Case promesse, sfratti garantiti

Il governo ha trovato il modo più italiano possibile per affrontare l’emergenza abitativa: promettere case domani e accelerare gli sfratti oggi. Da una parte il Piano casa, con centomila alloggi annunciati in dieci anni, fondi immobiliari, privati da coinvolgere e canoni definiti “accessibili”. Dall’altra il disegno di legge sugli sgomberi e sui rilasci, cioè la parte che non aspetta dieci anni, non cerca investitori e non ha bisogno di rendering: manda avanti la macchina dell’esecuzione.

La casa, nel linguaggio pubblico, è sempre un diritto fondamentale. Lo diventa soprattutto nelle conferenze stampa. Poi, appena si passa dalla retorica alla norma, torna a essere proprietà, rendita, garanzia per il locatore, occasione per fondi e costruttori. Per chi una casa non ce l’ha, o rischia di perderla, resta la promessa. Per chi deve essere mandato via, arriva la procedura.

È qui che l’articolo di Massimo Pasquini sugli sfratti che abbiamo pubblicato oggi coglie il punto: il governo non è inefficiente, è efficiente dalla parte sbagliata. Quando si tratta di rimettere in circolo alloggi pubblici, servono anni, commissari, fondi, compatibilità e tavoli. Quando si tratta di liberare un immobile, lo Stato scopre improvvisamente la velocità. L’amministrazione che impiega un decennio per dare una casa può diventare rapidissima quando deve toglierla.

Il dramma vero non è urbanistico, ma salariale. Ad aprile 2026, secondo Idealista, il canone medio nazionale ha raggiunto i 15 euro al metro quadro, nuovo massimo storico dall’inizio delle rilevazioni. Nelle grandi città un bilocale può mangiare metà dello stipendio netto di un lavoratore, quando non di più. La soglia del 30 per cento del reddito, quella che dovrebbe indicare un costo abitativo sostenibile, è diventata una misura da convegno: utile per le slide, inutile davanti a un contratto d’affitto.

Comprare casa non va meglio. Secondo il diciottesimo Rapporto sull’Abitare di Nomisma, solo il 35,8 per cento degli italiani considera il proprio reddito adeguato a coprire le spese essenziali legate all’acquisto di un’abitazione. La proprietà non è più il passaggio ordinario di una vita lavorativa, ma il risultato di eredità, doppio reddito stabile, mutuo sostenibile e patrimonio familiare. Chi non ha le spalle coperte entra nell’età adulta bussando a un mercato che gli chiede di essere già salvo prima di concedergli un tetto.

Eppure la discussione pubblica riesce ancora a raccontare la casa come un problema di offerta, investimenti, semplificazioni, attrazione dei capitali. Come se bastasse muovere abbastanza cemento e abbastanza denaro per ricostruire un diritto. Ma se il prezzo di partenza è già fuori dalla vita normale delle persone, anche il canone calmierato rischia di diventare uno sconto sulla distanza. È acqua venduta a prezzo ridotto dopo aver privatizzato il pozzo.

Nel frattempo, i presunti giornali di opposizione recitano spesso la parte che Boris aveva già spiegato meglio di qualunque editoriale. Lopez lo dice a René con brutale chiarezza: “Questo Paese non ce l’ha una concorrenza, la concorrenza siamo noi, siamo sempre noi”. Ecco, a volte l’opposizione mediatica italiana somiglia a quella scena: lato A e lato B della stessa fiction, stessa faccia, stessa industria, stessa capacità di decidere cosa merita scandalo e cosa può restare rumore di fondo.

Così l’opposizione giustizialista si avvolge attorno all’ennesimo reperto del berlusconismo, riportato alla luce dalla grazia a Nicole Minetti. La notizia esiste, e le verifiche sulle eventuali incongruenze della domanda di grazia sono materia giornalistica legittima. Ma mentre il sistema mediatico si scalda attorno al mignottume d’eredità berlusconiana, milioni di persone non riescono a pagare un affitto.

