Nelle ultime settimane la magistratura milanese ha fatto una cosa che la politica ha evitato a lungo: ha chiamato per nome lo sfruttamento nel delivery e gli ha dato una forma giuridica capace di incidere sul modello, non solo sui singoli episodi. Il controllo giudiziario prima su Foodinho/Glovo e poi su Deliveroo non nasce dal nulla: arriva dopo anni di denunce, cause, inchieste sindacali e racconti di chi pedala per ore inseguendo consegne pagate a cottimo.
È un passaggio importante perché riconosce che lo “schiavismo” contemporaneo può essere perfettamente urbano, perfettamente digitalizzato, perfettamente compatibile con i contratti e le parole giuste — e proprio per questo va aggredito come sistema.
Se questa iniziativa resterà un episodio, avrà comunque prodotto un segnale: lo Stato può intervenire anche quando lo sfruttamento è mascherato da autonomia, app e flessibilità. Ma la speranza è che sia soltanto l’inizio di un filone più ampio, capace di attraversare settori diversi in cui la povertà viene trasformata in disciplina del lavoro: logistica, appalti, subappalti, servizi a domanda, lavoro “a chiamata” senza tutele.
Perché il punto non è solo il rider, è l’architettura: paghe insufficienti, rischio scaricato sul lavoratore, controllo esercitato tramite procedure e tecnologia. E, come mostrano anche le richieste di documenti rivolte a grandi committenti, la catena non finisce nella piattaforma: finisce dove i profitti e i vantaggi competitivi diventano reali.
Il problema, però, è un altro. Ed è un problema che dovrebbe inquietare chiunque dica di avere a cuore la democrazia, non solo chi sta dalla parte del lavoro. La via giudiziaria contro lo schiavismo “legalizzato” significa anche che esiste un vuoto politico pesante come un macigno. È il segno che la politica non ha governato la questione mentre cresceva, non ha costruito argini, non ha imposto standard minimi, non ha scelto di prevenire.
E quel vuoto non riguarda solo la maggioranza di governo: riguarda soprattutto le forze che, per vocazione e storia, dovrebbero abitare il campo della tutela del lavoro e della dignità salariale. Se a definire l’emergenza sono le procure, significa che il Parlamento e il governo l’hanno trattata come rumore di fondo.
Questo schema è diventato un’abitudine italiana: la magistratura illumina, la politica reagisce; la magistratura delimita, la politica commenta; la magistratura costringe, la politica si divide tra garantismo selettivo e propaganda.
Invece un Paese civile funziona al contrario: la politica previene, la magistratura interviene quando la prevenzione fallisce. Qui siamo al rovescio. E non è un caso che accada proprio mentre il lavoro povero si è normalizzato fino a diventare parte dell’identità economica del Paese.

Il governo Meloni, su questo terreno, porta una responsabilità specifica: ha respinto l’idea di un salario minimo legale come risposta strutturale al lavoro sottopagato, scegliendo una strada che rinvia e diluisce. Nel 2025 la maggioranza ha approvato una delega che, di fatto, ha archiviato l’impianto del salario minimo come lo chiedevano le opposizioni, spostando la questione su un binario che non garantisce automaticamente una soglia retributiva vincolante.
Nel frattempo, però, il mercato non aspetta: se non fissi una soglia, la soglia la decide chi ha più potere contrattuale. E nel delivery — come in altri comparti di lavoro a bassa protezione — il potere contrattuale non sta dalla parte di chi lavora.
Se la politica rifiuta strumenti generali per assicurare un livello minimo di sopravvivenza, il conflitto si sposta su altri piani: vertenze individuali, contenziosi, interventi repressivi. La magistratura, a quel punto, diventa il luogo in cui lo Stato prova a rimediare a posteriori a ciò che non ha avuto il coraggio di fissare a priori. È un rimedio necessario, ma resta un rimedio. E un rimedio non è una politica.
La stessa dinamica si è vista in questi giorni anche fuori dal tema rider, nel caso dell’uccisione a Rogoredo: prima una difesa politica immediata dell’agente, poi il ribaltamento imposto dagli atti e dagli sviluppi dell’indagine e dalla custodia cautelare disposta dal giudice.
Anche qui, a “fare luce” è stata l’azione della Procura, mentre una parte della politica correva a costruire una verità di parte prima ancora che fossero consolidati i fatti.
Non è un dettaglio: è un metodo. La politica non anticipa la complessità, la semplifica; non aspetta gli atti, produce narrazione; e quando gli atti arrivano, rincorre. Così le istituzioni si disallineano e la fiducia pubblica si corrode.
L’azione giudiziaria è preziosa perché rompe l’inerzia. Ma è parziale perché il diritto penale non può sostituire una politica dei redditi, del lavoro e della protezione sociale. Il controllo giudiziario può costringere un’azienda a cambiare procedure, a rinforzare tutele, a correggere prassi. Non può, da solo, risolvere il nodo che resta alla base: un’economia che regge su lavori indispensabili pagati come se fossero accessori.
Non può cambiare l’idea che sia normale lavorare dodici ore e non arrivare a vivere. Per quello serve una scelta pubblica, esplicita: salari minimi, contratti realmente esigibili, responsabilità di filiera, ispezioni, regole sugli appalti, e la volontà politica di dire che la dignità non è un costo opzionale.
Questo Paese tornerà a essere civile quando la politica smetterà di inseguire la magistratura e ricomincerà a precederla: fissando standard, prevenendo gli abusi, imponendo soglie di dignità prima che diventino reati da contestare. La magistratura sta facendo il suo lavoro. La domanda, adesso, è quando la politica ricomincerà a fare il proprio.



