L’Australia ha deciso di portare in tribunale una delle più grandi multinazionali chimiche del mondo. Il governo federale ha avviato un’azione legale contro 3M e 3M Australia per la contaminazione da PFAS in 28 basi militari, chiedendo oltre 2 miliardi di dollari australiani di danni.
L’accusa è pesante: l’azienda avrebbe nascosto o non comunicato pienamente informazioni sui rischi ambientali delle schiume antincendio AFFF, presentandole come sicure anche quando, secondo Canberra, conosceva elementi contrari.
I PFAS sono le cosiddette “sostanze chimiche eterne”: non si degradano facilmente, si accumulano nell’ambiente e possono contaminare suolo, acque superficiali e falde.
Per decenni sono stati usati in molti settori industriali, ma nelle basi militari hanno avuto un impiego specifico e massiccio: le schiume antincendio per spegnere incendi di carburante e per addestrare il personale alle emergenze.
Non si tratta soltanto della causa contro un’azienda, parliamo di responsabilità pubblica. Perché quelle schiume non sono finite da sole nei terreni e nelle acque. Sono state acquistate, stoccate, usate, scaricate, smaltite. E a farlo, per anni, sono state anche strutture militari.
Il governo australiano sostiene che 3M abbia omesso informazioni decisive. Secondo la causa, la società avrebbe trattenuto dati sui rischi ambientali, non avrebbe comunicato pienamente ciò che sapeva sugli effetti delle schiume e avrebbe fornito rassicurazioni su smaltimento e sicurezza ambientale non coerenti con le conoscenze disponibili all’epoca.
3M respinge l’impostazione, afferma di non aver mai prodotto PFAS in Australia e ricorda di aver cessato la vendita dei prodotti contestati nel Paese circa vent’anni fa.
La partita giudiziaria stabilirà se e quanto l’azienda dovrà pagare. Ma il punto politico è già visibile: per riparare i danni, finora, ha pagato soprattutto il contribuente.
La Difesa australiana ha già speso oltre 1,3 miliardi di dollari australiani per indagini, gestione, bonifiche e interventi legati alla contaminazione. Ora il governo prova a recuperare quei costi da chi, secondo l’accusa, avrebbe fornito un prodotto pericoloso tacendone i rischi.
Ma c’è una domanda che non può essere consegnata soltanto ai tribunali: che cosa sapevano le autorità militari, e quando?
Un rapporto parlamentare australiano ricostruisce che, dagli anni Settanta fino alla metà degli anni Duemila, le schiume antincendio contenenti PFOS e PFOA prodotte da 3M furono utilizzate dalla Difesa alla base RAAF di Williamtown e in altre strutture militari.
Nel 2000 3M annunciò l’eliminazione volontaria della produzione di PFOS dopo il confronto con l’agenzia ambientale statunitense. Nel 2002 completò quella fase di uscita. Nel 2003 l’autorità australiana per le sostanze chimiche industriali raccomandò che i prodotti antincendio contenenti PFOS/PFOA fossero limitati agli usi essenziali e non impiegati per addestramento o test.
Nello stesso anno, un rapporto interno della Difesa australiana mise nero su bianco elementi che oggi suonano come un avviso ignorato. Le schiume AFFF usate dalla Difesa contenevano fluorotensioattivi non biodegradabili, persistenti nell’ambiente, bioaccumulabili e tossici.

Il documento segnalava che le pratiche di uso e gestione dei reflui non erano coerenti e spesso risultavano sotto gli standard migliori. Avvertiva inoltre che in molte strutture militari le acque contaminate da schiume antincendio non venivano raccolte o smaltite correttamente, con il rischio di contaminazione dei terreni della Difesa, delle proprietà vicine, di torrenti, dighe e bacini.
