Nel 2025, capire lo stato di salute delle famiglie americane non passa più (solo) per i dati ufficiali sulla spesa al consumo o sull’occupazione. Basta guardare cosa succede alle grandi catene della ristorazione per cogliere con precisione chirurgica il polso di un’economia stanca, che fatica a tenere in piedi anche i suoi rituali più basilari.
In meno di un anno, una vera e propria ondata di fallimenti ha investito alcune delle insegne più conosciute della ristorazione americana. Ecco solo alcuni dei nomi travolti:
Red Lobster: chiusi 99 ristoranti, dichiarata bancarotta a maggio 2024
TGI Fridays: fallimento a novembre 2024, con oltre 80 locali chiusi
Hooters: istanza di fallimento a marzo 2025, in corso la vendita di 151 sedi
Bertucci’s: terza bancarotta dal 2018, con vendite calate del 62% rispetto al 2019
Buca di Beppo: bancarotta e chiusura di 13 sedi nell’agosto 2024
On The Border: dichiarata bancarotta a marzo 2025, chiuse 40 sedi
Rubio’s Coastal Grill: ha abbandonato il mercato texano dopo massicce chiusure
Boston Market, Friendly’s, Golden Corral, Steak ‘n Shake: in fase di forte ridimensionamento o chiusura silenziosa
McDonald’s: pur restando operativa, ha riportato il più grande calo di vendite negli USA dal 2020 (–3,6% nel Q1 2025)
Questi non sono solo numeri, ma luoghi del quotidiano americano. Luoghi di socialità, di pausa pranzo, di compleanni. La loro chiusura non è solo una notizia economica: è il segnale che anche il gesto più comune – sedersi a mangiare fuori – non è più scontato.
Le cifre parlano chiaro. McDonald’s ha registrato nel primo trimestre del 2025 un calo delle vendite comparabili del 3,6% negli Stati Uniti, la peggior performance dal 2020, anno dell’esplosione della pandemia da covid. Ancora peggio va a catene più deboli: Red Lobster ha chiuso 99 ristoranti in pochi mesi e si è rifugiata nella protezione fallimentare; TGI Fridays ha dichiarato fallimento a novembre 2024, seguita da Bertucci’s (per la terza volta dal 2018), Hooters e Buca di Beppo. In totale, oltre 400 ristoranti chiusi in meno di un anno. Un’emorragia difficile da tamponare.

Queste non sono solo aziende in crisi: sono luoghi simbolici. Ristoranti dove si andava la domenica, dove si festeggiavano compleanni, dove si consumava quel rito sociale tutto americano del “dining out”. Il loro declino è, in fondo, il segnale più evidente che per sempre più famiglie, anche il comfort food è diventato un lusso.
A prima vista, il mercato della ristorazione nel suo insieme sembrerebbe reggere: il settore del food delivery è in forte crescita, stimato a 429 miliardi di dollari nel 2025, con previsioni di sfiorare i 563 miliardi entro il 2029 (Deliverect). Ma la realtà è che questa crescita avviene a spese dei ristoranti tradizionali. I grandi player come DoorDash (67% del mercato) e Uber Eats impongono commissioni che arrivano fino al 30% su ogni ordine. Per molti locali, questo significa perdere soldi su ogni piatto consegnato. Il delivery aiuta solo i più forti, quelli che riescono a ristrutturare completamente il proprio modello di business; per gli altri, è un’ancora che tira giù.
C’è poi un altro elemento che pesa: il ritorno alla cucina casalinga, non solo per risparmiare, ma anche per motivi culturali e salutistici. Un rapporto di Mintel mostra che nel 2025 il 64% degli americani ha dichiarato di cucinare a casa più spesso rispetto al 2020, con un occhio maggiore agli ingredienti e alla salute (Mintel Report). Questo trend è amplificato dai “meal kits”, box di ingredienti pronti con ricette guidate, ormai diffusissimi: EveryPlate, Home Chef, Blue Apron. Mangiare bene è diventato sinonimo di mangiare in casa, con controllo e consapevolezza.
Il risultato? I fast food perdono clienti non solo per il costo, ma anche per il profilo nutrizionale e ambientale.
A tutto questo si aggiunge una crisi interna: quella del personale. Ma attenzione: non si tratta, come spesso si dice, di “giovani poco motivati” o “lavoratori non affidabili”. Il problema è strutturale. Il settore è tra i peggiori in termini di retribuzione: in molti stati i salari minimi non superano i 9-12 dollari l’ora, insufficienti persino a pagare l’affitto. La U.S. Chamber of Commerce conferma che la ristorazione ha uno dei tassi di abbandono più alti del mercato, oltre il 4% mensile dal 2022. Molti lavoratori hanno semplicemente cambiato settore dopo la pandemia, rifiutando di tornare in ambienti stressanti, sottopagati e senza tutele (uschamber.com).
E come se non bastasse, ci sono le scelte politiche. L’amministrazione Trump ha introdotto dazi fino al 145% su molti beni alimentari importati, tra cui olio d’oliva, tequila, formaggi europei e pomodori messicani. Risultato: i costi per i ristoratori sono schizzati, e con essi i prezzi nei menu. Secondo uno studio della Yale University, le tariffe hanno comportato un rincaro medio del 2,3% sui prezzi al consumo e una perdita annua di 3.800 dollari per famiglia americana (Yale Budget Lab).
La National Restaurant Association ha stimato che l’impatto delle tariffe sulle attività del settore supererà i 12 miliardi di dollari nel 2025 (PYMNTS).
La ristorazione, più di altri settori, riflette la salute delle famiglie. Non è solo business, è cultura, quotidianità, interazione sociale. Se centinaia di catene chiudono, se anche McDonald’s perde clienti, se mangiare fuori è ormai considerato un lusso, significa che l’equilibrio sociale è cambiato.
Il cibo racconta la società. E oggi, quel racconto parla di insicurezza, trasformazione e necessità di rivedere un intero modello di consumo.



