I dazi imposti da Donald Trump miravano a fiaccare l’economia cinese. Ma da Pechino arriva un messaggio inequivocabile: sarà dura, ma non cederemo. L’editoriale pubblicato sul People’s Daily, organo ufficiale del Partito Comunista Cinese, chiarisce la linea del regime: trasformare l’offensiva statunitense in una prova di forza, e magari in un’occasione per rilanciare l’economia interna.
“Il cielo non cadrà”, affermano dal giornale, ribadendo che la Cina è una “supereconomia resiliente”, pronta a resistere al “bullismo tariffario” degli Stati Uniti.
Dietro questa retorica granitica, però, c’è una strategia precisa. Mentre le tariffe statunitensi iniziano a pesare su esportazioni e crescita, la Cina punta a riposizionarsi come attore responsabile del commercio globale, rafforzando i legami con altri paesi colpiti dalle misure protezionistiche di Washington e denunciando apertamente l’“egemonia americana” che, secondo Pechino, minaccia la stabilità dell’ordine economico internazionale.
La contromossa: ritorsioni calibrate e leva interna
Il contrattacco cinese è già iniziato. Pechino ha risposto con dazi simmetrici del 34% su beni americani, e ha colpito direttamente gli interessi industriali di Washington inserendo 11 aziende USA in una blacklist e ponendo restrizioni su altre 16. Non solo: ha annunciato limiti all’export di terre rare medie e pesanti, risorse strategiche cruciali per tecnologie e industria militare statunitense.
Ma, a differenza delle iniziative impulsive di Trump, la risposta cinese sembra calibrata per mantenere aperta la via dei negoziati. I segnali sono chiari: il governo cinese si dichiara ancora disponibile a un incontro ad alto livello tra Xi Jinping e Trump, anche se per ora da Washington non arrivano aperture concrete.

Nel frattempo, Pechino scommette su una trasformazione strutturale: meno dipendenza dalle esportazioni verso gli USA e più attenzione al mercato interno. Le banche cinesi, si legge nel commento del People’s Daily, sono ben capitalizzate e pronte a sostenere la crescita interna con strumenti fiscali e monetari. In altre parole, il vero obiettivo è rafforzare l’autosufficienza economica, trasformando la pressione in leva politica.
Dissenso e censura: quando il nazionalismo non basta
Nonostante la sicurezza ostentata, il consenso attorno alla linea dura non è unanime. A testimoniarlo è il caso di He Bin, ricercatore dell’Accademia cinese delle scienze sociali, che su WeChat ha criticato le ritorsioni cinesi definendole “un errore speculare” ai dazi americani.
La sua proposta – dazi zero unilaterali per tutte le importazioni – è stata censurata in poche ore, e il suo centro di ricerca è stato chiuso con motivazioni burocratiche.
Un gesto che conferma come, dietro la compattezza ufficiale, Pechino non tolleri deviazioni dalla linea imposta dal Partito. Anche la precedente destituzione del direttore del centro, arrestato per presunte critiche a Xi Jinping, mostra quanto il dibattito interno sia ristretto e sorvegliato.
Sui social media, il clima è tutto tranne che pluralista: commentatori nazionalisti hanno esultato per la chiusura del centro di ricerca, celebrandola come “coerenza politica” con le direttive centrali.
Una sfida globale, non solo bilaterale
Il messaggio di Pechino non è diretto solo a Washington. È anche e soprattutto un appello agli altri paesi colpiti dalle scelte unilaterali degli Stati Uniti. La Cina vuole presentarsi come il polo alternativo, più stabile e affidabile, in un mondo economico turbato dal protezionismo.
Allo stesso tempo, lavora a nuove alleanze economiche multilaterali e a un rafforzamento del blocco dei BRICS+, per compensare le perdite sul fronte americano.
Il tentativo è chiaro: trasformare una guerra commerciale in una guerra d’influenza, non solo economica ma anche ideologica. E mentre gli Stati Uniti mostrano fratture interne persino tra Trump e Wall Street, la Cina si propone come potenza coesa, disciplinata e strategicamente lungimirante.
Ma il prezzo, come sempre, lo pagano i cittadini: in termini di crescita, di consumi, e soprattutto di libertà.