Questa è la parte più scomoda. Se nel 2003 esisteva già una valutazione interna così chiara, la responsabilità non può fermarsi al produttore. La condotta industriale è un pezzo della storia. L’altro pezzo riguarda chi ha continuato a utilizzare, gestire e smaltire quei prodotti in siti pubblici, spesso accanto a comunità civili.
Il caso australiano mostra una dinamica ricorrente nelle contaminazioni ambientali: l’azienda produce, vende e rassicura; lo Stato compra, usa e sottovaluta; le comunità scoprono dopo anni di vivere vicino a terreni, acque e alimenti potenzialmente contaminati. Quando il danno emerge, la catena delle responsabilità è lunga e tutti provano a spostare il peso sul tratto precedente.
Nel 2007 la Difesa australiana pubblicò linee guida sulla gestione delle schiume AFFF riconoscendo i possibili impatti negativi dei prodotti storici e stabilendo che il prodotto 3M Lightwater non dovesse più essere acquistato. Ma il problema, a quel punto, non era più solo cosa comprare in futuro. Era cosa fare con ciò che era già stato disperso.
Le comunità vicine alle basi militari hanno pagato il prezzo più concreto. La contaminazione da PFAS non è un concetto astratto: significa pozzi da controllare, terreni da monitorare, corsi d’acqua sospetti, consumo di pesce o prodotti locali da limitare, valori immobiliari colpiti, paura sanitaria. Significa scoprire che l’inquinamento non arriva da una fabbrica lontana, ma da una base dello Stato.
Il paradosso è evidente: strutture nate per la difesa nazionale possono diventare fonti di vulnerabilità per chi vive intorno. La sicurezza militare, se non controllata, produce insicurezza ambientale. L’addestramento contro gli incendi lascia in eredità sostanze che restano per decenni.
L’Australia non è un caso isolato. Negli Stati Uniti, il Dipartimento della Difesa ha identificato centinaia di installazioni dove PFAS potrebbero essere stati usati o rilasciati. 3M ha già accettato un accordo miliardario con i gestori delle reti idriche pubbliche americane, mentre altre cause sono state intentate da enti statali e locali.
È una delle grandi partite ambientali e sanitarie del nostro tempo: chi paga il costo delle sostanze che l’industria ha presentato come progresso e che oggi si rivelano eredità tossiche?
La risposta giudiziaria può individuare colpe, risarcimenti, omissioni e danni. Ma la risposta politica deve andare oltre. Le basi militari sono spesso zone opache, separate dal territorio che le circonda, protette da logiche di sicurezza nazionale e meno esposte al controllo ordinario. Proprio per questo la trasparenza dovrebbe essere più forte, non più debole.
Nel caso PFAS, il problema non è soltanto avere usato una sostanza poi rivelatasi pericolosa. Il problema è quanto tempo sia passato tra i primi segnali, le prime raccomandazioni, i primi rapporti interni e gli interventi effettivi. Ogni anno di ritardo in una contaminazione persistente non è burocrazia: è dispersione ulteriore, esposizione ulteriore, costo pubblico ulteriore.
La causa contro 3M serve a stabilire se l’azienda debba restituire ai contribuenti australiani una parte enorme delle spese sostenute. Ma non deve diventare una via d’uscita comoda per lo Stato. Perché il punto non è scegliere tra colpa privata e colpa pubblica. Il punto è riconoscere che le due possono convivere.
Una multinazionale può aver nascosto informazioni, minimizzato rischi, venduto prodotti pericolosi. Un apparato militare può averli usati troppo a lungo, gestiti male, comunicato tardi, lasciato che l’inquinamento uscisse dai propri confini. In mezzo ci sono le comunità che non hanno scelto né il prodotto né l’addestramento, ma si ritrovano con l’acqua da bonificare.
La lezione australiana riguarda tutti: quando la sicurezza viene invocata per sottrarre pezzi di territorio al controllo pubblico, il conto può arrivare decenni dopo. E quasi sempre lo paga prima chi vive lì.



