La povertà italiana non è più soltanto quella che si vede nelle mense, nelle file davanti ai pacchi alimentari o nei dati ufficiali sull’indigenza. È una povertà più larga, più quotidiana, più difficile da fotografare: famiglie che lavorano ma non risparmiano, giovani che studiano ma partono, malati che rinviano le cure, studenti che finiscono la scuola senza strumenti adeguati, territori che perdono abitanti, competenze e fiducia.
Il Rapporto Italia 2026 dell’Eurispes racconta un Paese che non è semplicemente in difficoltà. Racconta un Paese in cui la vulnerabilità è diventata normale.
Il primo dato è quello più brutale: solo il 24,4% delle famiglie riesce a risparmiare. Il 75,6% non mette nulla da parte. Significa che tre famiglie su quattro vivono senza margine, senza cuscinetto, senza protezione davanti a un imprevisto. Un guasto, una visita medica, una bolletta più alta, una rata, una spesa scolastica possono bastare a mandare fuori equilibrio il bilancio domestico.
Il 62,1% delle famiglie arriva a fine mese con difficoltà. Un terzo, il 33,1%, deve usare i risparmi accumulati in passato per riuscirci. È una forma di impoverimento silenziosa: non si cade subito, si scivola. Si consuma il patrimonio familiare, si rimanda ciò che non è urgente, si taglia dove si può.
La casa resta il punto più fragile. Il pagamento dell’affitto mette in difficoltà il 45,6% delle famiglie. Seguono le utenze, che pesano sul 28,7%, il mutuo sul 27,2% e le spese mediche sul 25,5%. La povertà, dunque, non entra solo dal mancato lavoro. Entra anche dal costo dell’abitare, dell’energia, della salute. Entra da quelle spese che non sono lussi, ma condizioni minime per vivere.
Anche la percezione del Paese è cupa. Il 57,3% dei cittadini ritiene che l’economia italiana sia peggiorata nell’ultimo anno. Per il 47,8% peggiorerà ancora nei prossimi dodici mesi. Solo l’8,6% immagina un miglioramento. Non è solo statistica: è sfiducia incorporata nelle scelte quotidiane. Se pensi che domani andrà peggio, spendi meno, rischi meno, investi meno, fai meno figli, parti più facilmente.
E infatti la questione salariale è il cuore del problema. Secondo Eurispes, tra il 2001 e il 2023 i salari reali in Italia sono diminuiti del 3,3%. Dopo la crisi del 2007 la contrazione cumulata è stata del 6,7%. Nello stesso periodo, la Francia ha registrato un aumento del 18,7%, la Germania del 14,8%, la Spagna del 4,9%. L’Italia non è ferma: è arretrata rispetto agli altri.
Il recupero del 2025 non basta a cambiare il quadro. Le retribuzioni sono cresciute del 3,3% su base annua a settembre, con un’inflazione headline all’1,3% e una core al 2,1%. Ma il picco inflazionistico dell’8,1% del 2022 non è stato pienamente recuperato dalle retribuzioni contrattuali. È qui che si forma la povertà da lavoro: non nella mancanza assoluta di occupazione, ma nel fatto che lavorare non garantisce più stabilità.
Il ceto medio è il luogo in cui questa trasformazione diventa più evidente. Eurispes parla apertamente di una classe sociale che fatica a riconoscersi e a sopravvivere economicamente. Il potere d’acquisto del ceto medio italiano, calcolato sui salari reali, è sceso di circa il 7,5% dal 2021. Nel 2023 il reddito reale delle famiglie si è ridotto dell’1,6%, mentre beni essenziali come utenze, cibo e medicine sono cresciuti più dell’inflazione generale. La ricchezza netta delle famiglie, compresi immobili, azioni e risparmi al netto dei debiti, è diminuita del 5,5% tra il 2014 e il 2024.
Questa non è solo crisi dei poveri. È restringimento della società. I confini tra ceto medio e fasce fragili si fanno più sottili. Chi prima pensava di essere al sicuro oggi scopre di dipendere dal patrimonio accumulato dai genitori, dalla casa di famiglia, da un aiuto informale, da una rete privata. Ma una società che vive consumando le riserve del passato non sta costruendo futuro: sta vendendo tempo.
La concentrazione della ricchezza aggrava il quadro. Il 10% più ricco delle famiglie italiane detiene il 59,9% della ricchezza nazionale, mentre la metà più povera ne possiede appena il 7,4%. Nel 2024 la ricchezza dei 71 miliardari italiani è aumentata di 61,1 miliardi di euro, al ritmo di 166 milioni al giorno, fino a raggiungere 272,5 miliardi. Da una parte famiglie che non riescono a mettere da parte nulla; dall’altra patrimoni che crescono a velocità irraggiungibile.
La povertà passa poi dalla salute. Nel 2026 il 34,6% degli italiani ha rinunciato ai controlli medici periodici, contro il 27,2% del 2025. Il 32,1% ha rinunciato alle cure odontoiatriche, il 23,4% alle visite specialistiche, il 19,8% a terapie o interventi medici, il 15,7% all’acquisto di medicinali. Quando una persona rinuncia a curarsi non perché non ne abbia bisogno, ma perché non può permetterselo, il diritto alla salute resta scritto nella legge ma si rompe nella vita reale.
Il dato sui medicinali mostra anche il divario territoriale: la rinuncia è al 9,9% nel Centro, al 12,9% nel Nord-Est, ma sale al 21,2% nel Sud e al 24,1% nelle Isole. Il corpo, in Italia, non si cura allo stesso modo ovunque. La malattia pesa di più dove il reddito è più basso, i servizi sono più deboli e l’accesso al privato è meno praticabile.

