Rogoredo, oltre l’omicidio: la zona franca che resta

Mentre scoppia la consueta polemica su mele marce o sistema corrotto, sullo sfondo resta un tema che fa paura affrontare: che cosa è diventato davvero Rogoredo, e che cosa le istituzioni hanno accettato che diventasse.

L’omicidio di Abderrahim Mansouri e il fermo del poliziotto accusato di omicidio volontario hanno riacceso i riflettori, ma il nodo è più ampio e più antico: un territorio in cui spaccio, consumo, marginalità estrema e violenza convivono da anni a ridosso di una grande stazione e di quartieri abitati.

Rogoredo, oggi, non è più il “boschetto” compatto di qualche anno fa. Dopo tagli, bonifiche e riassetti, l’area si presenta come un mosaico di fasce verdi, scarpate, terrapieni ferroviari, tratti di vegetazione residua e passaggi laterali tra stazione, via Sant’Arialdo, via Cassinis e le zone verso Porto di Mare e il confine con San Donato.

Ma la funzione di schermatura non è scomparsa: si è spostata e frammentata. Tra binari, aree verdi che costeggiano la ferrovia, sottopassi, sterrati e tratti poco illuminati, restano spazi sottratti allo sguardo ordinario della città, dove non si nascondono solo scambi e consumo di droga, ma anche aggressioni, rapine e delitti.

Il punto non è dimostrare che esista un problema di ordine pubblico: quel problema è già documentato. A Rogoredo e nelle aree limitrofe si registrano da tempo episodi gravi, tra reati legati allo spaccio, violenze e rapine.

Nel 2019 un giovane venne accoltellato alla gola nel boschetto e fu contestato un tentato omicidio; nell’ottobre 2025, durante un’operazione interforze ad “alto impatto”, furono controllate 681 persone, con denunce e due arresti per rapina; nel febbraio 2026, in via Orwell vicino alla stazione, due pusher sono stati arrestati e sono stati sequestrati anche coltelli. Sono fatti che descrivono una pressione criminale continua, non episodica.

Per questo Rogoredo non può essere raccontata solo come “degrado” o solo come “piazza di spaccio”. È un pezzo di città dove si accumulano fragilità sociali, dipendenze, economia criminale e conflitti, e dove la risposta pubblica è spesso arrivata per ondate: controlli straordinari, bonifiche, arretramento del fenomeno, ricomparsa in aree vicine.

Già nel 2021, in sede istituzionale, veniva riconosciuto che si trattava di una delle più grandi piazze di spaccio e consumo e che il problema non spariva semplicemente con il risanamento di una porzione di bosco, perché lo spaccio tende a spostarsi.

“File:Palazzina Ex Chimici di Rogoredo (Gennaio 2020).jpg” by Marcuscalabresus is licensed under CC BY-SA 4.0.

Ed è esattamente ciò che è avvenuto: il fenomeno si è ricollocato lungo i binari, nei passaggi verso la stazione, nelle aree verdi adiacenti e nei territori di confine della cintura sud-est. In altre parole, non è stato risolto: è stato ridistribuito nello spazio.

Questo produce effetti concreti su più livelli: sicurezza dei residenti e dei pendolari, vulnerabilità delle persone dipendenti, pressione sui servizi, tensioni nei comuni confinanti, esposizione quotidiana a reati predatori e violenza.

La criticità più seria, allora, è di governo del territorio. A Rogoredo non manca l’intervento pubblico: manca, da anni, una continuità pienamente efficace tra i diversi interventi.

Ordine pubblico, presidio urbano, illuminazione, manutenzione, salute mentale, dipendenze, riduzione del danno, presa in carico sociale e coordinamento metropolitano non possono funzionare come binari separati. Quando accade, il risultato è una gestione a segmenti: si colpisce un pezzo del problema e un altro pezzo riemerge subito accanto.

Anche perché il territorio è già riconosciuto, sul piano sanitario e sociale, come una “scena aperta” di consumo e spaccio che richiede interventi specifici. Il progetto coordinato da ATS nell’area di Rogoredo-Parco Porto di Mare nasce proprio per ridurre rischi, agganciare le persone ai servizi e contenere l’impatto sociosanitario e sociale del fenomeno.

Sul campo opera stabilmente anche un presidio mobile di riduzione del danno con interventi sanitari e di aggancio. Questo significa che la natura strutturale della crisi è nota alle istituzioni da anni.

La questione aperta oggi, quindi, non riguarda soltanto la responsabilità individuale in una singola vicenda giudiziaria. Riguarda una responsabilità pubblica più larga: avere lasciato che Rogoredo restasse una zona in cui lo Stato compare spesso in forma emergenziale, ma fatica ancora a garantire una regia stabile e verificabile di sicurezza, salute e diritti.

Finché questo nodo non viene affrontato per quello che è, ogni nuova tragedia sembrerà un’eccezione. In realtà, continuerà a nascere dentro una storia già conosciuta.

“Area ex cascina Palma Rogoredo nov2021” by Terramargia is licensed under CC BY-SA 4.0.