Per analizzare la vicenda di Chieti, coi figli dei coniugi britannico-australiani Trevaillon sottratti alla potestà genitoriale su ordinanza del Tribunale dei Minori della città abruzzese, è necessario ricorrere a due scenari che si sovrappongono.
Il primo scenario, è quello che ci rappresenta magistralmente Ken Loach. Il regista britannico, da Family Life in poi, ha sempre evidenziato lo scarto sussistente tra il sistema degli interventi pubblici e le specificità individuali. In particolare, le singolarità delle persone appartenenti alle classi marginali o portatori di comportamenti eccentrici.
Nel film Ladybird Ladybird (1994), Ken Loach ci racconta la storia di Maggie (non a caso, vista l’ambientazione nell’Inghilterra thatcheriana). La donna quella che Oltremanica, i servizi sociali, definiscono come una single mother, ovvero una madre senza coniuge o partner, che cresce i figli da sola.
Una condizione resa possibile quando l’Inghilterra disponeva di uno dei migliori sistemi di welfare al mondo, che copriva abbondantemente i bisogni primari. Non è più il caso di Maggie, costretta a lavorare di notte come cantante nei pub, e a lasciare i suoi bambini da soli, di cui però di giorno si prende abbondante cura, nella casa popolare assegnatagli.
Finché lo scoppio di un incendio nella casa, dovuto alla precarietà dell’impianto di riscaldamento, non pone Maggie sotto i riflettori dei servizi sociali. Che le sottraggono la potestà genitoriale. Per Maggie, è l’inizio di un calvario. E’ stata giudicata come genitrice inadeguata. Così, ogni volta che avrà un figlio da un rifugiato paraguaiano, disoccupato, conosciuto poco dopo aver perso i figli, in sala parto ci sarà la presenza di un assistente sociale, pronto a sottrarle i neonati appena partoriti.
Il secondo scenario riguarda una vicenda giudiziaria scoppiata in Italia nel 2019. A seguito di una denuncia di alcuni genitori, secondo i quali i loro figli sarebbero stati plagiati dagli operatori territoriali a cui erano stati affidati, a Bibbiano, vicino Reggio Emilia, irrompono le forze dell’ordine. Il blitz, ordinato dalla magistratura, è innescato da accuse varie, che spaziano dal plagio al peculato.
Lo slogan parlateci di Bibbiano diventa moneta corrente, sia a destra che tra i grillini. La futura premier posa anche davanti al cartello di ingresso al paese, dichiarando a mezzo social che se ne andrà da Bibbiano soltanto “dopo avere finito il suo lavoro.” La vicenda in seguito si sgonfierà in sede giudiziaria.
Questi due scenari, cinematografico il primo, tratto dalla cronaca il secondo, esemplificano la partita che si sta giocando attorno alla famiglia Trevaillon. Le vicende individuali, lungi dall’essere lette nella loro specificità, divengono il pretesto per una battaglia politica.
Nella quale si scontrano in modo grossolano due diverse interpretazioni della vicenda: la prima è quella della difesa della famiglia come istituzione-totem. La seconda concepisce l’azione della magistratura come un intervento sempre e comunque giustificato. Per questo è necessario andare con ordine, per provare a restituire la sua complessità alla vicenda in oggetto.
La famiglia Trevaillon rientra nella casistica di quelle famiglie, molto diffusa nel mondo dell’Anglosfera (USA, Regno Unito, Irlanda, Canada, Australia, Nuova Zelanda) che fa del ritorno alla natura, inteso come uno stile di vita improntato alla sobrietà e lontano dagli agi della modernità, il proprio progetto. Negli USA, per esempio, esistono gli amish, che vivono ancora come se fossero nel XVIII secolo.

E vi sono autori, come Ralph Waldo Emerson, che danno a questo tipo di scelte un sostegno ideologico.
In Inghilterra è possibile scegliere di non mandare i figli a scuola, di educarli privatamente, di accettare una visita periodica dell’Education Board (equivalente del nostro Provveditorato) che ne accerti il grado di istruzione. Si tratta di fenomeni tipici e diffusi nell’Anglosfera, che i nostri magistrati e assistenti sociali non conoscono.
Come i coniugi Trevaillon, da parte loro, non conoscono bene il funzionamento dell’apparato burocratico italiano e le norme che regolano la potestà genitoriale.
Siamo di fronte alla mancanza di comunicazione, che avrebbe potuto essere accertato in altre forme. Constatare, per esempio, lo stato di salute dei bambini, accertarsi che la famiglia Trevaillon stava effettivamente costruendo un edificio destinato ad ospitare le stanze dei piccoli ed ad allacciare le utenze, informarsi del fatto che la loro scelta vegana comporta di non nutrirsi di carni o di latte vaccino.
Si sarebbe anche appurato, in questo modo, che i piccoli Trevaillon non hanno subito alcuna violenza fisica o psicologica, o che non soffrono di denutrizione. Si è invece approdati alla scelta più radicale di sottrarre i minori alla potestà genitoriale. Un provvedimento senza dubbio dettato da preoccupazioni, ma improntato ad una concezione standardizzata, uniforme, monoculturale della famiglia e dell’educazione.
Per dirla con Stanley Cohen, criminologo critico anglo-sudafricano, sono entrati in gioco i depositi di potere. Si tratta di quel meccanismo per cui gli operatori sociali interiorizzano le stesse modalità di approccio trasmesse loro dai colleghi più anziani, veri e propri rituali di azione ispirati da una routine professionale che porta a categorizzare in modo ristretto e semplificatorio i comportamenti individuali e collettivi.
E a stilare, sulla base della vicinanza o lontananza da un modello familiare ed educativo dominante, una classificazione di conformismo o devianza, pericolosità o innocuità. E’ mancata, in altre parole, quella flessibilità che consente di leggere la diversità e di accertarla. Incapacità causata anche da una rigida adesione a schemi e protocolli prestabiliti.
Quanto al secondo scenario, non si può non notare la malafede del centrodestra. Esponenti del governo sono scesi in campo in prima fila, col Guardasigilli pronto ad inviare un’ispezione a Chieti. Il centrodestra si appiglia al totem della famiglia, intesa come organizzazione nucleare tradizionale, che ruota attorno alla figura paterna, come nucleo fondante della società.
A questo bisogna aggiungere il mito del ritorno alla natura, con la terra a rappresentare l’archè ancestrale di ogni comunità, e che trova nel vivere nei campi e nei boschi il proprio compimento. Bisognerebbe spiegare a Salvini e soci che la famiglia Trevallion, di tradizionale, ha poco e niente. Provengono da quella che loro, un tempo, definivano come la perfida Albione, vogliono portare avanti uno stile di vita non conformista, che con Codreanu e Tolkien hanno poco a che fare.
Si tratta evidentemente di una scelta strumentale, compiuta sicuramente anche per prendersi la rivincita per lo scacco subito con la vicenda di Bibbiano. Soprattutto, in vista del referendum confermativo sulla riforma della giustizia, la minaccia di un ispezione presso il Tribunale dei Minori di Chieti, lungi dal testimoniare un reale interesse nei confronti dei minori, punta ad una delegittimazione della magistratura.
Si è agito in modo pregiudiziale, forse leggermente ottuso, ignaro delle diversità. Ma la famiglia del centrodestra è quella degli stupri (80% avvengono in famiglia), della pedofilia (62%), della violenza fisica e psicologica subite e assistite. In questa trappola, mentre ci auguriamo che i piccoli Trevaillon tornino a casa, ci rifiutiamo di cadere.



