Nel 2025, mentre UN Women celebra il suo quindicesimo anniversario, il mondo si trova di fronte a un paradosso tanto inquietante quanto rivelatore.
Da una parte ci sono i progressi indiscutibili ottenuti negli ultimi decenni, con milioni di donne che hanno conquistato diritti, spazi, rappresentanza e opportunità. Dall’altra, però, i dati raccontano una realtà che smentisce qualunque facile retorica sul progresso lineare: la spinta verso la parità di genere sta rallentando, in molti casi addirittura invertendosi.
È un segnale d’allarme forte, che emerge con chiarezza dalle pagine del rapporto ufficiale pubblicato da UN Women, un documento che incrocia i dati provenienti da oltre 150 governi e fotografa un mondo in cui, nel giro di pochi anni, il vento è cambiato. Cambiato in peggio.
Il report, presentato in occasione dei trent’anni dalla Dichiarazione di Pechino e dei venticinque anni dalla Risoluzione 1325 su Donne, Pace e Sicurezza, parla chiaro: quasi un paese su quattro sta vivendo un arretramento attivo dei diritti delle donne.
I numeri sono inquietanti. Un sondaggio globale condotto a marzo 2025 rileva che la preoccupazione per la mancanza di progressi in materia di parità di genere è cresciuta del 60% rispetto agli anni precedenti. La violenza contro le donne è in aumento, in ogni continente, senza eccezioni.
Il divario digitale, invece di ridursi come ci si sarebbe aspettati in un mondo sempre più interconnesso, si sta ampliando, relegando milioni di donne ai margini non solo dell’economia ma persino dell’accesso alle informazioni e alle competenze minime per vivere nella società contemporanea.
Ma c’è un dato che più di ogni altro restituisce la drammaticità di questo momento storico. Oggi, più di 600 milioni di donne e ragazze vivono nelle immediate vicinanze di zone di conflitto. È la cifra più alta mai registrata. Guerre, crisi umanitarie, disastri climatici e instabilità geopolitica non sono eventi neutrali: colpiscono in modo sproporzionato le donne, che si ritrovano vittime due volte. Della guerra e della discriminazione strutturale.
Il rapporto è spietato nel ricordare come tutto ciò che è stato faticosamente costruito negli ultimi decenni non solo non è scontato, ma è esposto a rischi enormi. Le conquiste sui diritti riproduttivi, sull’accesso all’istruzione, sulla partecipazione politica e sull’autonomia economica oggi sono sottoposte a un attacco costante.
In molti paesi si assiste a un ritorno di forme di controllo, restrizioni, limitazioni legali e culturali che rimettono le donne esattamente dove erano decenni fa: fuori dai luoghi dove si decide, fuori dai circuiti del potere economico, fuori dalle stanze in cui si costruisce il futuro.

E non si tratta di fenomeni marginali o isolati. L’arretramento dei diritti delle donne avviene ovunque, sia nei paesi considerati più fragili che nelle democrazie consolidate. Le stesse economie avanzate, spesso pronte a esportare modelli di empowerment femminile, oggi devono fare i conti con un impoverimento crescente che colpisce in modo selettivo le donne, soprattutto quelle che appartengono ai gruppi più marginalizzati: migranti, lavoratrici precarie, donne con disabilità, madri sole.
La povertà femminile sta crescendo a ritmi più veloci rispetto a quella maschile. Il lavoro di cura, quasi sempre non retribuito o sottopagato, continua a gravare in modo sproporzionato sulle spalle delle donne, frenando ogni possibilità di emancipazione economica reale. E mentre la retorica internazionale continua a celebrare la parità come un obiettivo condiviso, la realtà è che mancano — e in modo clamoroso — i finanziamenti necessari per sostenere le politiche di genere.
UN Women lo scrive senza giri di parole: senza investimenti massicci e strutturali la parità resta uno slogan vuoto. I fondi stanziati dai governi e dalle istituzioni internazionali sono drammaticamente inferiori rispetto agli impegni presi. E mentre il settore privato si affanna a riempire di parole come “diversità” e “inclusione” le proprie campagne di marketing, quando si tratta di destinare risorse reali ai programmi per l’emancipazione femminile, il silenzio è quasi totale.
Eppure, i dati mostrano quanto questi investimenti, quando vengono fatti, abbiano un impatto concreto. Solo nel 2024, grazie al lavoro diretto di UN Women, oltre 2,3 milioni di donne e ragazze che vivono in contesti di crisi hanno avuto accesso ad assistenza vitale, protezione e sostegno.
In 49 paesi sono stati migliorati i servizi per le sopravvissute alla violenza di genere. Le riforme legislative a favore delle donne sono aumentate in modo significativo nei paesi che hanno collaborato con le Nazioni Unite. Ma tutto questo è una goccia nell’oceano, se il quadro globale resta quello di un arretramento sistemico.
La Direttrice esecutiva di UN Women, Sima Bahous, ha usato parole che suonano come un ultimo avvertimento. “Questo non è il momento di arretrare. È il momento di spingere avanti, con più forza, con più coraggio, con più risorse”. Perché il rischio è che l’arretramento diventi la normalità.
Che ci si abitui, senza neanche rendersene conto, a un mondo dove il corpo delle donne torna a essere un campo di battaglia politico e sociale, dove i diritti diventano privilegi per poche e dove la parola uguaglianza torna a essere un’utopia lontana, confinata ai comunicati stampa delle istituzioni internazionali.
Il 15° anniversario di UN Women non è una celebrazione. È un grido d’allarme. Perché i progressi fatti, se non vengono difesi e rilanciati con forza, rischiano di essere inghiottiti da un’ondata globale di regressione, violenza e povertà. La parità di genere non è mai stata un punto d’arrivo. Oggi più che mai è, semplicemente, una linea del fronte.



