Oggi alla Camera non si vota ancora la costruzione di una centrale nucleare. Si vota qualcosa di meno appariscente e forse più importante: il mandato ai relatori per portare in Aula il disegno di legge delega con cui il governo Meloni vuole riaprire la strada all’energia atomica in Italia.
Il passaggio avviene nelle Commissioni riunite Ambiente e Attività produttive, dopo la conclusione dell’esame degli emendamenti. Il testo dovrebbe arrivare nell’Aula di Montecitorio il 26 maggio. Formalmente, dunque, siamo ancora dentro l’iter parlamentare.
Politicamente, però, il governo compie un altro passo verso il ritorno del nucleare: non costruisce oggi gli impianti, ma prepara la cornice normativa che permetterà domani di farlo.
Il dettaglio tecnico in questo caso diventa sostanza politica. Una legge delega non decide tutto subito: autorizza il governo a scrivere più avanti i decreti legislativi, cioè le regole concrete su impianti, autorizzazioni, sicurezza, controlli, filiera industriale e gestione dei siti. Il Parlamento indica la direzione. Il governo, poi, riempie la strada.
Dentro questa strada c’è la novità più delicata: la possibilità per i Comuni di autocandidarsi a ospitare siti e impianti legati al nucleare, compresi depositi temporanei o definitivi per le scorie radioattive. Il governo la chiama partecipazione volontaria. Ma il punto è capire chi partecipa davvero: i cittadini o le amministrazioni locali attirate dalla promessa di risorse?
La parola “autocandidatura” sembra rassicurante. Evoca una scelta libera, un territorio che decide per sé, una comunità che si offre invece di subire un’imposizione dall’alto. Ma un Comune non è automaticamente la sua popolazione. Un sindaco, una giunta o un consiglio comunale possono decidere di aprire una trattativa con lo Stato. I cittadini possono ritrovarsi dopo, quando la scelta è già politicamente incanalata.
Un meccanismo pericoloso. In un Paese di enti locali sottofinanziati, con bilanci fragili e servizi sempre più difficili da garantire, l’autocandidatura rischia di funzionare come una leva economica. Non serve imporre un deposito di scorie a un territorio, se si può spingere un Comune in difficoltà a farsi avanti in cambio di compensazioni, investimenti, lavoro, trasferimenti.
Il governo parla di consenso locale. Ma il consenso locale, senza una consultazione preventiva e vincolante dei cittadini, può diventare consenso amministrativo comprato dalla necessità. E quando la necessità economica entra in una scelta che riguarda scorie radioattive, sicurezza, salute pubblica e futuro di un territorio, la parola “volontario” diventa molto meno limpida.
La questione non è astratta. L’Italia dei piccoli e medi Comuni è fatta spesso di bilanci stretti, personale ridotto, servizi da mantenere con risorse insufficienti, territori svuotati, aree interne in cerca di qualunque investimento.
In questo quadro, offrire soldi o opere compensative in cambio di un sito nucleare significa parlare direttamente alla parte più debole del Paese. Non ai cittadini più informati, non alle comunità più tutelate, ma agli enti locali che hanno meno margini per dire no.
Il secondo punto riguarda la sicurezza. Il nucleare viene presentato come tecnologia pulita, moderna, necessaria alla decarbonizzazione e alla sicurezza energetica. Ma il testo e gli emendamenti raccontano anche altro. Nei passaggi discussi in Commissione entra il ministero della Difesa.
Viene riconosciuto il rischio di attacchi agli impianti in caso di guerra. La competenza non riguarda più solo le centrali per la produzione di energia, ma anche i motori nucleari per le navi. Ai carabinieri del Noe viene affidata una funzione speciale di controllo, già ribattezzata nelle cronache “polizia atomica”.

Sono dettagli che smontano la narrazione più rassicurante. Se il nucleare è soltanto una normale infrastruttura energetica, perché chiamare in causa la Difesa? Perché prevedere il rischio bellico? Perché allargare il campo ai motori per le navi? Perché istituire una sorveglianza speciale?
La risposta è semplice: perché il nucleare non è mai solo energia. È anche sicurezza, scorie, territorio, sorveglianza, rischio industriale e vulnerabilità strategica.
Il governo insiste sulla modernità della scelta. Ma una tecnologia non diventa meno problematica perché viene presentata con il linguaggio della transizione. Il nucleare porta con sé una catena lunga: progettazione, costruzione, costi, tempi, autorizzazioni, controlli, gestione delle scorie, depositi temporanei, depositi definitivi, piani di emergenza, protezione da incidenti e attacchi.
Se questa catena viene affidata a decreti futuri e a Comuni autocandidati, il rischio è che il dibattito pubblico arrivi sempre un passaggio dopo la decisione politica.
Infine c’è il grande rimosso: il voto popolare. Nel 1987, un anno dopo Chernobyl, gli italiani si espressero con tre quesiti che portarono politicamente all’uscita dell’Italia dal nucleare. Nel 2011, dopo Fukushima, tornarono alle urne e bocciarono di nuovo la riapertura della strada atomica.
Non è vero che quei referendum abbiano scritto un divieto eterno e costituzionale. Ma è vero che per due volte il corpo elettorale ha detto no. Dovrebbe contare qualcosa, in una democrazia, e invece no.
Ora il governo non chiede di nuovo al Paese. Non apre una grande consultazione nazionale. Non prevede, almeno per ora, che i cittadini dei Comuni candidati debbano pronunciarsi prima. Procede per legge delega, decreti futuri e disponibilità degli enti locali.
Il messaggio politico è brutale: il referendum appartiene alla storia, la decisione torna ai governi. Quello che gli italiani hanno espresso due volte viene trattato come un ricordo ingombrante, superato dai nuovi equilibri energetici, dagli interessi industriali e dalla retorica dell’autonomia strategica.
Un Paese può anche riaprire il confronto sulla propria strategia energetica. Ma dovrebbe farlo dicendo tutto: quali tecnologie, quali impianti, quali scorie, quali siti, quali rischi, quali costi, quali garanzie, quali consultazioni. E dovrebbe farlo davanti ai cittadini, non sopra la loro testa.
Invece il ritorno del nucleare prende la via più comoda: non convincere il Paese, ma trovare Comuni disponibili. Non costruire consenso informato, ma intercettare amministrazioni bisognose di risorse. Non tornare davanti agli elettori, ma aggirare il peso politico di due referendum.
Il governo parla di partecipazione. Ma se la partecipazione comincia dai bilanci comunali e non dalle comunità, allora non siamo davanti a una scelta libera. Siamo davanti a un mercato del rischio: chi ha più bisogno di soldi, si candida a vivere accanto alle scorie.



