Uganda: tribunali militari per imbavagliare l’opposizione

Il governo ugandese ha annunciato l’intenzione di presentare una legge che autorizzi i tribunali militari a processare i civili in “circostanze eccezionali”. Una mossa che sfida direttamente la storica sentenza della Corte Suprema di gennaio 2025, che aveva dichiarato incostituzionale questa prassi, largamente abusata per colpire dissidenti e oppositori politici.

La nuova norma, già sostenuta dal ministro della Giustizia Norbert Mao, rappresenta una torsione autoritaria ulteriore in vista delle elezioni presidenziali e legislative del gennaio 2026, le settime da quando Yoweri Museveni è salito al potere nel 1986.

Tra i primi bersagli del ritorno dei tribunali militari c’è Kizza Besigye, storico oppositore, già candidato alla presidenza e più volte incarcerato. Arrestato a novembre 2024 in Kenya e portato a Kampala, è stato incriminato per possesso illegale di armi, minaccia alla sicurezza nazionale e tradimento — quest’ultimo reato punibile con la pena di morte. Dopo uno sciopero della fame di dieci giorni, Besigye ha ottenuto il trasferimento del processo a un tribunale civile. Ma oltre 1.000 civili restano ancora sotto la giurisdizione militare.

In Uganda, oggi, il sistema giudiziario è diventato un prolungamento del potere esecutivo. I tribunali civili sono spesso lenti, asserviti, usati per logorare gli imputati con processi infiniti, dinieghi di cauzione e detenzioni preventive. I tribunali militari, invece, servono a intimidire. A colpire con procedimenti rapidi, opachi, gravissimi.

Bobi Wine, artista diventato oppositore politico, ha denunciato più volte questa strategia, dopo esser stato egli stesso accusato di tradimento per un episodio legato a un comizio del 2018. Con lui, l’ex deputato Paul Mwiru e oltre 30 attivisti. Il loro processo è scomparso in un nulla di fatto giudiziario: rinviato, bloccato, dimenticato. Ma l’effetto, come dice Mwiru, è chiaro: “Chi subisce un processo politico ne esce indebolito”.

In vista delle elezioni del 2026, le opposizioni denunciano un clima da regime. La macchina statale — esercito, magistratura, polizia — funziona ormai come un apparato repressivo integrato. Museveni si prepara alla rielezione con ogni mezzo: neutralizzare candidati, intimidire i sostenitori dell’opposizione, criminalizzare il dissenso.

Freedom House classifica l’Uganda come “non libero”, mentre Human Rights Watch e Amnesty International parlano apertamente di persecuzione giudiziaria e militare contro gli oppositori.

Intanto, il Paese resta drammaticamente povero. Secondo la Banca Mondiale, oltre il 41% della popolazione vive con meno di 2,15 dollari al giorno, mentre il 57,2% è in povertà multidimensionale, cioè privato in modo grave in ambiti come salute, istruzione, condizioni abitative.

Tra i più colpiti ci sono i bambini: il 57% dei minori vive in condizioni di povertà multidimensionale, secondo l’Uganda Bureau of Statistics (maggio 2024). Eppure le risorse pubbliche sono sempre più orientate al controllo, alla sorveglianza, alla macchina della propaganda.

Nel 2023, l’Uganda ha approvato una delle leggi più dure al mondo contro la comunità LGBTQ+: la Anti-Homosexuality Act, che prevede l’ergastolo per atti omosessuali e la pena di morte per “omosessualità aggravata”.
Una legge che ha generato ondate di violenza, persecuzioni, discriminazioni anche solo sulla base di sospetti.

Il governo ha difeso la norma come “difesa dei valori tradizionali”, mentre l’ONU e l’Unione Europea l’hanno condannata come violazione dei diritti umani fondamentali.

Museveni è formalmente un presidente eletto. Ma da anni, il suo regime ha trasformato le elezioni in esercizi di legittimazione forzata, dove il dissenso è criminalizzato, l’informazione indipendente è marginalizzata e i diritti civili sono sotto costante attacco.

Il presidente dell’Uganda, in carica dal 1986, Yoweri Museveni – Di U.S. Department of State – https://www.flickr.com/photos/statephotos/21149349393/, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=43736415