Via Quarti, la “legalità” che spegne la luce a Baggio

A Baggio, in via Quarti, lo Stato è entrato come entra quasi sempre quando decide di farsi vedere nei quartieri popolari: con una massa di divise, lampeggianti, controlli, perquisizioni. Poi se n’è andato. E quello che resta non è un dato di cronaca, è una scena di guerra.

Finestre spente, scale al buio, famiglie senza corrente e in alcuni casi senza gas, bambini che piangono, anziani che non capiscono se devono avere paura della notte o di chi bussa alla porta. La città si divide sui “risultati”, il quartiere resta a fare i conti con le conseguenze.

La Prefettura rivendica l’intervento dentro le “Operazioni Interforze Periferie”, con i numeri che fanno sempre impressione: centinaia di operatori, centinaia di persone controllate, arresti, indagati, sequestri. È la grammatica dell’ordine pubblico: misurare l’efficacia a quantità, a verbali, a sostanze trovate, a porte forzate e locali contatori riaperti.

È una grammatica che può perfino avere ragione, se la domanda è solo una: “quante persone avete controllato?”. Ma qui la domanda è un’altra: che cosa produce, sul terreno, una sicurezza che arriva a scosse e se ne va lasciando il buio?

Via Quarti non è un indirizzo neutro, nessuno lo sostiene. È un pezzo di Milano dove abuso e criminalità convivono con fragilità vere, con famiglie numerose, con minori, con persone con disabilità, con chi è in regola e vive comunque in un contesto degradato. Proprio per questo la modalità non è un dettaglio tecnico, è politica pubblica.

Se durante un’operazione si staccano utenze “per sicurezza” e l’effetto collaterale è che rimangono senza luce anche nuclei regolari, se il sovraccarico dei riallacci improvvisati si scarica su chi paga le bollette e resta comunque al buio, allora la linea tra intervento e punizione collettiva si fa sottile. E quando quella linea si rompe, non resta “la legalità”: resta l’arbitrio percepito.

Il racconto di don Giuseppe Nichetti, parroco a Baggio, è quello che l’istituzione spesso non sa o non vuole vedere: la sera dopo lo sgombero le Discepole del Vangelo si ritrovano la casa invasa da mamme con bambini che chiedono una tazza di tè caldo.

Non è folclore religioso, è un pezzo di welfare reale che si attiva perché non c’è altro. È qui che Milano dovrebbe fermarsi un secondo: perché se il piano di emergenza, nei quartieri popolari, finisce per essere “le suore”, allora l’ordine pubblico non è un pezzo dello Stato. È lo Stato quasi intero.

Intorno a via Quarti esiste una rete: associazioni, volontariato, parrocchie, educatori, doposcuola, sostegni informali. È un lavoro lento, quotidiano, fatto di fiducia costruita in mesi e persa in un mattino. E quando Comune e territorio dicono di non essere stati messi nelle condizioni di gestire l’impatto sociale dell’operazione, non stanno facendo una battaglia di competenze.

Stanno dicendo una cosa semplice: la sicurezza senza coesione sociale non stabilizza, sposta il problema e lascia macerie. Anche perché i protocolli e le linee di coordinamento, nati dopo sgomberi massivi che hanno segnato la città, esistono proprio per evitare che l’intervento si trasformi in trauma, soprattutto quando in mezzo ci sono minori e fragilità.

Ma la verità più scomoda è fuori dalla cronaca di un giorno: finché il sistema della casa pubblica resta un imbuto, ogni “ripristino della legalità” rischia di essere una fotografia, non una soluzione. Milano ha graduatorie piene e case che restano vuote per tempi lunghi, con manutenzioni che non arrivano e turni di assegnazione che non assorbono il bisogno.

E intanto la macchina amministrativa procede a bandi, piattaforme, requisiti, esclusioni: la domanda per l’ERP passa dal digitale, la soglia economica è rigida, i percorsi sono selettivi, e l’occupazione abusiva diventa un marchio che può precludere l’accesso per anni.

Dentro questo schema, chi sta fuori non sparisce: resta, si arrangia, entra dove può. E quando arriva il blitz, la città discute se “difende gli abusivi” o “difende gli onesti”, come se la realtà fosse un talk show e non un quartiere.

La domanda, allora, non è se serva la legalità. La domanda è quale legalità. Quella che entra a intermittenza, fa rumore e poi consegna la notte a chi rimane? O quella che tiene insieme regole e servizi, contrasto alla criminalità e manutenzione, presidio e presa in carico, controlli e alternative concrete per non trasformare ogni sgombero in un trasferimento di disperazione da una scala all’altra?

A via Quarti la notte arriva sempre prima. Il punto è chi arriva prima dello Stato, quando lo Stato se ne va.