Keir Starmer doveva essere la prova che la sinistra poteva tornare a governare. Non quella sinistra barricadera, radicale, facile da demonizzare, ma una sinistra seria, competente, riformista. Dopo gli anni corrosivi dei Tory, molti britannici avevano riposto in lui la speranza di una nuova stagione. Ma oggi, guardando alla Londra svuotata dai super-ricchi e ai dati impietosi sulla povertà e sull’erosione dei servizi sociali, una domanda si impone: Starmer ha davvero un’idea di società alternativa alla destra?
La risposta, purtroppo, sembra essere no. L’abolizione dello status fiscale dei “non-dom”, una misura con un intento redistributivo condivisibile, ha prodotto un effetto boomerang: migliaia di milionari stanno lasciando Londra, portando con sé non solo capitali, ma interi ecosistemi economici che si erano strutturati intorno alla loro presenza. Locali, gallerie, musei, scuole private, mercati immobiliari: tutto l’indotto cittadino è in sofferenza. E mentre i Paperoni fanno le valigie, lo Stato non riesce nemmeno a trattenere ciò che perde, perché il gettito fiscale diminuisce anziché aumentare.
Ma il punto più grave è un altro: a fronte di questa fuga, Starmer non ha contrapposto una politica sociale all’altezza. Non ci sono grandi piani di redistribuzione, investimenti pubblici nel welfare, rilancio dell’istruzione o della sanità pubblica. Il limite dei due figli per accedere ai sussidi è ancora lì. Il sostegno energetico agli anziani è stato tagliato. Il sistema dei benefit è più simile a quello partorito dai Tory che a un modello laburista.
Questa è la vera emergenza: la sinistra non solo non sa più opporsi alla destra, ma ha smesso anche di immaginare. Starmer è l’esempio più recente di un fenomeno più ampio. Ovunque in Europa la sinistra sembra essersi rassegnata a giocare in difesa. In Francia, in Germania, in Italia, in Spagna: la strategia è diventata quella dell’adattamento.

Nessuna rottura, nessun sogno, nessun progetto di società. Solo il tentativo di gestire meglio ciò che la destra ha costruito. E quando si prova a colpire i più ricchi, lo si fa senza avere alle spalle una strategia chiara per come reinvestire quelle risorse o per costruire una nuova economia.
Il risultato è un doppio fallimento. Economico, perché si indebolisce il sistema senza rafforzarlo altrove. Politico, perché si perde l’anima e la fiducia delle classi popolari. La sinistra non parla più di casa, di lavoro, di cultura, di tempo libero, di scuola pubblica, di salute mentale, di diritti collettivi. Insegue la destra sulla sicurezza, sull’identità nazionale, sul rigore fiscale. E così perde sia l’iniziativa che la credibilità.
Quello che serve, oggi più che mai, non è l’amministratore prudente che tassa i ricchi senza costruire niente per i poveri. Serve una visione di società. Una nuova idea di cosa significhi progresso, giustizia, futuro. Serve il coraggio di proporre modelli alternativi, di immaginare nuove forme di lavoro, nuovi sistemi di welfare, una cultura pubblica forte e inclusiva. Senza tutto questo, la sinistra è solo la destra con meno soldi e meno fantasia.
Starmer è un sintomo, non la causa. Ma è il sintomo più evidente di una malattia profonda: l’incapacità della sinistra europea di essere ancora se stessa. E finché questo non cambia, continuerà a perdere. Anche quando vince.



