L’ultimo rapporto OCSE, il “Survey of Adult Skills 2023“, ci pone di fronte a una realtà difficile: quasi il 28% della popolazione adulta italiana ha competenze di base insufficienti per affrontare le sfide del mondo contemporaneo. Numeri che ci collocano tra i peggiori in Europa, superati solo dalla Turchia con il 31%.
La media OCSE, di gran lunga inferiore, si ferma al 19%, mentre Paesi come Finlandia (9%), Norvegia (10%) e Giappone (11%) offrono un esempio virtuoso di quanto un sistema educativo efficace possa fare la differenza.
Non è solo questione di numeri. Il rapporto sottolinea come l’analfabetismo funzionale, la difficoltà di comprendere e utilizzare testi o dati per risolvere problemi concreti, abbia implicazioni profonde per l’inclusione sociale, la competitività economica e la partecipazione democratica. In Italia, però, nonostante decenni di consapevolezza del problema, i progressi sono stati minimi.
Il confronto con i dati del 2012, primo ciclo del “Programme for the International Assessment of Adult Competencies (PIAAC)”, lo dimostra chiaramente: il nostro Paese è rimasto praticamente fermo, mentre altrove, come in Corea del Sud e Paesi Bassi, si sono registrati miglioramenti del 3-5%.
Un elemento che aggrava il quadro italiano è il divario territoriale. Mentre regioni del Nord come Lombardia ed Emilia-Romagna si avvicinano alla media OCSE, attestandosi attorno al 20%, le regioni del Sud soffrono di un ritardo strutturale.
In Calabria, Sicilia e Puglia, oltre il 35% della popolazione adulta non raggiunge competenze sufficienti, un dato che riflette non solo le carenze del sistema scolastico, ma anche la mancanza di politiche efficaci di formazione continua.

Queste difficoltà non sono nuove. Già negli anni Ottanta, Tullio De Mauro, uno dei più grandi linguisti italiani, aveva denunciato la portata del fenomeno, stimando che oltre il 30% della popolazione fosse analfabeta funzionale. Per De Mauro, il problema non era solo educativo, ma culturale: un sistema incapace di promuovere la lettura, la curiosità intellettuale e l’uso critico delle informazioni.
L’impatto dell’analfabetismo funzionale si riflette su vari aspetti della vita economica e sociale. In Italia, il tasso di occupazione degli adulti con basse competenze è del 44%, contro una media OCSE del 56%.
Questo si traduce in una forza lavoro meno competitiva e in un divario crescente in settori chiave come la tecnologia e l’innovazione. Inoltre, l’analfabetismo funzionale limita la partecipazione politica: chi non comprende appieno le informazioni difficilmente prende parte attiva alle scelte collettive.
Non meno importante è il divario digitale. Solo il 42% degli italiani con basse competenze utilizza internet regolarmente, rispetto al 68% della media OCSE. Questa esclusione digitale è un moltiplicatore delle disuguaglianze e rappresenta una sfida enorme in un mondo sempre più connesso.
Paesi come Finlandia e Corea del Sud dimostrano che il cambiamento è possibile. La Finlandia ha investito in un sistema scolastico che punta non solo sulle competenze tecniche, ma anche sul pensiero critico e sulla partecipazione attiva. La Corea del Sud, invece, ha creato un programma di alfabetizzazione per adulti che combina istruzione tradizionale e formazione digitale, raggiungendo risultati impressionanti.
In Italia, invece, le politiche si sono concentrate più sulla quantità che sulla qualità. Non basta aumentare la spesa per l’istruzione (attualmente al 4% del PIL, in linea con altri Paesi OCSE): servono riforme mirate, come programmi di formazione permanente e incentivi per le aziende che investono in competenze.
Come ricordava De Mauro, “un Paese che ignora il sapere condanna il proprio futuro”. L’analfabetismo funzionale è una sfida collettiva che richiede risposte immediate. Non si tratta solo di migliorare i numeri delle statistiche internazionali, ma di costruire una società più equa, competitiva e inclusiva. E per farlo, il tempo è ora.



