Usa–Nato: Trump può davvero uscire dopo le midterm?

Donald Trump ha rimesso la NATO al centro dello scontro politico già in campagna elettorale, quando disse che “incoraggerebbe la Russia a fare quello che vuole” contro i Paesi dell’Alleanza che non rispettano gli impegni di spesa. Quella frase del febbraio 2024 – documentata da più testate e ripresa in video – è diventata la cornice di tutto ciò che è venuto dopo: ogni passo dell’amministrazione, ogni esitazione pubblica, viene letto in Europa chiedendosi se sia il preludio a un’uscita vera e propria degli Stati Uniti.

Nel 2025 i segnali concreti non sono mancati. A fine giugno il senatore repubblicano Mike Lee ha depositato un disegno di legge – battezzato “NATO Act” – che, se approvato, ordinerebbe alla Casa Bianca di notificare formalmente la denuncia del Trattato atlantico e dichiarerebbe “soddisfatto” il requisito di autorizzazione del Congresso previsto dalla legge vigente. Non è una boutade: il testo è pubblico su Congress.gov e, nel linguaggio asciutto delle leggi, disegna per la prima volta in questa legislatura una corsia di sorpasso per il ritiro.

In parallelo, la Casa Bianca ha stretto i rubinetti del multilateralismo. Il giorno dell’insediamento è arrivato un ordine esecutivo che ha congelato per 90 giorni la nuova assistenza allo sviluppo all’estero in attesa di una revisione “di efficienza e coerenza con la politica estera USA”; a fine agosto l’Ufficio bilancio della Casa Bianca ha proposto di tagliare centinaia di milioni dalle “contribuzioni a organizzazioni internazionali”, un colpo diretto a quegli organismi che, nella narrativa di Trump, “non servono gli interessi americani”.

Anche se una parte dei blocchi è stata poi corretta o frenata dai tribunali, il messaggio politico resta: meno soldi ai fori multilaterali, più bilateralismo. È l’ecosistema ideale per un presidente che vuole tenersi le mani libere sulla NATO.

A questo punto conviene chiarire una cosa: dal 2024 il presidente degli Stati Uniti non può uscire dalla NATO per decreto. Il Congresso ha inciso in legge il divieto: l’articolo 22 U.S.C. § 1928f vieta alla Casa Bianca di “sospendere, terminare, denunciare o ritirarsi” dall’Alleanza, a meno che il Senato non dia il suo assenso con i due terzi dei voti oppure che il Congresso approvi una legge ad hoc.

E, anche se l’autorizzazione arrivasse, il Trattato stesso prevede un cuscinetto di dodici mesi tra la notifica e l’uscita effettiva. È questo doppio scatto – vincolo interno e clausola dell’Articolo 13 – a rendere il percorso tortuoso.

Dentro questa cornice legale entrano, a forza, le midterm del 3 novembre 2026. Oggi i repubblicani hanno il controllo di entrambe le Camere (53–47 al Senato; 219–213 alla Camera), ma i numeri non bastano da soli. Se Trump volesse imboccare la via “pura” dei due terzi, dovrebbe spingersi a quota 67 senatori: con l’attuale mappa 2026 – difensiva per il GOP – è uno scenario che rasenta l’impossibile. Resta la strada della legge ordinaria: qui l’ostacolo non è aritmetico ma procedurale, perché al Senato esiste il filibuster e per chiudere il dibattito servono 60 voti.

Il segretario generale della Nato Mark Rutte con il Presidente Usa Donald Trump – by The White House. marked with Public Domain Mark 1.0.

Tradotto: o dopo le midterm i repubblicani escono dall’urna vicini a sessanta seggi e compatti su un testo tipo NATO Act, oppure devono fare una scelta esplosiva e finora inedita, estendendo la “nuclear option” anche alla legislazione per spegnere il filibuster con la sola maggioranza semplice. In tutti i casi, la Camera va tenuta: senza una maggioranza stabile alla Camera bassa del Congresso anche l’iter più aggressivo si impantana.

Qui entrano i sondaggi, perché ci dicono non solo se i repubblicani possono allargarsi, ma anche se il brand “Trump su NATO e mondo” viene premiato o punito. Le rilevazioni nazionali di settembre mostrano un presidente sotto acqua nell’approvazione complessiva e in difficoltà su economia e politica estera; nella prova generale per la Camera, il “generic ballot” oggi pende leggermente verso i democratici.

Non è un verdetto scolpito nella pietra – manca un anno –, ma è il tipo di contesto che raramente regala super-maggioranze. Se questi numeri tenessero, l’incentivo politico a una rottura formale con l’Alleanza si ridurrebbe, anche tra i senatori repubblicani più atlantisti.

Messa così, la domanda non è se Trump voglia andare allo scontro, perchè i segnali ci sono: il disegno di legge di Lee, la torsione anti-multilaterale del bilancio, la retorica che continua a trattare la NATO come un contratto a prestazioni; la domanda è se possa davvero tradurre la volontà in un atto giuridico irreversibile subito dopo le midterm. La risposta, oggi, è prudente: un’uscita formale nel triennio 2027–2028 è possibile solo se la notte elettorale del 2026 regala al GOP una maggioranza quasi da “cloture automatica” oppure se il partito decide di forzare le regole del Senato come non è mai avvenuto per la legislazione.

In assenza di uno di questi due presupposti, lo scenario più realistico è quello di un recesso di fatto: meno fondi comuni, più veti politici nei meccanismi a consenso dell’Alleanza, una lettura minimalista dell’Articolo 5. È un percorso che non fa rumore come un’uscita, ma che nel tempo può erodere la fiducia degli europei quanto e più di una lettera di addio.

Se domani i sondaggi ruotassero a favore di Trump e i repubblicani raccogliessero seggi oltre le attese, la “NATO Act” smetterebbe di sembrare un vessillo simbolico e diventerebbe, semplicemente, la prima pagina del copione.

Se invece l’elettorato decidesse di usare le midterm per contenere la spinta della Casa Bianca, la NATO resterebbe formalmente al sicuro – grazie anche ai freni di legge che il Congresso, bipartisan, ha saldato nel 2024 – ma entrerebbe comunque in un triennio di convivenza difficile con Washington. E, per un’alleanza che vive di credibilità tanto quanto di mezzi, a volte la differenza tra “uscire” e “far finta di esserci” si misura in una notte di novembre.