Il 4 luglio, INPS e Corte dei conti hanno firmato un protocollo biennale per «rafforzare la collaborazione contro le indebite percezioni» dell’Assegno di inclusione (Adi) e del Supporto formazione lavoro (Sfl). Scambio semestrale di banche dati, ispezioni mirate, algoritmi anti-raggiro: la notizia è rimbalzata sui social come l’ennesima offensiva ai “furbetti” del welfare.
Ma qual è la dimensione economica che stiamo mettendo sotto la lente? Nel bilancio preventivo 2025 l’INPS stanzia 5 miliardi 692 milioni per l’Adi e 641 milioni per lo Sfl: in tutto 6 miliardi 333 milioni di euro destinati alle famiglie più fragili. Per far funzionare l’intero Istituto – stipendi, reti informatiche, affitti e naturalmente controlli – la voce “spese di funzionamento” vale 4 miliardi 966 milioni.
Dentro quella cifra ci sono anche i controlli antifrode. Gli ispettori INPS erano 761 a fine 2024 (in discesa dagli 884 del 2022) con 403 assunzioni autorizzate ma ancora da completare. Se si ipotizza un costo complessivo di circa 65 000 euro l’anno per ispettore – stipendio, oneri, dotazioni – l’intero corpo di vigilanza costa meno di 50 milioni di euro: lo 0,8 % dei fondi Adi + Sfl, cioè due centesimi per ogni euro che raggiunge i beneficiari. Anche aggiungendo i nuovi software di “data matching” si fatica a superare l’1,5 %.
E le frodi? La Guardia di Finanza, tirando le somme sui cinque anni di vita del vecchio Reddito di cittadinanza, ha contato irregolarità pari all’1,8 % dei beneficiari e all’1,9 % delle somme erogate. In altre parole, novantotto euro su cento sono andati a chi ne aveva diritto.
Il gioco delle proporzioni
Mettere il faro mediatico su quel due per cento è legittimo – il denaro pubblico va difeso – ma ha un effetto collaterale: sposta la discussione politica dall’ampiezza della povertà all’eccezione della frode. Il protocollo firmato in questi giorni diventa così la “notizia di copertina”, mentre resta sullo sfondo il dato che conta: un trasferimento medio di poco più di 500 euro al mese per circa due milioni di persone, in un Paese dove l’Istat continua a registrare oltre cinque milioni di individui in povertà assoluta.
Una priorità rovesciata
Quando il refrain pubblico è tutto sui controlli, il rischio è che la strategia «contro la povertà» si trasformi in una strategia contro i poveri: si alzano barriere d’accesso, si riducono le platee, si legittima l’idea che il problema non sia la mancanza di reddito ma la moralità di chi ne fa richiesta. Intanto, la spesa effettiva per l’Adi è già inferiore di circa un miliardo rispetto all’ultima annualità del vecchio Reddito di cittadinanza.
Serve vigilanza, certo. Ma i numeri suggeriscono che il cuore dell’emergenza non è la truffa: è la povertà stessa. Concentrare titoli, conferenze stampa e – alla lunga – norme su un asunto che vale meno del due per cento dei fondi significa dare al pubblico la sensazione di un’emergenza che, in termini contabili, non c’è. E distogliere l’attenzione dall’altra emergenza, molto più silenziosa: salari fermi, affitti in salita, servizi sociali regionali a macchia di leopardo.
Morale: se davvero vogliamo “serietà” nella spesa pubblica, cominciamo col rispettare la proporzione tra le cifre. E ricordiamoci che ogni euro speso per inseguire l’eccezione non deve farci perdere di vista i novantanove che dovrebbero aiutare chi è povero per davvero.



