L’Italia si regge sul lavoro non pagato delle donne

C’è un modo molto semplice per capire quanto vale davvero il lavoro delle donne in Italia: guardare dove non viene contato. Nelle ore di cura, nelle carriere rallentate, nei contratti fragili accettati perché compatibili con i figli o con un genitore anziano, nelle rinunce che non finiscono nelle statistiche ma cambiano il reddito, l’autonomia, la pensione.

Il Rapporto Italia Generativa 2025, intitolato “La colonna invisibile”, parte da questa contraddizione: le donne sostengono una parte essenziale della vita economica e sociale italiana, ma il loro contributo resta spesso sottovalutato, poco riconosciuto e scarsamente presente nei luoghi dove si decide.

Il rapporto, realizzato dal Centre for the Anthropology of Religion and Generative Studies dell’Università Cattolica, mette insieme dati, analisi e testimonianze per descrivere una frattura che attraversa formazione, lavoro, famiglia, cura, salute, partecipazione e autonomia economica.

Il punto non è soltanto che le donne lavorano meno degli uomini, o guadagnano meno. Sarebbe già grave, ma insufficiente. Il punto è che la disuguaglianza si accumula. All’inizio può apparire contenuta, poi cresce: salari più bassi, carriere più lente, maggiore discontinuità lavorativa, minore accesso ai ruoli apicali, più presenza nei settori meno tutelati.

Alla fine del percorso, questa somma diventa anche pensione. Secondo il rapporto, il divario pensionistico arriva al 28,7% a sfavore delle donne.

È un numero forte, ma va letto per quello che racconta: non una fotografia isolata, bensì il risultato di una vita economica più fragile. Chi ha guadagnato meno, lavorato a intermittenza, rinunciato a ore, incarichi o avanzamenti per reggere la cura familiare, arriva alla vecchiaia con meno protezione. La pensione, in questo senso, non è solo previdenza: è la memoria materiale di tutte le disuguaglianze precedenti.

Uno dei passaggi più importanti del rapporto riguarda lo scarto tra formazione e lavoro. Le donne italiane studiano, si formano, raggiungono risultati importanti, ma questo capitale umano non si traduce automaticamente in pari opportunità.

La distanza non sta solo nelle competenze individuali. Sta nei contesti in cui quelle competenze devono essere riconosciute, retribuite, promosse.

La parola chiave è proprio contesto. Il merito da solo non basta, se l’organizzazione del lavoro resta costruita intorno a un modello di disponibilità piena, presenza lunga, continuità senza interruzioni.

È un modello pensato storicamente su un lavoratore che ha qualcun altro alle spalle a occuparsi della casa, dei figli, degli anziani. Quando quella persona non c’è, o quando è la stessa lavoratrice a dover reggere tutto, la parità formale si svuota.

Qui entra il tema più scomodo: la cura. Non come valore astratto, ma come lavoro concreto. Il rapporto stima che le donne svolgano il 61,6% del lavoro familiare. Nel Sud la quota sale al 70,4%, nelle Isole al 68,4%.

Non è un dettaglio domestico: è una struttura economica. Ogni ora di cura gratuita copre un vuoto di welfare, supplisce a servizi insufficienti, consente al resto del sistema di funzionare pagando meno il costo reale della riproduzione sociale.

Foto Marco Ceschi, CC0, via Wikimedia Commons

Il Mezzogiorno mostra questa frattura con maggiore durezza. Il tasso di mancata partecipazione femminile al lavoro supera il 25% in diverse regioni e arriva al 38,3% in Calabria e al 36,8% in Campania. Anche le retribuzioni mostrano un divario netto: il confronto riportato dal rapporto va dai 28.603 euro medi annui di Milano ai 10.463 euro di Vibo Valentia.

Non tutte le donne, dunque, vivono la stessa condizione. Chi ha reddito, reti familiari solide, lavoro stabile o possibilità di comprare servizi privati riesce almeno in parte a compensare le carenze del sistema.

Chi invece parte da un lavoro povero, da un territorio con pochi servizi, da una famiglia già fragile, paga tutto due volte: prima con il tempo, poi con il reddito. È qui che la questione femminile diventa pienamente una questione sociale.

La maternità resta uno degli snodi decisivi. Non perché sia incompatibile con il lavoro, ma perché l’organizzazione sociale spesso la rende tale. Il rapporto la descrive come una discontinuità che può produrre rallentamenti, ridimensionamenti o ridefinizioni delle traiettorie professionali.

Accanto alla cura dei figli cresce poi quella degli anziani: secondo i dati ripresi nel rapporto, una parte prevalente delle attività di cura considerate riguarda genitori o suoceri, il 58%, contro l’8% destinato ai figli.

È la “doppia morsa” che colpisce molte donne proprio nella fase centrale della vita lavorativa. Da una parte i figli, dall’altra gli anziani; in mezzo un mercato del lavoro che continua a premiare chi può garantire continuità, flessibilità e presenza. Ma quella disponibilità non è neutra: dipende da chi, altrove, si fa carico della vita quotidiana.

Il rapporto ha il merito di non ridurre la disuguaglianza a un unico indicatore. Non c’è solo il salario. Ci sono le ore non pagate, il tempo per sé che manca, la partecipazione sociale ridotta, la salute che ne risente, la minore autonomia economica, la maggiore esposizione alla dipendenza familiare.

E c’è un nesso che spesso resta ai margini del discorso pubblico: senza autonomia economica, anche uscire da situazioni di violenza o controllo diventa più difficile.

La “colonna invisibile”, allora, non è una formula retorica. È il nome di un patto non scritto: il Paese si regge anche su una quantità enorme di lavoro femminile pagato poco, pagato tardi o non pagato affatto.

Un lavoro che tiene insieme famiglie, imprese, territori, anziani, bambini, servizi mancanti. Ma proprio perché viene dato per scontato, resta politicamente debole, economicamente svalutato, statisticamente parziale.

Rendere visibile questa colonna significa smettere di parlare di donne solo quando si discute di quote, maternità o violenza, come se fossero capitoli separati. Salario, cura, pensioni, servizi, povertà, autonomia economica e potere decisionale sono la stessa storia vista da punti diversi.

E questa storia dice che l’Italia non ha soltanto un problema di pari opportunità. Ha un problema di modello sociale. Finché la cura resterà una responsabilità privata e prevalentemente femminile, il lavoro delle donne continuerà a valere meno. E finché quel lavoro varrà meno, la povertà femminile non sarà un incidente: sarà uno degli ingranaggi silenziosi con cui il Paese continua a funzionare.

Foto Archivio Storico Touring Club Italiano, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons