C’è chi la povertà la misura in percentuali e chi la subisce in giorni senza luce o affitto. Nelle stesse ore in cui Il Sole 24 Ore pubblica un editoriale di Marco Fortis per spiegare che la povertà in Italia è “un falso mito” – o almeno, un problema meno esteso di quanto sembri – la legge di bilancio del governo Meloni taglia di nuovo i fondi per combatterla. È un cortocircuito perfetto: mentre si racconta un Paese più ricco, si impoveriscono gli strumenti per chi ricco non è.
Fortis invita a guardare ai dati Eurostat, che descrivono un’Italia “non in caduta libera” ma segnata da forti diseguaglianze territoriali. Il vero problema, sostiene, non è un collasso generale ma il divario strutturale tra Nord e Sud. Un’Italia doppia, dove il reddito e i servizi cambiano a seconda della latitudine. Fin qui, un’analisi condivisibile: il disagio è diseguale, non uniforme. Ma il punto cieco è altrove. Perché mentre gli economisti ridisegnano la geografia della povertà, la politica la scava più a fondo.
La manovra 2026, firmata Giorgetti e Meloni, prevede infatti un taglio netto al Fondo povertà: meno 267 milioni di euro. Una riduzione del 65% delle risorse destinate ai servizi sociali che accompagnano i beneficiari dell’Assegno di inclusione (Adi). È la misura con cui il governo aveva promesso di sostituire il Reddito di cittadinanza, dichiarando “finito il tempo dell’assistenzialismo”. Peccato che quel tempo sembri finito solo per i poveri, non per gli slogan.
Il paradosso è che la stessa relazione tecnica della legge di bilancio ammette un aumento della spesa per la parte monetaria del sussidio – più 380 milioni nel 2026 – ma lo compensa sottraendo fondi ai servizi di inclusione sociale e lavorativa. In sostanza: si distribuisce qualche euro in più per mantenere la misura in vita, ma si toglie ciò che serve per renderla efficace.
Entro il 2035 i tagli cumulati arriveranno a 1,65 miliardi di euro. Così, dopo aver dimezzato la platea del Reddito di cittadinanza, ora si smantella anche il tessuto di sostegno sociale intorno all’Assegno di inclusione.
A pagare saranno i Comuni e gli Ambiti Territoriali Sociali, che finanziano percorsi di formazione, inserimento lavorativo e supporto psicologico. Servizi che, nelle parole del Piano Nazionale Sociale, “costituiscono livelli essenziali delle prestazioni sociali”, cioè diritti minimi che lo Stato deve garantire per assicurare pari opportunità e dignità di vita.
Ma quei livelli, a conti fatti, si stanno abbassando. Dal potenziamento del servizio sociale professionale ai Progetti Utili alla Collettività, dall’educativa domiciliare alle équipe multidisciplinari (assistenti sociali, educatori, psicologi), tutto rischia di rimanere sulla carta.
È una doppia negazione: da un lato si nega la povertà come emergenza, dall’altro si tagliano le gambe alle politiche che dovrebbero contrastarla.
Così il “falso mito” di cui parla Fortis si rovescia nel suo opposto: la povertà negata diventa povertà prodotta.
Il Mezzogiorno resta indietro, ma anche chi vive al Nord si accorge che la retorica dei “meritevoli e non meritevoli” non paga l’affitto né evita lo sfratto.
La Caritas italiana, nel suo rapporto 2025, ha parlato di “limitato interesse per la lotta alla povertà”. Un eufemismo che nasconde una realtà brutale: non si tratta solo di disattenzione, ma di una scelta politica.
In nome del rigore, si taglia la radice stessa della coesione sociale.
Un Paese che discute se la povertà esista ancora, mentre la riduce a nota di bilancio, rischia di diventare non solo più diseguale ma anche più cieco.
Forse il vero mito non è la povertà, ma la sua invisibilità. E la contabilità, ancora una volta, si rivela la forma più elegante dell’indifferenza.



