L’Alleanza contro la povertà riscrive la manovra finanziaria

In Italia ci sono 5,7 milioni di persone in povertà assoluta. Non sono di meno dell’anno scorso. È questo il punto di partenza da cui l’Alleanza contro la povertà si è presentata davanti alle Commissioni Bilancio per dire al governo: con la legge di Bilancio 2026 qualcosa si muove, ma non basta. La povertà non sta scendendo: si è “cristallizzata”, come ha ricordato il portavoce Antonio Russo. E quando una quota di popolazione povera si stabilizza, vuol dire che il sistema di protezione non la intercetta più.

C’è poi un secondo dato che rende tutto più urgente: con il passaggio dal Reddito di cittadinanza all’Assegno di inclusione la platea dei sostegni si è dimezzata. Da 1,3 milioni di nuclei si è scesi a circa 697 mila. Non perché in pochi mesi siano usciti dalla povertà centinaia di migliaia di italiani, ma perché le nuove regole escludono una parte del bisogno. La domanda che l’Alleanza pone al Parlamento è secca: dove sono finite, oggi, le famiglie che erano povere “ieri” e che ora non ricevono più nulla?

Dentro questo contesto la manovra mette alcune cose giuste. Togliere il mese di sospensione dell’Assegno dopo i primi 18 mesi è un passo nella direzione della continuità, e rivedere l’Isee escludendo la prima casa apre la porta a più famiglie. Anche l’aumento di risorse per l’Adi, il piccolo incremento per il Supporto alla formazione e al lavoro, il consolidamento del Fondo povertà e il rifinanziamento della “Carta dedicata a te” vanno letti come segnali che il tema non è sparito dal radar del governo.
Il punto, però, è che così si resta nel perimetro dell’aggiustamento amministrativo.

L’Alleanza chiede di trasformare queste novità in un sistema che non lasci buchi. Se elimino la sospensione, devo anche garantire tempi certi e uniformi per le rivalutazioni dei nuclei e linee guida chiare ai servizi sociali, altrimenti il “buco” lo crea la burocrazia. Se correggo l’Isee, devo dire al Paese che l’ho fatto: una revisione silenziosa non allarga davvero la platea. E devo monitorare spesso e in modo pubblico chi entra, da dove viene, che caratteristiche ha, perché oggi i dati su Adi e Sfl sono sparsi e poco frequenti. Senza dati non si governa la povertà, la si subisce.

“banco alimentare” by Radio Alfa is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.

C’è poi un tema di dimensione finanziaria. Le risorse aggiuntive sono considerate “un passo avanti”, ma l’Alleanza fa notare che arrivano dopo due anni di restrizione della platea e con un’inflazione che ha eroso il valore reale dei trasferimenti. Per riportare la lotta alla povertà al livello in cui era quando è nata, la richiesta è di tornare al massimo storico: 8,8 miliardi l’anno. Non è una cifra inventata: è la soglia che permette di coprire sia i trasferimenti monetari sia il lavoro dei servizi sociali che devono prendere in carico le persone (piani, valutazioni, progetti utili alla collettività).

Se il Fondo povertà resta fermo, i livelli essenziali delle prestazioni restano sulla carta e i Comuni non reggono il carico dell’Adi.
Un altro punto toccato dall’Alleanza è la difesa delle risorse destinate alle imprese che assumono beneficiari dell’Adi e di quelle per il Fondo povertà e inclusione attiva. Tagliare qui significherebbe spezzare il ponte tra sostegno al reddito e lavoro, cioè proprio quella parte della riforma che il governo ha sempre detto di voler rafforzare.

Accanto alla manovra, infine, c’è il capitolo delle riforme più profonde, quelle che servono a rimettere la misura italiana di contrasto alla povertà sui binari per cui era nata. Si chiede di tornare all’universalismo selettivo – prima guardo se sei povero, poi vedo se sei occupabile – e non al sistema a categorie che di fatto esclude i giovani adulti senza carichi di cura. Si chiede di accorciare a due anni il requisito di residenza per i cittadini di Paesi terzi, in linea con l’Europa.

Si chiede di permettere a chi lavora di cumulare entro una certa soglia il reddito con l’Adi, perché altrimenti si crea la solita trappola: se lavori perdi tutto e resti povero lo stesso. Si chiede l’indicizzazione automatica all’inflazione, perché un trasferimento fermo mentre i prezzi corrono si svuota in fretta. Si chiede di proteggere di più chi paga un affitto, perché il peso della casa è oggi uno dei fattori che spinge le famiglie sotto la soglia. E, soprattutto, si chiede trasparenza: un Osservatorio pubblico che pubblichi mensilmente dati disaggregati e una relazione annuale al Parlamento per aggiustare il tiro.

Detto così, non è più un elenco di sei più dieci cose. È un’unica idea: la povertà non è diminuita, anzi rischia di essere diventata strutturale; la manovra fa qualche passo, ma va agganciata a una strategia che riporti dentro chi è rimasto fuori con il passaggio dal Reddito di cittadinanza; per farlo servono più soldi, più dati e più coerenza tra Stato centrale e Comuni. Il resto sono virgole.

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