Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha annunciato che il Sudafrica dispiegherà l’esercito in alcune delle aree con i più alti tassi di criminalità violenta del mondo per sostenere la polizia contro criminalità organizzata, violenza delle gang e attività mineraria illegale.
Il dispiegamento riguarderà tre province – Western Cape, Gauteng ed Eastern Cape – e Ramaphosa lo ha presentato come una risposta alla “minaccia più immediata” per democrazia e sviluppo economico del Paese.
La misura è insolita per quella che resta la principale democrazia del continente africano e viene letta, da una parte dei critici, come un segnale della difficoltà del governo nel contenere un ciclo di violenza che ha assunto caratteristiche strutturali.
Ramaphosa ha cercato di ridurre i timori legati al ricorso ai militari – in un Paese dove l’immaginario delle truppe per le strade è inevitabilmente associato alle stagioni repressive dell’apartheid – sostenendo che i soldati opereranno sotto il comando della polizia e con compiti di supporto.
Cape Flats: l’altra faccia di Città del Capo
La prima linea del dispiegamento passa dalla provincia del Western Cape, dove si trova Città del Capo. La città è una vetrina turistica globale, ma le sue periferie – in particolare i Cape Flats – sono da anni segnate da una guerra a bassa intensità tra gang che competono per traffici di droga e controllo territoriale, con estorsioni, prostituzione e omicidi su commissione.
I civili vengono spesso coinvolti nel fuoco incrociato e le statistiche recenti collocano diversi distretti dell’area metropolitana ai vertici nazionali per tassi di criminalità violenta.
Un elemento centrale della motivazione politica è la concentrazione di omicidi legati alle gang nel Western Cape: in alcuni periodi statistici, oltre il 90% dei “gang murders” sudafricani si è registrato nella provincia. È un dato che, per il governo, giustifica l’idea di un intervento straordinario a sostegno di una polizia che non riesce più a stabilizzare il territorio con gli strumenti ordinari.

Gauteng: oro illegale e “zama zamas”
La seconda direttrice è Gauteng, la provincia di Johannesburg, dove migliaia di pozzi abbandonati alimentano l’estrazione illegale dell’oro. Le bande di minatori illegali – spesso indicate come zama zamas – sono descritte dalle autorità e dagli analisti come componenti di filiere criminali armate che reclutano manodopera in comunità impoverite, proteggono le attività con violenza e alimentano un indotto di reati nelle aree circostanti.
Il governo stima che in Sudafrica operino circa 30.000 minatori illegali in migliaia di siti e che il fenomeno generi perdite miliardarie legate all’oro sottratto al circuito legale. La dimensione economica del crimine spiega perché Ramaphosa lo descriva come un fattore che mina direttamente sviluppo e stabilità istituzionale.
La cornice sociale: povertà e disoccupazione come terreno di reclutamento
Dentro questa scelta c’è un dato strutturale: la sicurezza in Sudafrica non è separabile dall’economia della sopravvivenza. Nel quarto trimestre 2025, il tasso di disoccupazione ufficiale era al 31,4% e quello “allargato” (che include i lavoratori scoraggiati e chi non cerca attivamente) al 42,1%, numeri tra i più alti al mondo.
La disoccupazione giovanile (15–34) resta un tratto caratterizzante della crisi, con percentuali nell’ordine di grandezza del 40% e oltre.
La povertà, in questo quadro, non è un concetto generico ma una soglia misurata. Statistics South Africa ha fissato per il 2025 la “upper-bound poverty line” a 2.846 rand per persona al mese (prezzi di maggio 2025): è la linea oltre la quale, statisticamente, una persona riesce a coprire bisogni alimentari e non alimentari di base.
Sotto quella cifra si sta dentro un equilibrio fragile che rende più facile il reclutamento in economie illegali o in reti di controllo territoriale, soprattutto dove l’unico reddito disponibile è quello che arriva dai mercati criminali.
In altre parole: lo Stato interviene con i soldati su un territorio dove il crimine non è solo “devianza”, ma spesso infrastruttura economica. È questo intreccio a spiegare perché il dispiegamento militare venga presentato come risposta a una minaccia alla democrazia: perché nelle aree più impoverite l’autorità pubblica compete, giorno per giorno, con poteri armati che offrono lavoro, protezione e punizione.
Una misura eccezionale in un Paese con memoria lunga
Il Sudafrica ha già schierato truppe in anni recenti: nel 2021 durante rivolte violente e nel 2020 per far rispettare alcune misure di lockdown. Ma l’uso dell’esercito in aree urbane segnate da povertà e gang violence riattiva inevitabilmente la memoria dell’apartheid e pone un problema di lungo periodo: i soldati possono sostenere un’operazione di contenimento, ma non sostituiscono una polizia efficace né, soprattutto, una politica sociale capace di ridurre il bacino di reclutamento del crimine.



