venerdì, Gennaio 23, 2026

Inchiesta sulla spesa sociale nel mondo 10: Il Bangladesh

Il Bangladesh, sebbene venga considerata a livello globale la seconda economia per la rapidità della crescita degli ultimi decenni, si trova ora a fronteggiare una situazione di emergenza sociale che coinvolge oltre il 40% della popolazione, su 166 milioni in totale, al di sotto della soglia di povertà, con 35 milioni di nuovi poveri solo nel 2020-2021, e le persone non considerate povere sono per la maggior parte economicamente “vulnerabili”, a rischio povertà.

Nel 2016 solo il 28% delle famiglie beneficiava di programmi di protezione sociale in maniera disorganica, erano infatti frammentati in 114 e rappresentavano circa il 7% del Pil, concentrandosi in particolare nelle aree urbane sebbene il lavoro si concentri per lo più nelle campagne o in zone periferico-industriali.

La spesa sociale però riguardava per lo più pensioni e programmi di assicurazione per i dipendenti pubblici. Un numero esiguo di persone, tenendo conto della condizione delle donne, che rappresentano la metà della popolazione eppure è tra le peggiori al mondo, totalmente dipendenti dalla famiglia del padre o del marito e nella maggior parte dei casi impossibilitate a lavorare, e del fatto che il mercato del lavoro è caratterizzato soprattutto dal settore privato e dall’informalità, da salari da fame che non permettono l’accesso ad assicurazioni private.

Secondo quanto si apprende da uno studio della Banca Mondiale pubblicato a giugno 2021, c’è stata inoltre una massiccia riduzione degli stanziamenti per programmi cruciali che mirano ad aiutare i bambini in età scolare e l’assistenza al credito e ai salari a coloro che ne hanno bisogno. Sono scesi fortemente gli stanziamenti a sostegno dell’istruzione, dell’occupazione e dei mezzi di sussistenza. Gli stanziamenti per gli assegni per gli studenti della scuola primaria sono stati ridotti del 48,8%, mentre quelli per gli studenti della scuola secondaria, secondaria superiore sono stati ridotti del 35% nel bilancio proposto per il 2021-2022.

Lo stanziamento per il progetto Ashrayan, per la costruzione di case per i senzatetto, ha subito una riduzione del 56,4%, mentre gli stanziamenti per il lavoro a pagamento sono diminuiti del 34,1%. Hanno avuto una riduzione degli stanziamenti i servizi per la contraccezione e pianificazione familiare e i sussidi agli interessi per le piccole e medie imprese (comprese le piccole imprese a domicilio). Sono stati ridotti inoltre i fondi per i programmi di sicurezza alimentare, quelli per i programmi di sostegno alle retribuzioni (-132%) e al credito (-431%).

Questo avviene mentre la situazione nel mercato del lavoro è tra le più preoccupanti a livello globale.

Come ad esempio per quel che riguarda le condizioni lavorative dell’industria dell’abbigliamento. Con 4 milioni di impiegati regolari registrati, uno dei mercati del lavoro più fertili del Bangladesh, che è tra i più importanti produttori ed esportatori di abbigliamento e calzature per conto di grandi multinazionali, secondo solo alla Cina.

Aziende come H&M e Zara hanno visto nei bassissimi costi del lavoro un’opportunità per lanciare la “fast fashion”, contribuendo ad alimentare un sistema in cui i dipendenti lavorano fino a 12-15 ore al giorno, spesso senza riposo settimanale e senza contributi sociali.

0,21 euro l’ora, 70 euro al mese, questa è la retribuzione media di un operaio del secondo settore in generale, meno del 15% del salario necessario per la vita di una famiglia di quattro persone, secondo l’Asia Wage Floor Alliance, alleanza sindacale tra i produttori di abbigliamento in Asia.Quando nel 2016 a Dacca è stata organizzata un’iniziativa sindacale per chiedere salari più alti, la risposta del governo ha consistito in 35 arresti e 1600 licenziamenti.

Guardando al settore agricolo la situazione rende il quadro della disuguaglianza tra la distribuzione delle risorse. Il 65% dei bengalesi vive nelle campagne ma il 60% è senza terra e lavora in condizioni che ricordano quelle della mezzadria: Per meno della metà del raccolto devono partecipare alle spese necessarie al mantenimento della terra e del prodotto, spesso indebitandosi con usurai locali per sostenerle.

Al contrario è solo il 10%, tutti grandi proprietari terrieri, a detenere oltre il 50% delle terre coltivabili mentre spesso i piccoli agricoltori sono vittime, da parte di questi ultimi, di abusi ed espropriazioni, diventando così nullatenenti.

La pandemia di Sars-Cov2 ha rallentato la produzione e aggravato la disoccupazione, nonché comportato una delle più grandi crisi sanitarie in un paese dove è disponibile lo 0,7% dei medici ogni mille pazienti e le infrastrutture sanitarie sono carenti, con solo il 48% della popolazione che vi ha accesso.

