Nel dibattito infuocato sul PNRR, tra metropolitane incomplete, ritardi nei cantieri e revisioni continue degli obiettivi, il tema sociale resta — ancora una volta — sullo sfondo. Eppure, se c’è un’area in cui i ritardi rischiano di avere un impatto diretto e irreversibile sulla vita delle persone, è proprio quella legata all’inclusione, alla coesione, alla salute. In una parola: al Pnrr sociale.
L’ombra lunga delle grandi opere
Negli ultimi giorni il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti, ha rassicurato Parlamento e opinione pubblica: la settima rata è in arrivo, il Sud ha ricevuto oltre il 40% dei fondi previsti, e a fine giugno verrà inoltrata la richiesta per l’ottava tranche. Le difficoltà ci sono – ha detto – ma tutto è sotto controllo. Al centro delle preoccupazioni: trasporti, infrastrutture, edilizia urbana. Ma ciò che quasi non compare nel discorso pubblico è che progetti cruciali per il welfare, la salute territoriale e la rigenerazione sociale sono ben più indietro, con una percentuale di realizzazione in alcuni casi sotto il 10%.
I numeri che il dibattito ignora
La Missione 5 (“Inclusione e Coesione”) e la Missione 6 (“Salute”) del PNRR dovevano segnare una svolta epocale. Case di comunità, ospedali di prossimità, rigenerazione di quartieri degradati, innovazione dei servizi sociali, inserimento lavorativo dei soggetti fragili. Ma i numeri – forniti dall’Ufficio parlamentare di bilancio e da diversi osservatori – parlano chiaro:
Rigenerazione urbana: su oltre 2.200 progetti finanziati, solo il 9% è stato completato. I pagamenti sono fermi al 23%.
Piani urbani integrati: appena l’1% dei progetti è stato portato a termine.
Qualità dell’abitare: 5% dei progetti chiusi, solo l’11% delle risorse realmente spese.
Case della Comunità (sanità di prossimità): su oltre 1.400 strutture previste, appena il 2% è completato, e solo il 9% delle risorse è stato speso.
Ospedali di Comunità: stesso quadro, con appena il 2% dei progetti realizzati.

Perché questi ritardi sono più gravi degli altri
A differenza delle grandi opere, spesso simboliche o ad alta visibilità, i progetti del PNRR sociale riguardano servizi essenziali: assistenza a disabili, supporto alle famiglie vulnerabili, spazi abitativi dignitosi, cure sanitarie accessibili nei territori più fragili. Il loro fallimento non è un problema di “ritardo tecnico” o di “percentuali europee”: è un danno concreto per milioni di persone. È la perpetuazione di disuguaglianze territoriali, è la mancata risposta a bisogni sociali che la pandemia aveva reso finalmente visibili.
Le cause? Sempre le stesse
Le ragioni del ritardo sono note:
Carenza di personale nei Comuni e nelle ASL per gestire bandi, progetti, rendicontazioni.
Burocrazia complessa, senza semplificazioni dedicate al terzo settore o agli enti locali piccoli.
Mancanza di visione politica sul ruolo strategico del sociale: troppo spesso trattato come “capitolo residuale” rispetto alle opere materiali.
L’UPB è stata chiara: senza personale e competenze, le nuove strutture sanitarie non funzioneranno. E senza una cabina di regia vera sull’inclusione sociale, i progetti rischiano di esistere solo su carta.
A rischio non sono solo i fondi. Ma la fiducia
La posta in gioco non è solo economica. I fondi persi possono essere reintegrati (forse). Ma la credibilità di un progetto di rilancio nazionale fondato sull’equità e la coesione sociale difficilmente si ricostruisce se si tradisce proprio quella parte della popolazione che il PNRR prometteva di non lasciare indietro.
Se l’Italia vuole davvero onorare l’impegno preso con l’Europa e con i suoi cittadini, deve riportare al centro il welfare, i servizi di prossimità, la salute territoriale. Non si può parlare di “resilienza” lasciando scoperti proprio i soggetti più vulnerabili.



