Sette paesi africani — Ciad, Guinea Equatoriale, Eritrea, Libia, Somalia, Repubblica del Congo e Sudan — sono stati inseriti in una nuova lista di divieto d’ingresso negli Stati Uniti, annunciata dall’amministrazione Trump. La notizia ha suscitato reazioni forti e immediate, ma dietro lo sdegno politico si cela una questione più profonda: quali sono i criteri reali alla base di queste esclusioni? E soprattutto: sono coerenti?
Nella dichiarazione ufficiale, si fa riferimento a tre parametri principali: presenza di terrorismo, tassi elevati di permanenza oltre il visto, e scarsa collaborazione nel rimpatrio dei cittadini espulsi. In teoria, sembrano criteri oggettivi e di buon senso. Ma i numeri raccontano un’altra storia.
È vero che paesi come Ciad, Somalia e Sudan affrontano minacce terroristiche persistenti. Ma non sono affatto gli unici. Altri paesi africani — come Mali, Burkina Faso o Niger — sono oggi epicentri di attività jihadiste, eppure non compaiono nell’elenco. E nonostante siano governati da giunte militari salite al potere con colpi di Stato, non sono stati soggetti a nessun tipo di blocco.
Lo stesso vale per il secondo criterio: la percentuale di cittadini che restano negli Stati Uniti oltre la scadenza del visto. I dati del Dipartimento per la Sicurezza Interna mostrano che Ciad, Guinea Equatoriale e Repubblica del Congo presentano percentuali elevate (rispettivamente 49%, 33% e 30% nel 2023).
Ma questi numeri, in valore assoluto, sono trascurabili: appena poche migliaia di persone. La sola Giamaica, per esempio, ha avuto più del doppio dei casi — eppure non è finita sotto embargo migratorio.
Ancora più sorprendente è che molti paesi con tassi di overstay ben superiori, tra cui anche nazioni ricche, non compaiono affatto nella lista. Gibuti (23%) e Liberia (19%) ne sono un esempio. Ma il dato più eclatante riguarda i paesi che non necessitano di visto per entrare negli Stati Uniti: nel 2023, più di 98.000 cittadini provenienti da paesi “amici” hanno superato il limite dei 90 giorni consentiti. Nessun divieto è stato imposto.

A questo punto, è lecito chiedersi se le motivazioni addotte reggano davvero alla prova dei fatti. Secondo Bright Simons, analista del think tank IMANI Ghana, l’amministrazione Trump ha adottato un approccio che punisce interi paesi per le azioni di una minoranza.
E sottolinea come sia poco realistico aspettarsi che un governo riesca a impedire a tutti i suoi cittadini all’estero di prolungare un visto. “Una soluzione più razionale — ha suggerito — sarebbe quella di chiedere una cauzione al momento della richiesta di visto, riducendo così l’incentivo a restare oltre il termine stabilito.”
Dietro al tecnicismo del “divieto di viaggio” si nasconde, quindi, un problema politico ed etico: lo stigma collettivo. L’idea che intere popolazioni debbano essere trattate come sospette per le azioni di pochi individui. Il travel ban non è uno strumento neutrale: è una misura che disegna linee di esclusione spesso più geopolitiche che giuridiche.
Nel caso dei paesi africani, questa logica appare particolarmente evidente. Le incoerenze nei criteri, la selettività dei dati e l’esclusione di paesi con profili simili ma “politicamente più utili” suggeriscono che il filtro non sia solo basato su rischi reali, ma anche su equilibri di potere e narrazioni radicate.
Dietro al tecnicismo del “divieto di viaggio” si nasconde, in realtà, una logica arbitraria e profondamente selettiva, che colpisce in modo sproporzionato i paesi africani. Le incongruenze nei criteri, l’uso distorto dei dati e l’esclusione di nazioni con problemi simili ma politicamente più “accettabili” indicano che non si tratta di sicurezza, ma di costruzione di confini morali e razziali.
In definitiva, questo provvedimento sembra rispondere meno a minacce reali che a una narrativa tossica in cui l’Africa — nella sua diversità, complessità e dignità — viene ancora una volta ridotta a problema, e non riconosciuta come interlocutore. È un’operazione che ha poco a che fare con il controllo dei flussi migratori e molto con lo stigma e la paura, travestiti da buonsenso amministrativo.