La povertà educativa è l’altra faccia della stessa frattura. Secondo il Rapporto Nazionale Invalsi 2025 richiamato da Eurispes, il 12,3% degli studenti alla fine del primo ciclo è a rischio di dispersione scolastica implicita. In Calabria, Sicilia e Sardegna il dato supera il 20%, mentre nel Nord resta sotto il 10%. Alla fine del secondo ciclo, l’8,7% conclude il percorso con apprendimenti del tutto inadeguati.
Non è un dettaglio scolastico. È il punto in cui la disuguaglianza diventa ereditaria. Il rischio di povertà educativa è più che doppio tra gli studenti di famiglie economicamente svantaggiate. È quasi triplo tra chi ha accumulato ritardi scolastici: 32,2% contro 11%. Sale ancora tra gli studenti di prima generazione immigrata: 22,5% contro 11,6%.
Una scuola che non riesce a compensare il punto di partenza produce adulti più fragili: più esposti al lavoro povero, più dipendenti dalle reti familiari, meno capaci di difendersi nella giungla digitale, burocratica, finanziaria. Il problema non è soltanto quanti abbandonano i banchi. È quanti restano a scuola senza ricevere davvero gli strumenti per cambiare vita.
Anche l’università mostra segni di arretramento. Tra il 2010 e il 2019 la popolazione studentesca complessiva si è ridotta del 4,7%. Le università statali sono passate dal 92% all’87,4% delle iscrizioni totali, mentre le telematiche sono salite dal 2,2% al 6,2%, con una crescita del 169%. Nel 2023-2024 gli iscritti complessivi erano 2.026.774, ma il sistema si è spostato: le statali raccolgono il 78,4%, le non statali il 21,6%.
Il problema non è la tecnologia in sé. È la qualità dell’accesso. Nelle università telematiche il rapporto iscritti/docente arriva a 139,5 a 1, lontanissimo dalla media Ocse di 15 a 1 e molto sopra le statali, ferme a 29,4. Se l’istruzione superiore diventa sempre più segmentata per reddito, territorio e qualità dell’offerta, anche l’università smette di essere ascensore sociale e diventa un altro filtro di classe.
Poi c’è il cibo. L’Italia è uno dei grandi sistemi agroalimentari d’Europa, con un export che nel 2024 ha sfiorato i 70 miliardi di euro. Eppure il 9,9% della popolazione non può permettersi un’alimentazione adeguata. Nel Mezzogiorno il dato sale al 12,5%. Tra gli under 35 che vivono da soli arriva al 17,8%, tra le famiglie monogenitoriali al 13,6%, tra chi ha bassa istruzione al 13,7%, tra gli stranieri al 17,9%.
È il paradosso italiano: eccellenza alimentare per l’export, insicurezza alimentare per una parte crescente della popolazione. Il 2,7% degli italiani dichiara di non avere risorse sufficienti per acquistare il cibo necessario; nel Mezzogiorno la quota sale al 4,3%. La povertà alimentare non significa solo non mangiare. Significa mangiare peggio, comprare prodotti meno sani, rinunciare alla qualità, dipendere dal prezzo più basso.
Il Sud attraversa tutte queste fratture. Non è una questione separata. È il punto in cui povertà economica, educativa, sanitaria e alimentare si concentrano. Il ricorso ai risparmi cresce spostandosi dal Nord verso il Mezzogiorno: dal 27-28% delle regioni settentrionali si passa al 34,2% del Centro fino a oltre il 39% al Sud e nelle Isole. È la geografia concreta della vulnerabilità.
E poi ci sono i giovani. Eurispes stima che l’Italia perda almeno 34.700 giovani ogni anno e 1,66 miliardi di Pil. Ogni partenza è una perdita doppia: per chi se ne va, costretto a cercare altrove ciò che qui non trova; e per il territorio che resta, privato di competenze, energia, natalità, domanda, futuro.
Il declino demografico chiude il cerchio. Nel 2025 l’Italia ha registrato per il terzo anno consecutivo un minimo storico delle nascite, avvicinandosi alla soglia dei 355.000 nati vivi. Il 30% della popolazione ha più di sessant’anni. Un Paese che invecchia e lascia partire i giovani si ritrova con meno lavoratori, meno contribuenti, meno famiglie nuove, più pressione su sanità e pensioni.
La povertà, allora, non è una voce del bilancio pubblico. È il modo in cui un Paese smette di garantire possibilità. Quando il 75,6% delle famiglie non risparmia, quando il 62,1% arriva a fine mese con difficoltà, quando i salari reali arretrano, quando un terzo degli italiani rinuncia alla prevenzione medica, quando uno studente su cinque in alcune regioni del Sud rischia la dispersione implicita, non siamo davanti a problemi separati.
Siamo davanti a un modello sociale che non protegge più abbastanza.
La domanda politica è semplice: quanto può durare un Paese in cui lavorare non basta, studiare non garantisce mobilità, curarsi dipende dal portafoglio, mangiare bene diventa un privilegio, nascere al Sud pesa ancora come una condanna statistica?
Il Rapporto Eurispes 2026 non dice soltanto che l’Italia è più povera. Dice qualcosa di più grave: l’Italia sta diventando un Paese in cui la povertà non è più un’eccezione da correggere, ma una condizione ordinaria da amministrare.



