Tunisia, repressione senza freni: giornalisti e oppositori in cella

La repressione del dissenso in Tunisia ha raggiunto nuovi livelli con la recente ondata di condanne contro figure di spicco dell’opposizione politica e del giornalismo. La magistratura tunisina ha emesso pesanti pene detentive, tra cui quella di 22 anni inflitta a Rached Ghannouchi, 83 anni, leader del movimento islamista Ennahda ed ex presidente dell’Assemblea tunisina, accusato di aver minato la sicurezza dello Stato.

Detenuto da quasi due anni, Ghannouchi ha rifiutato di partecipare al processo, considerato dal suo partito un atto di persecuzione politica mirato a sopprimere il dissenso.

Le condanne hanno colpito anche altri esponenti dell’opposizione, tra cui ex funzionari governativi e politici rifugiati all’estero, condannati in contumacia a pene che superano complessivamente i 760 anni di carcere. Particolarmente significativa è la condanna della giornalista Chadha Haj Mubarak a cinque anni di prigione, un chiaro segnale del giro di vite sulla libertà di stampa.

Il Sindacato Nazionale dei Giornalisti Tunisini ha immediatamente denunciato la decisione, definendola un grave attacco alla libertà di informazione e chiedendo il rilascio immediato della giornalista.

La Tunisia, un tempo simbolo di transizione democratica nella regione dopo la Rivoluzione del 2011, sta ora sprofondando in un autoritarismo sempre più evidente sotto la presidenza di Kais Saied.

Rached Ghannouchi By Mouad888 – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=101724523

Dalla sua elezione nel 2019, Saied ha progressivamente smantellato le istituzioni democratiche, sospendendo il parlamento, riscrivendo la costituzione e utilizzando la magistratura come strumento di repressione contro oppositori politici, attivisti e giornalisti.

A consolidare questa stretta repressiva è l’introduzione del Decreto-Legge 54 del 2022, noto come legge anti-fake news, che prevede pene severe per chi diffonde informazioni considerate false attraverso i mezzi digitali. Questa norma è stata subito criticata da organizzazioni per i diritti umani e gruppi di difesa della libertà di stampa, che la vedono come un pretesto per censurare il dissenso.

Un caso emblematico è quello della giornalista e avvocata Sonia Dahmani, condannata a due anni di carcere per le sue dichiarazioni sulle condizioni dei migranti subsahariani in Tunisia. La sua vicenda ha sollevato un’ondata di proteste, evidenziando come la legge venga applicata in modo selettivo per colpire le voci scomode al regime.

Nonostante questa repressione, la Tunisia ha registrato un miglioramento marginale nell’Indice Mondiale della Libertà di Stampa pubblicato da Reporter Senza Frontiere, salendo dal 121º al 118º posto nel 2024.

Tuttavia, l’organizzazione ha avvertito che le intimidazioni nei confronti dei giornalisti restano una pratica diffusa, con episodi di violenza e pressioni politiche che minano profondamente l’indipendenza dei media.

Il quadro generale lascia pochi dubbi: la Tunisia si sta allontanando sempre più dai principi democratici che avevano ispirato la Primavera Araba. La comunità internazionale, pur esprimendo preoccupazione, finora non ha esercitato una pressione sufficiente per frenare la deriva autoritaria di Saied.

Nel frattempo, i giornalisti tunisini continuano a operare in un clima di paura, consapevoli che ogni articolo critico potrebbe tradursi in un’accusa formale e in anni di prigione.

Il Presidente della Tunisia Kais Saied – By Quirinale.it, Attribution, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=134864556