Sudafrica: la povertà al grammo

Ad Alexandra, una delle township più povere di Johannesburg, c’è chi compra qualche cucchiaio di zucchero prima di andare al lavoro. I fagioli possono essere pesati a cento grammi alla volta, l’olio viene venduto a millilitri, il detersivo per la cifra esatta che si ha in tasca e i pannolini anche singolarmente. Non sono confezioni campione né una trovata commerciale: sono le quantità che molte famiglie possono permettersi in quel momento.

Nei sei piccoli negozi Gcwalisa, ricavati da container gialli, non si entra per fare la spesa della settimana ma spesso per comprare ciò che basta ad arrivare alla cena. Una cliente racconta di mantenere otto persone e di non riuscire sempre a trovare i circa 60 rand necessari per un sacco da due chili di zucchero; un’altra acquista esattamente 16 rand di detergente. Davanti alla cassa può finire un sacchetto con cento grammi di fagioli, sufficienti per il pasto di una persona.

È forse una delle rappresentazioni più concrete della povertà contemporanea: non l’assenza assoluta delle merci, ma l’impossibilità di comprarle nella quantità economicamente conveniente. Chi dispone di denaro acquista la confezione grande, approfitta di uno sconto, accumula una scorta e abbassa il costo unitario di ciò che consumerà nei giorni successivi.

Chi ha pochi rand deve invece comprare ogni volta la quantità consentita dal denaro disponibile. Il suo orizzonte economico non è il mese e neppure la settimana, ma il prossimo pasto. E proprio perché non dispone della somma necessaria per comprare di più, normalmente finisce per pagare proporzionalmente di più.

Miles Kubheka, che ha fondato Gcwalisa nel 2022, definisce questo meccanismo poverty tax, la tassa sulla povertà. I suoi negozi cercano di rovesciarlo acquistando grandi quantitativi direttamente dai produttori e permettendo poi al cliente di prenderne una frazione senza subire il sovrapprezzo delle piccole confezioni. Il modello dello sfuso esiste da molto tempo, naturalmente, ma qui cambia completamente funzione: non è il negozio ecologico dei quartieri benestanti in cui si compra senza plastica; è un sistema costruito intorno a chi non possiede abbastanza denaro per comprare una confezione normale.

Gcwalisa ha progressivamente aggiunto ai cereali, al riso, ai legumi e all’olio anche detergenti, assorbenti, medicinali da banco e pannolini. Questi ultimi entrarono nell’assortimento dopo che una nonna chiese di poterli acquistare uno per volta, raccontando che quelli usati venivano messi ad asciugare e riutilizzati.

La “tassa sulla povertà”, però, non è soltanto un’efficace definizione giornalistica. Due ricercatori della Stellenbosch University hanno analizzato 21 milioni di prezzi giornalieri rilevati nella maggiore catena alimentare formale del paese. Tra aprile 2020 e dicembre 2023 le varietà più economiche degli stessi prodotti hanno accumulato 9,3 punti percentuali d’inflazione in più rispetto a quelle di fascia alta.

In altre parole, proprio i beni verso i quali tendono a spostarsi le famiglie con meno reddito sono aumentati più rapidamente dei corrispondenti prodotti premium. La statistica media sull’inflazione finisce così per nascondere una parte importante dell’esperienza concreta dei consumatori: lo stesso aumento dei prezzi non pesa nello stesso modo su tutti.

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Il paradosso sudafricano è ancora più evidente oggi. Nel luglio 2026 l’inflazione annua di alimenti e bevande analcoliche è scesa allo 0,9 per cento, il valore più basso da oltre sedici anni; alcuni cereali sono diminuiti di prezzo e la farina di mais ha registrato un calo anche rispetto al mese precedente.

Sono numeri che, letti da soli, potrebbero suggerire un deciso miglioramento della possibilità di acquistare cibo. Ma l’accessibilità non dipende soltanto dal prezzo di una merce: dipende anzitutto dall’esistenza di un reddito con cui pagarla.

Nel secondo trimestre del 2026 il tasso ufficiale di disoccupazione sudafricano era del 33,6 per cento. Se nel calcolo si comprende anche la forza lavoro potenziale, quindi chi sarebbe disponibile a lavorare ma non sta cercando attivamente un impiego o si trova in condizioni analoghe di esclusione dal mercato del lavoro, si arriva al 43,8 per cento. Sono 8,5 milioni i disoccupati secondo la definizione ufficiale.

A rendere ancora più chiara la distanza fra il costo teorico del cibo e la possibilità reale di acquistarlo sono le nuove soglie di povertà diffuse da Statistics South Africa: nel 2026 servono almeno 868 rand al mese per persona soltanto per assicurarsi l’apporto energetico alimentare minimo. La soglia inferiore di povertà sale a 1.457 rand e quella superiore a 2.962. Il Social Relief of Distress destinato agli adulti senza reddito resta invece fermo a 370 rand mensili fino al marzo 2027.

Per questo acquistano senso i cento grammi di fagioli e i pochi millilitri d’olio. Il Sudafrica non è un paese privo di produzione alimentare. Il problema raccontato da quelle bilance è l’accesso al cibo in una società nella quale una parte enorme della popolazione dispone di redditi troppo bassi o intermittenti. Una famiglia può dunque vivere a pochi metri da un supermercato pieno, vedere scaffali carichi e prezzi perfino in discesa, ed essere comunque costretta a comprare lo zucchero a cucchiaiate.

Le minidosi mostrano inoltre qualcosa che le grandi percentuali sulla povertà faticano a restituire: la scarsità di denaro modifica anche il tempo. Il consumatore con un reddito sufficiente può programmare, acquistare per una settimana o un mese, scegliere il momento più conveniente. Chi possiede soltanto venti rand deve risolvere il problema di oggi, anche se la soluzione di oggi sarà più costosa domani. La povertà non significa quindi soltanto avere meno possibilità di consumo; significa perdere la possibilità stessa di organizzare economicamente il futuro.

Gcwalisa non corregge la distribuzione del reddito sudafricana né risolve la fame. Il suo merito è assai più limitato, ma proprio per questo interessante: prova a impedire che chi è costretto a comprare cento grammi paghi anche una penalità per non poterne acquistare mille. E quelle piccole bilance di Alexandra finiscono per misurare qualcosa di molto più grande del riso o dello zucchero che vi viene posato sopra. Misurano la distanza tra il prezzo di un alimento e la possibilità reale di permetterselo.

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