Scommetti che … hai già perso? L’azzardo di Stato

Durante la semifinale mondiale Francia-Spagna, seguita da oltre quindici milioni di spettatori, sui pannelli a bordo campo è comparso ripetutamente il marchio di ADI Predictstreet, piattaforma di prediction market partner ufficiale della FIFA, sostenuta dalla famiglia reale di Abu Dhabi. In Italia quel dominio non è autorizzato dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, ma non figura nemmeno tra i siti inibiti: la sua pubblicità entra nelle case, davanti a chiunque, minori compresi. Non è un incidente. È il modello.

Lo stesso accade con gli “spazi quote” nell’intervallo, con i cartelloni negli stadi, con i portali di “infotainment” che ripetono il nome di un bookmaker togliendo solo l’estensione sospetta. L’Inter ha firmato nel 2024 un accordo con Betsson.sport — vetrina del portale di scommesse Betsson — da trenta milioni a stagione per cinque anni; lo stesso marchio è sulle maglie di Torino, Napoli e Palermo.

Wimbledon, il calcio, il grande tennis internazionale: eventi trasmessi a reti unificate diventano il veicolo di un’offerta che non è più il poker delle macchinette al bar oppure online, ma un ecosistema che promette guadagno con un clic. Tutto “a norma di legge”, perché l’AGCOM considera “informazione” ciò che è, di fatto, richiamo commerciale.

A Wimbledon, invece, non serve nemmeno la pubblicità dichiarata. Nel tempio della tradizione, i giudici di linea sono stati sostituiti da sensori che sputano miliardi di dati: servono meno alle telecronache che al betting, che è già la voce di ricavo più grossa del bilancio ATP. Si scommette punto su punto, dal vivo, sul prossimo dritto o rovescio. E mentre il Regno Unito da solo pesa per un terzo del mercato europeo delle scommesse, in Italia DAZN affida la propria guida a un manager cresciuto dentro l’industria dei bookmaker.

La spina dorsale della pubblicità

La questione che si vuole nascondere è un’altra. L’azzardo non è soltanto un mercato tassato, è un finanziatore. Quando nel 2018 il “decreto Dignità” vietò ogni pubblicità diretta e indiretta di giochi e scommesse, una segnalazione dell’AGCOM al Governo stimò per il solo sistema calcistico italiano una perdita di cento milioni di euro l’anno.

Secondo Nielsen Sport, tra il 2008 e il 2017 le aziende di betting e lotterie avevano investito 633 milioni di dollari nelle sole maglie dei sei maggiori campionati europei. Ancora oggi circa il quattordici per cento degli sponsor di maglia dei primi dieci tornei del continente è a cura di una società di scommesse.

Quel fiume di denaro non irriga solo lo sport: irriga televisioni e giornali, in un’epoca in cui la pubblicità tradizionale si è prosciugata. È questa la ragione economica — non la salute pubblica — che spinge la pressione per riaprire i rubinetti: cancellare il divieto arricchirebbe insieme bookmaker, club, emittenti ed editori.

Non stupisce che, quando a marzo l’AGCOM ha aperto una consultazione sulle “linee guida per la pubblicità del gioco responsabile”, il tavolo sia stato riservato agli operatori del settore. Il Forum delle Associazioni Familiari ha parlato di un confronto rivolto solo a chi sull’azzardo fa profitti.

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Quanto vale il tavolo

Le cifre spiegano perché la posta sia così alta. Nel 2025 la raccolta del gioco d’azzardo in Italia ha superato i 164,6 miliardi di euro — oltre sette miliardi in più rispetto al 2024, un nuovo record — di cui più del sessantuno per cento, quasi 101 miliardi, ormai generati online. La perdita netta lasciata dai giocatori sfiora i ventidue miliardi. L’Italia, ricorda il Rapporto Eurispes, è oggi il più grande mercato dell’azzardo d’Europa: un giro più grande di quelli di Regno Unito, Germania e Francia messi insieme.

E lo Stato? Nel 2025 ha incassato circa 11,4 miliardi di gettito erariale: lo 0,74 per cento in meno dell’anno precedente. È il paradosso che regge tutto: il giocato esplode, l’erario resta fermo, i costi sociali crescono. Lo Stato tiene il banco ma non fa nemmeno la cassa che dice di volere.

La legge che arriva sempre in ritardo (dalla parte sbagliata)

Mentre l’offerta corre, il legislatore si muove con lentezza sospetta, e quando si muove è per allentare, non per contenere. Il riordino del gioco fisico — l’unica riforma che ridurrebbe l’offerta sul territorio — è impantanato da anni tra proroghe e conflitti con le Regioni: la delega scade il 29 agosto 2026 e già circolano stime interne del MEF su un “danno” da quattro-cinque miliardi in caso di mancato rinnovo delle concessioni.

Nel frattempo la legge di bilancio 2025 ha soppresso l’Osservatorio contro la diffusione dell’azzardo; dal contratto di servizio RAI è sparito l’impegno a non trasmettere pubblicità di gioco; la Camera ha appena respinto gli emendamenti che volevano vietare la promozione negli impianti sportivi; il Consiglio di Stato ha rimesso alla Corte di giustizia UE la legittimità stessa del divieto. La direzione è una sola.

La dipendenza che non si nomina

Non serve moralismo, bastano i fatti materiali. Il disturbo da gioco d’azzardo è una dipendenza riconosciuta: l’Istituto Superiore di Sanità stima intorno a un milione e mezzo gli italiani con un profilo problematico, e rileva che un quarto dei ragazzi tra gli undici e i tredici anni ha già giocato.

Dietro i numeri ci sono indebitamento, usura, famiglie spezzate, e le mafie che si siedono al tavolo: la Direzione Investigativa Antimafia e Libera hanno censito, tra il 2010 e il 2024, 147 clan attivi nel business del gioco legale e illegale. “Dove c’è fragilità, le mafie arrivano”, ricorda don Luigi Ciotti.

Alcol, tabacco, sostanze: le altre dipendenze le combattiamo, o almeno fingiamo di combatterle. L’azzardo no. È l’unica che lo Stato non solo sottovaluta, ma alimenta — vendendola come intrattenimento, incassandone il gettito, e lasciando che a pagare il conto siano i più fragili. Il sociologo Maurizio Fiasco la chiama “la resa delle politiche pubbliche di fronte a un’economia di dipendenza”. È una definizione, non un’accusa. Il problema è che è esatta.

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