo. Un modello di “protezione” che diventa vera e propria egemonia sociale, capace di garantire stabilità, reddito e appartenenza.

          L’era digitale delle mafie: dark web e criptovalute
          Il crimine si evolve. E la Relazione lo dice chiaramente: la dimensione cibernetica è oggi il cuore pulsante delle mafie. Tra dark web, criptovalute, riciclaggio transnazionale, i clan si muovono con competenze tecnologiche avanzate. L’operazione che ha svelato un’organizzazione attiva tra Italia, Lituania e Lettonia – legata ai Casalesi e alla ‘ndrangheta – mostra l’uso di criptovalute per il riciclaggio internazionale.

            Mentre lo Stato arranca con piattaforme pubbliche non sempre efficaci, la criminalità viaggia veloce su infrastrutture digitali sofisticate, dove è difficile tracciare, controllare, punire.

            Il carcere non spezza il comando, la latitanza è un mestiere collettivo
            Neppure la detenzione interrompe le catene del comando. La relazione ricorda come, anche sotto regime di 41-bis, i boss impartiscano ordini tramite parenti o fedelissimi. La latitanza, come nel caso di Matteo Messina Denaro, è resa possibile da un’intera rete di protezione che va ben oltre il clan.

              Il carcere è spesso solo un intermezzo. Alla scarcerazione, molti tornano esattamente dove erano prima, senza reali percorsi di reinserimento.

              Dalle baby gang all’internazionalizzazione: la mafia cambia pelle, non strategia
              La DIA segnala anche la crescente attrazione che il modello mafioso esercita sui giovani. Le baby gang si ispirano ai codici della criminalità organizzata, puntano sul denaro facile e sul potere mediatico (esibito spesso via social). Dall’altra parte, le cosche investono sempre più all’estero, creando reti transnazionali grazie a broker e capitali liquidi.

                Il risultato è una mafia più liquida, più fluida, ma non meno pericolosa.

                Quando la legalità diventa infiltrata
                Alla luce di quanto emerso, il paradosso è evidente. Non è più solo la mafia a infiltrare lo Stato: è la legalità stessa a essere tollerata, e talvolta assorbita, all’interno di sistemi criminali ormai dominanti. La presenza dello Stato non è assente, ma residuale, talvolta “sopportata”, altre volte “mimetizzata”.

                Un sistema di illegalità stabilizzata, dove l’intervento legale è percepito come eccezione. Dove l’azione antimafia diventa chirurgica, ma la malattia è diventata sistema.

                È in questo contesto che parlare di “infiltrazioni di legalità nell’illegalità” non è una provocazione, ma una diagnosi. Ed è forse il punto da cui partire per una nuova riflessione collettiva: non su come respingere la mafia, ma su come riprendersi il controllo di ciò che la mafia ha fatto sembrare normale.