Dalle scuole chiuse ai titoli negati per i migranti

A Baidoa, nel sud della Somalia, la scuola si è fermata insieme agli stipendi. Più di 120 insegnanti che lavoravano con i figli delle famiglie sfollate sono rimasti senza lavoro dopo che i tagli agli aiuti hanno portato alla chiusura di otto scuole nei campi per sfollati interni nell’area di Bookay, a nord della città.

Quegli istituti garantivano istruzione a circa 1.500 bambini. Ora gli insegnanti non riescono più a pagare cibo, acqua, affitto e rette scolastiche per i propri figli. La notizia è stata raccolta da Radio Ergo, il progetto di una Ong danese che produce trasmissioni specializzate nel racconto delle crisi umanitarie e delle comunità colpite da guerra, siccità, sfollamento e povertà.

La storia di Hassan Mohamed Ibrahim mostra con precisione che cosa significhi un taglio alla cooperazione quando arriva dentro una casa. Padre di otto figli, insegnava matematica alla scuola elementare di Gobaadegsoy, sostenuta da SOS Villaggi dei Bambini Somalia. Guadagnava 100 dollari al mese. Quando la scuola ha chiuso, a febbraio, quel reddito è scomparso. Da quattro mesi vive di debiti e di aiuti occasionali.

I negozi non gli fanno più credito finché non salderà 400 dollari di arretrati per cibo e acqua. Le tubature di casa gli sono state tagliate perché non pagava. Per bere deve chiedere ai vicini, che non sempre possono o vogliono aiutarlo. Anche la corrente elettrica è stata staccata. Il proprietario gli chiede 120 dollari di affitto arretrato entro la fine di maggio.

La perdita del lavoro dell’insegnante diventa immediatamente perdita di scuola per i figli. Tre bambini di Hassan hanno smesso di frequentare sia la scuola elementare sia quella coranica perché il padre non riesce più a pagare la retta mensile di 5 dollari per ciascuno. Abdimajid Ali Salad, un altro insegnante, racconta una caduta simile. Insegnava scienze nella scuola primaria e media di War-miraale, dentro un progetto sostenuto da Save the Children terminato a febbraio.

Guadagnava 200 dollari al mese. Senza quel salario, la famiglia è stata sfrattata dalla stanza in cui viveva per due mesi di affitto non pagato, pari a 60 dollari. Due dei suoi figli hanno lasciato la scuola perché non poteva più versare 20 dollari complessivi di retta mensile.

Qui la povertà educativa non è una formula astratta. È una catena. La scuola chiude perché finisce un finanziamento. L’insegnante perde il salario. Il salario perduto cancella cibo, acqua, affitto, elettricità. Poi cancella anche la scuola dei figli dell’insegnante. Il taglio che doveva colpire un progetto produce un’intera generazione di conseguenze.

Secondo Hassan Macalin Mohamed, coordinatore per l’istruzione delle comunità sfollate a Bookay, le otto scuole servivano alcune delle famiglie più povere di Baidoa, persone che non possono permettersi nemmeno mezzo dollaro di tasse scolastiche. Almeno 1.500 bambini sono ora fuori dal sistema scolastico e costretti a restare a casa.

Le infrastrutture scolastiche, rimaste inutilizzate, si stanno deteriorando. L’appello è rivolto alle autorità educative e alle organizzazioni umanitarie somale: ripristinare il sostegno, riaprire le scuole, riportare i bambini in classe.

Il caso di Baidoa non è un incidente isolato. È una scena locale dentro una crisi globale. Il Global Education Monitoring Report dell’UNESCO avverte che gli aiuti all’istruzione sono diminuiti bruscamente nel 2024 e che potrebbero calare di oltre il 25% entro il 2027: il peggior arretramento dagli anni Novanta.

La stessa UNESCO stima che nel mondo 272 milioni di bambini, adolescenti e giovani siano fuori dalla scuola. In Somalia, la crisi educativa si intreccia con sfollamento, conflitto, siccità e povertà: per i bambini appena sfollati, il tasso di frequenza scolastica può scendere al 21%, contro il 39% dei coetanei non sfollati.

Ma la storia non finisce quando qualcuno riesce, nonostante tutto, a studiare. Esiste una seconda forma di povertà educativa, meno visibile ma altrettanto politica: quella che colpisce chi un titolo lo ha ottenuto, ma non riesce a farlo riconoscere nel paese in cui arriva. È il caso di molti migranti, rifugiati e titolari di protezione internazionale in Europa e in Italia.

