Per anni ci hanno spiegato che gli F-35 erano il futuro e che chi li contestava non capiva il mondo. I pacifisti erano ingenui, arretrati, ideologici, incapaci di misurarsi con la guerra moderna. I governi, di destra e di centrosinistra, ripetevano che quei caccia erano indispensabili per la sicurezza nazionale, per l’industria, per l’occupazione, per il prestigio internazionale dell’Italia.
Ora la Corte dei Conti consegna una fotografia molto meno eroica: 11,84 miliardi di euro spesi al giugno 2025 per sviluppo, produzione, stabilimento di Cameri e attivazione dei siti; costi condivisi più che triplicati rispetto alle stime iniziali; governance in mano agli Stati Uniti; assenza di vera condivisione delle tecnologie; impossibilità per l’Italia di incidere sulle decisioni; ritorno tecnologico marginale del Polo di Cameri. Il caccia del futuro, insomma, assomiglia sempre più a un fallimento del presente.
Non è una vittoria morale del pacifismo astratto. È una vittoria dei numeri, della contabilità pubblica, della politica industriale e perfino della sovranità nazionale. Perché i pacifisti venivano accusati di non capire la difesa, ma il punto era esattamente l’opposto: vedevano prima degli altri che dietro la parola “difesa” si stava costruendo un gigantesco meccanismo di dipendenza militare, industriale e tecnologica dagli Stati Uniti.
La Corte dei Conti lo scrive con il linguaggio sobrio della magistratura contabile. L’Italia è un “mero partner” del programma. La leadership è solamente americana. La qualità di partner ha prodotto assenza di condivisione delle tecnologie sviluppate, crescita non bilanciata del know-how, carente trasparenza sui costi e assenza di effettiva condivisione delle proprietà intellettuali. Tradotto: paghiamo molto, decidiamo poco, impariamo meno di quanto ci era stato promesso.
Questa è la prima sconfitta del militarismo italiano: aver venduto come autonomia strategica ciò che somiglia molto di più a una dipendenza di lusso. Gli F-35 non hanno consegnato all’Italia il controllo della tecnologia più avanzata. Hanno consegnato all’Italia un posto dentro una filiera comandata altrove, con costi decisi altrove, aggiornamenti decisi altrove, proprietà intellettuali custodite altrove.
Eppure per anni la retorica è stata opposta. Chi chiedeva di tagliare o cancellare il programma veniva trattato come un disturbatore del progresso. Gli F-35 erano il prezzo da pagare per essere moderni, seri, occidentali, credibili. Erano l’aereo che avrebbe garantito sicurezza, lavoro, industria, tecnologia. Ogni obiezione veniva liquidata come propaganda pacifista.
Oggi quella propaganda militarista sbatte contro i suoi stessi bilanci. Secondo la Corte, il programma ha assorbito il 17,5 per cento della spesa per investimenti nel settore Difesa, pari a 786 milioni di euro all’anno. Al giugno 2025 erano già stati spesi 11,84 miliardi. A questi si aggiungono gli oneri del nuovo programma Gcap, il caccia di sesta generazione con Regno Unito e Giappone, per il quale risultano già spesi 2 miliardi fino al 2025.
La seconda sconfitta è quella dei costi. Il programma ha subito ritardi pesanti: la fase sperimentale avrebbe dovuto concludersi nel 2012, ma è terminata nel 2023; la produzione a pieno ritmo è arrivata solo nel 2024, invece che nel 2015. Questi ritardi hanno generato maggiorazioni di costo che si sono scaricate anche sui partner.
La componente dei costi condivisi è il punto più rivelatore. La previsione iniziale per l’Italia era di 904 milioni di dollari. La contribuzione già assentita su base contrattuale è arrivata a 2,835 miliardi di dollari. Un ulteriore aumento potrebbe portarla a 3,276 miliardi. In pratica, una componente di costo più che triplicata, senza che l’Italia possa davvero incidere sui processi decisionali che la determinano.
Che razionalità c’è in un programma militare in cui un Paese paga costi crescenti ma non controlla le decisioni che li fanno crescere?
La terza sconfitta è industriale. Cameri doveva essere la grande promessa: il Polo Trivalente per produrre assiemi alari, assemblare i velivoli, manutenerli e aggiornarli. È costato 1,31 miliardi di euro. La partecipazione industriale italiana ha raggiunto 7,4 miliardi di dollari di volume contrattuale, ma il dato è inferiore di 2,25 miliardi rispetto alla stima iniziale. Quanto al ritorno tecnologico, la Corte lo definisce marginale rispetto al programma nella sua interezza: più assemblaggio, manutenzione, meccanica e avionica che accesso al cuore tecnologico avanzato, come radar e sensoristica.