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Il moralismo italiano ha questa virtù: trova sempre il dettaglio osceno e perde quasi sempre il quadro sociale. Sa raccontare la villa, la cena, il favore, il nome compromettente, l’amicizia imbarazzante. Molto meno sa raccontare il fatto che un lavoratore possa essere occupato e materialmente escluso dal diritto alla casa. Sa indignarsi per l’ingiustizia spettacolare, purché abbia un volto e un retroscena. Davanti all’ingiustizia ordinaria dell’affitto, invece, torna sobrio. Chiede compatibilità. Chiede coperture. Chiede di non semplificare.

Anche l’opposizione parlamentare dovrebbe uscire da questa ambiguità. Il Movimento 5 Stelle, organo d’informazione del partito del Fatto Quotidiano, ha definito il Piano casa “un disastro totale”, accusando il governo di non incidere sugli affitti cari. Bene. Ma la domanda è se la casa diventa una linea politica autonoma o soltanto un altro modo per inseguire l’agenda emotiva del giornale amico. Se la politica si fa dettare il calendario dal giustizialismo mediatico, finirà sempre sul caso del giorno: oggi Minetti, domani un’intercettazione, dopodomani un fascicolo. Intanto il proprietario alza il canone senza bisogno di essere intercettato.

Il Partito democratico, dal canto suo, non può essere liquidato dicendo che non abbia proposte. Le ha. Ha documenti sul diritto all’abitare, parla di patrimonio pubblico, agenzie per la casa, garanzie all’affitto, edilizia residenziale pubblica, locazioni calmierate. Il problema del Pd non è l’assenza di carta. È l’assenza di conflitto politico proporzionato alla tragedia. Un partito che ha una proposta sulla casa dovrebbe riuscire a trasformarla in una frattura nazionale, non lasciarla dormire in un pdf per non turbare le politiche contro i poveri che gestisce direttamente in molte amministrazioni locali.

Senza casa non c’è libertà. C’è ricatto. Ricatto del proprietario, del datore di lavoro, della famiglia d’origine, del partner, del mercato, della città. Non puoi rifiutare un lavoro se hai paura di perdere il tetto. Non puoi separarti se non puoi pagare un affitto. Non puoi studiare fuori sede se una stanza costa come uno stipendio part-time. La casa è il diritto che rende praticabili molti altri diritti. Quando diventa merce pura, anche la cittadinanza diventa una locazione precaria.

Il governo Meloni questo lo sa, e infatti non sceglie di colpire la rendita. La accarezza. Le chiede collaborazione, le offre semplificazioni, la invita a investire. Ai poveri, invece, offre disciplina. Non il passaggio da casa a casa, ma il passaggio dalla morosità alla colpa. Non una politica pubblica dell’abitare, ma un galateo dell’espulsione.

La casa non è una concessione dei privati. Non è il premio per chi riesce a stare dentro un mercato malato. È un diritto sociale, e come tutti i diritti sociali richiede spesa pubblica, patrimonio pubblico, vincoli, programmazione e conflitto. Se nessuno perde rendita, nessuno guadagna diritto. Il resto è edilizia narrativa.

Forse allora la vera opposizione dovrebbe cominciare da una frase semplice: basta case promesse e sfratti garantiti. Prima di ogni decreto, fondo, convegno e piano decennale, lo Stato dovrebbe assumere un principio elementare: nessuna famiglia fragile fuori casa senza un’alternativa abitativa. Passaggio da casa a casa. Non come eccezione caritatevole, ma come regola civile.

Sarebbe una proposta radicale solo in un Paese abituato a considerare intoccabile la rendita e negoziabile la vita degli inquilini. In un Paese normale sarebbe il minimo. Ma l’Italia, quando si parla di casa, riesce a essere ferocissima con chi non paga e pudica con chi incassa. E questa, più che una politica abitativa, è una morale di classe con il citofono.

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