Prima la cooperazione internazionale arretra nei paesi fragili, rendendo più difficile l’accesso alla scuola. Poi, quando una parte di quelle persone riesce comunque a formarsi e a migrare, il titolo di studio può perdere valore davanti a procedure amministrative, barriere linguistiche, costi, documenti mancanti, percorsi di riconoscimento lenti o frammentati.

Foto AMISOM Public Information / Tobin Jones, CC0, via Wikimedia Commons

Il paradosso è evidente. Da un lato, nei paesi attraversati da guerra, sfollamento e povertà, la scuola dipende spesso da progetti umanitari esposti ai tagli dei donatori. Dall’altro, nei paesi d’arrivo, la formazione ottenuta altrove viene spesso sospesa in una zona grigia: non cancellata formalmente, ma resa difficile da usare.

Così l’istruzione diventa un diritto intermittente. Vale finché c’è un finanziamento. Vale finché una scuola resta aperta. Vale finché un documento non si perde durante una fuga. Vale finché un ufficio, un’università, un ordine professionale o un datore di lavoro accettano di tradurre quel percorso in valore legale e lavorativo.

In Italia il problema non riguarda soltanto chi non ha potuto studiare. Riguarda anche chi ha studiato e non riesce a far valere ciò che sa. Eurostat misura questa frattura attraverso il tasso di sovraqualificazione: persone con un livello di istruzione superiore rispetto a quello richiesto dal lavoro che svolgono. Nel 2024, nell’Unione europea, i cittadini non UE avevano i tassi più alti di sovraqualificazione rispetto ai cittadini nazionali.

Per l’Italia, il quadro è particolarmente pesante: nel 2025 Eurostat indica un tasso di sovraqualificazione del 37% tra i cittadini stranieri nell’UE, contro il 20% dei cittadini nazionali; nelle serie precedenti, l’Italia risulta tra i paesi dove il divario tra cittadini stranieri e nazionali è più marcato.

Anche ISTAT mostra quanto il titolo di studio produca ritorni diversi a seconda della cittadinanza. Nel 2024 il tasso di occupazione degli stranieri laureati in Italia è pari al 69%, contro l’85,7% degli italiani laureati. Ancora più significativo: per gli stranieri il tasso di occupazione dei laureati è persino inferiore a quello degli stranieri diplomati, che arriva al 69,9%.

È il segno di un mercato del lavoro che assorbe manodopera straniera, ma spesso non riconosce pienamente competenze, diplomi, lauree e professionalità.

Per i rifugiati e i titolari di protezione internazionale esistono strumenti specifici. CIMEA, il centro italiano di informazione sulla mobilità e le equivalenze accademiche, rilascia gratuitamente attestati di comparabilità per qualifiche di studio estere a persone con status di asilo politico o protezione sussidiaria in Italia.

Il servizio serve a rendere più trasparente il titolo conseguito all’estero, indicando il livello della qualifica e la sua collocazione rispetto al sistema italiano ed europeo.

Ma l’esistenza di un canale non cancella la questione di fondo: tra diritto formale e accesso reale resta una distanza che pesa soprattutto su chi arriva da paesi in guerra, da sistemi scolastici fragili, da percorsi interrotti o da fughe in cui i documenti possono essere perduti.

Baidoa e l’Italia sembrano lontane. In realtà raccontano due momenti della stessa esclusione. A Baidoa il taglio agli aiuti chiude le scuole, licenzia gli insegnanti, lascia a casa 1.500 bambini. In Italia la mancata valorizzazione dei titoli esteri costringe molte persone istruite a ricominciare da zero, accettare lavori sottoqualificati, perdere reddito, status e possibilità di autonomia.

Nel primo caso si impedisce a un bambino di entrare in classe. Nel secondo si impedisce a un adulto di trasformare quella classe in lavoro, dignità e riconoscimento sociale.

La povertà educativa non è solo assenza di banchi, libri e insegnanti. È anche il furto del futuro contenuto in un titolo di studio. Quando un progetto chiude in Somalia, quando un diploma non viene riconosciuto in Italia, quando una laurea diventa invisibile davanti a un datore di lavoro, il messaggio politico è lo stesso: il sapere dei poveri, degli sfollati e dei migranti vale meno.

È questa la doppia cancellazione da nominare. Prima si taglia la scuola dove è più fragile. Poi si svaluta la scuola quando arriva con il corpo di chi migra.

Foto Rakoon, CC0, via Wikimedia Commons