Altro che grande salto tecnologico. Non una Silicon Valley della difesa, ma una grande officina specializzata dentro una filiera comandata dagli Stati Uniti. Utile, certo. Strategica per alcuni segmenti industriali, certamente. Ma molto lontana dalla narrazione trionfale con cui il programma è stato difeso per anni.

Anche l’occupazione racconta la distanza tra propaganda e realtà. La riduzione del piano di acquisizione da 131 a 90 velivoli ha abbassato le stime occupazionali: da 10 mila posti a una forbice tra 3.500 e 6.400. L’occupazione effettiva nel 2024 è di 3.861 unità, in gran parte dentro Leonardo e per oltre metà presso il Polo di Cameri.
Poi c’è l’altra grande favola: il caccia del futuro. Gli F-35 sono stati presentati come il vertice della modernità bellica. Ma il futuro, in questo programma, arriva sempre dopo, sempre più tardi e sempre più caro. Il Government Accountability Office degli Stati Uniti ha scritto che la modernizzazione Block 4, destinata a fornire molte delle capacità promesse, è attesa non prima del 2031, almeno cinque anni oltre la previsione originaria; alcune capacità sono state rinviate a futuri programmi di modernizzazione non ancora definiti.
Questo non significa che l’F-35 sia un aereo tecnicamente irrilevante. Sarebbe una scorciatoia facile e contestabile. Significa però che il “caccia del futuro” è diventato un futuro permanentemente rinviato: ritardi software, aggiornamenti necessari, costi di modernizzazione, capacità ridotte o spostate più avanti. Non sono ancora pienamente maturi e già chiedono altri soldi per restare al passo.
Il punto politico è che questo fallimento non appartiene a un solo governo. È il prodotto perfetto del riarmo bipartisan italiano. L’Italia entra nel programma Joint Strike Fighter con il centrosinistra: il primo memorandum viene sottoscritto nel 1998, durante il governo D’Alema.
Nel 2002 il governo Berlusconi conferma la partecipazione alla fase di sviluppo. Nel 2007 il governo Prodi firma il memorandum per produzione, supporto e sviluppi successivi. Nel 2009, ancora Berlusconi, arriva il piano da 131 velivoli. La ricostruzione parlamentare e quella di Pagella Politica confermano questa catena di responsabilità: centrosinistra, centrodestra, governi tecnici, tutti dentro lo stesso binario.
Il centrosinistra non può chiamarsi fuori. Ha spesso criticato gli F-35 nel linguaggio pubblico, soprattutto quando il tema diventava scomodo davanti al proprio elettorato. Ma nella sostanza di governo ha accompagnato il programma.
D’Alema apre la porta. Prodi firma la fase produttiva. I governi successivi non escono. Renzi promette revisioni, Pinotti rinvia dentro il Libro Bianco, Gentiloni non chiude. La destra, dal canto suo, ha fatto anche peggio: ha trasformato quel programma in una prova di fedeltà atlantica, fino agli attuali rilanci della spesa militare.
E oggi Meloni si muove nella stessa traiettoria. Mentre il governo litiga sul 5 per cento del Pil alla Nato e mentre Crosetto chiede più risorse per la difesa, il documento programmatico del ministero prevede l’acquisizione di 115 velivoli, modificando ancora la precedente decisione di fermarsi a 90. La Corte avverte che questo mitigherà alcuni effetti negativi industriali della riduzione, ma determinerà una nuova lievitazione dei costi del programma.
Ecco il cuore del problema. Da destra a sinistra, la politica italiana ha parlato degli F-35 come di una scelta inevitabile. Ma inevitabile non era. Era una scelta. Una scelta di campo militare, industriale, diplomatica ed economica. Una scelta che ha subordinato miliardi di spesa pubblica a un programma guidato dagli Stati Uniti.
Gli F-35 sono stati presentati come l’aereo della modernità. Oggi somigliano al monumento di un’epoca politica che ha confuso la fedeltà agli Stati Uniti con l’interesse nazionale, la spesa militare con la sicurezza, l’assemblaggio industriale con il progresso tecnologico.
La Corte dei Conti non scrive manifesti pacifisti. Fa conti. E proprio per questo la sua analisi è più devastante di uno slogan: dimostra che, su uno dei programmi militari più costosi della storia italiana recente, i pacifisti non erano fuori dal mondo. Erano fuori dal coro. E il coro, ora, presenta il conto.