E peggiora ulteriormente la situazione economica e sociale dopo un’estate nera, in cui si è visto schizzare in alto il prezzo di materie prime, quali benzina e diesel, beni quasi totalmente importati, che sono aumentati rispettivamente del 50 e del 40% solo quest’agosto, causando ampi disordini e proteste tra la popolazione.

Anche gli ultimi alluvioni, annoverati tra i più violenti negli ultimi due decenni e in aumento a causa del cambiamento climatico, hanno contribuito alla devastazione di ampie aree nel Nord-Est del Paese nel giugno scorso, causando decine di morti e costringendo migliaia di persone, le cui abitazioni sono state distrutte, a cercare una nuova casa, finendo, nella maggior parte dei casi, ad allargare le file di chi vive nelle baraccopoli ai margini delle città, con poche possibilità di trovare un impiego dignitoso e quindi di miglioramento sociale.

L’ aumento dei prezzi di importazione ha costretto Dacca a decretare la chiusura di tutte le centrali elettriche a diesel nonché a decretare la riduzione dell’orario d’ufficio di un’ ora, per risparmiare energia, e la chiusura delle scuole anche il venerdì oltre alla regolare chiusura prevista per il sabato.

Tra il settembre e il novembre 2020, la Banca Mondiale ha svolto una serie di interviste telefoniche tra la popolazione bengalese, che sono state tradotte in un rapporto su povertà e insicurezza alimentare. Ne è emerso che oltre il 56% degli intervistati non sono riusciti a pagare pienamente l’affitto nell’agosto 2020 e il 32% è rimasta senza cibo o denaro sufficiente per acquistarlo.

Con l’ulteriore aumento dei prezzi dei generi alimentari, causati dalla guerra in Ucraina, il governo ha cercato di introdurre delle misure per placare il malcontento sociale, stabilendo prezzi calmierati tramite delle tessere “annonarie” con l’obiettivo di raggiungere circa dieci milioni di persone.

Per marginalizzare la crisi alimentare è stata aumentata la fetta di spesa pubblica destinata all’agricoltura, introducendo sussidi per l’acquisto di fertilizzanti e l’erogazione di soldi contanti per incentivare i produttori, sebbene, come si è visto sopra, i più influenti, visibili a livello nazionale, dunque quelli che il governo è più predisposto a incentivare, siano i grandi proprietari terrieri, i meno colpiti dalla crisi.

Nel giugno scorso sembrerebbe essere arrivato un segnale positivo da parte del governo, nel momento in cui l’ Asian Development Bank ha approvato un prestito di 250 milioni di dollari americani con l’obiettivo esplicito di implementare specialmente i programmi di protezione sociale per aiutare i più svantaggiati, aumentando le tipologie di programmi a seconda del tipo di necessità da fronteggiare e il livello di inclusività. Si dovrà monitorare se le politiche che verranno adottate in seguito miglioreranno effettivamente le condizioni di chi al momento stenta a sopravvivere.

La Banca Mondiale sostiene che le misure finora adottate dal Bangladesh abbiano contribuito a contenere il tasso dell’inflazione alimentare all’8,3%, contro l’80% dello Sri Lanka e il 26% del Pakistan, ma bisogna considerare che questi dati per quanto possano evidenziare un andamento generale che riguarda il benessere economico del Paese, non delle persone. Per cui anche confrontando i dati con quelli dei paesi vicini o considerando il ritmo serrato dello sviluppo economico che ha caratterizzato il Bangladesh negli ultimi venti anni, nessun elemento sostanziale sembra evidenziare un miglioramento nelle condizioni di vita precarie di più della metà della popolazione.

Con l’obiettivo di evitare il disastro il Bangladesh ha aperto il dialogo, nel giugno scorso, con il Fondo Monetario Internazionale (FMI), diventando così la terza nazione, dopo Pakistan e Sri Lanka, a richiedere un prestito e a indebitarsi per fronteggiare la crisi globale. I colloqui per stabilire l’idoneità e le eventuali condizioni del prestito dovrebbero svolgersi in autunno.

A differenza delle condizioni ideate da Muhammad Yunus, cittadino bengalese a capo della Grameen Bank e padre del microcredito, premiato con un Nobel nel 2006 per il suo ruolo sociale, che prevedevano prestiti di somme contenute senza garanzie collaterali ai più poveri, con lo scopo di finanziare direttamente l’imprenditorialità delle fasce più povere, creando opportunità di reddito e posti di lavoro.

Sebbene un eventuale prestito dell’Fmi possa rappresentare una risoluzione concreta, nel breve-medio termine, per ridistribuire il livello del benessere, comporta anche dei condizionamenti rispetto a scelte in materia economica operate per rispettare i termini di un eventuale credito, come politiche di austerità e tagli nella spesa pubblica che potrebbero al contrario pesare ai cittadini in futuro.

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