Poche giorni fa Muhammad Yunus ha minacciato le dimissioni dalla guida del governo ad interim del Bangladesh. Logorato dalle pressioni politiche e militari, il premio Nobel per la pace si sente isolato e ostacolato. La sua richiesta di tempo per preparare elezioni realmente libere si scontra con la fretta dei partiti tradizionali e dell’esercito, che premono per tornare alle urne entro dicembre. Yunus aveva inizialmente indicato il 2026 come data possibile, ma il clima politico sempre più teso rende incerto anche il presente.
Il generale Waker-uz-Zaman, capo dell’esercito, ha dichiarato che le elezioni devono tenersi entro fine anno. Lo stesso esercito, assieme al Partito Nazionalista del Bangladesh (BNP), accusa Yunus di lentezza e inefficacia. Un suo discorso di dimissioni sarebbe già stato abbozzato, ma i suoi collaboratori lo hanno convinto a rimanere, almeno per ora.
Il ritorno della speranza: Yunus al governo
Nel 2024, una potente ondata di protesta studentesca ha travolto il governo di Sheikh Hasina, che da quindici anni guidava il Bangladesh con uno stile sempre più autoritario. La sua uscita di scena ha aperto uno spazio politico raro per un Paese abituato alla polarizzazione violenta tra due blocchi storici: la Lega Awami e il Partito Nazionalista del Bangladesh.
Nel pieno di questa crisi, è stato chiamato alla guida di un governo ad interim Muhammad Yunus, l’economista 84enne vincitore del Premio Nobel per la pace e fondatore della Grameen Bank, simbolo mondiale del microcredito e dell’inclusione finanziaria per i poveri. La sua nomina ha inizialmente suscitato entusiasmo in patria e all’estero. Finalmente al vertice del Paese c’era una figura indipendente, pragmatica, e portatrice di una visione alternativa rispetto alla politica tradizionale.

Un’idea di sviluppo alternativa
Yunus non è un politico di professione. Non ha una base di potere, non ha partiti alleati, non è un leader carismatico in senso populista. Ma è uno degli economisti più rispettati del pianeta, l’unico in grado di proporre un modello di sviluppo che non dipenda solo da grandi opere, prestiti internazionali e investimenti esteri. Il suo modello si fonda sull’empowerment locale, sulle donne, sulle comunità rurali, sull’economia di prossimità. In un paese in cui oltre il 20% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e dove le diseguaglianze sono drammatiche, la visione di Yunus rappresenta una concreta alternativa alla sola logica del PIL.
Tuttavia, le sue idee si scontrano con una realtà politica e sociale profondamente diversa. Il Bangladesh è attraversato da tensioni religiose, spinte integraliste, violenza politica diffusa e una cultura istituzionale debole. Non basta l’idealismo per governare.
Un potere senza potere
A quasi nove mesi dalla sua nomina, il governo di Yunus appare in stallo. I due principali attori politici, l’esercito e il BNP, spingono per elezioni rapide entro dicembre 2025. Yunus, invece, sostiene che il Paese non è ancora pronto per elezioni eque e auspica un processo più lento e ordinato, forse nel 2026.
Questa posizione gli ha attirato l’ostilità di chi lo aveva inizialmente sostenuto. L’esercito lo considera un ostacolo al ritorno all’ordine; il BNP vuole approfittare della crisi per tornare al potere; i movimenti studenteschi, sebbene ancora in parte favorevoli, sono disillusi dalla mancanza di cambiamenti concreti. In più, molte delle sue proposte, come la privatizzazione del porto di Chattogram e la riforma dell’autorità fiscale, incontrano forti resistenze.
Yunus ha minacciato le dimissioni, logorato dalle critiche e isolato politicamente. La sua mancanza di una forza di appoggio strutturata è il limite più evidente: il suo governo ha una missione storica ma nessuna armatura politica.
Cosa può succedere ora in Bangladesh
Il futuro del Bangladesh appare incerto. Tre scenari sono possibili:
Scenario 1: elezioni rapide sotto pressione militare. Se Yunus si dimette o viene marginalizzato, l’esercito e il BNP potrebbero indire elezioni entro fine 2025. In questo caso, è probabile che il ritorno alla “normalità” democratica coincida con il ritorno a pratiche autoritarie, o con il rafforzarsi di fazioni poco inclini al pluralismo.
Scenario 2: Yunus resiste, ma resta isolato. Prolungare l’interregno tecnico senza appoggi politici concreti rischia di logorare ulteriormente il governo e di alimentare tensioni sociali, fino a una nuova ondata di proteste.
Scenario 3: nasce una nuova forza politica. L’ex consigliere Nahid Islam ha fondato il National Citizens Party per canalizzare lo spirito del movimento studentesco. Se riuscisse a costruire consenso e rappresentanza reale, potrebbe diventare il primo germoglio di una terza via tra autoritarismo e guerra tra fazioni. Ma servono tempo, organizzazione e un minimo di stabilità.
L’utopia necessaria
Yunus rappresenta oggi uno dei pochi esempi di leadership economica morale e non populista nel Sud del mondo. La sua debolezza politica è innegabile, ma anche lo è il valore simbolico e pratico del suo tentativo. In un mondo dove le alternative sembrano svanite, e dove le disuguaglianze alimentano tanto il fondamentalismo quanto il cinismo, la sua visione – per quanto imperfetta e sotto attacco – è un promemoria su ciò che significa sviluppo autentico.
Non basterà forse a salvare il Bangladesh, ma è una delle poche idee nuove che oggi arrivano dall’altra parte del pianeta. E proprio per questo merita attenzione.



