Il Parlamento britannico ha votato con una larga maggioranza – 370 sì contro 137 no – per impedire che le donne siano perseguite penalmente per aver interrotto una gravidanza, anche oltre il limite attuale di 24 settimane, in Inghilterra e Galles. Il provvedimento, inserito in un emendamento al Crime and Policing Bill e presentato dalla deputata laburista Tonia Antoniazzi, rappresenta la più grande riforma in materia di aborto dal 1967.
L’obiettivo: sradicare l’antica criminalizzazione prevista dal Offences Against the Person Act del 1861 e dall’Infant Life (Preservation) Act del 1929, due leggi dell’epoca vittoriana che ancora oggi rendono l’aborto un potenziale reato punibile anche con l’ergastolo.
L’aborto era già legale?
Tecnicamente sì, ma solo in casi regolati da precise condizioni. L’Abortion Act del 1967 aveva legalizzato l’interruzione volontaria di gravidanza fino a 28 settimane (poi ridotte a 24 nel 1990), ma sotto controllo medico: due dottori devono certificare che l’aborto sia necessario per tutelare la salute fisica o mentale della donna.
Dopo le 24 settimane, l’interruzione è consentita solo se c’è rischio di vita per la madre o grave anomalia fetale.
Al di fuori di questi casi, una donna che interrompe la gravidanza può tuttora essere incriminata – come avvenuto in almeno sei procedimenti penali negli ultimi tre anni.
Perché la riforma è diventata urgente
Negli ultimi mesi, l’opinione pubblica è stata scossa da storie giudiziarie assurde e dolorose: come quella di Carla Foster, madre di tre figli, condannata a oltre due anni per aver assunto pillole abortive nel terzo trimestre durante la pandemia. O il caso recente di Nicola Packer, indagata per aver avuto un aborto dopo 24 settimane.
Molte di queste donne avevano subito violenza domestica, erano adolescenti isolate o soffrivano di disagio mentale.
Secondo l’emendamento Antoniazzi, queste situazioni vanno trattate come casi clinici, non penali. L’intento è garantire alle donne supporto sanitario e psicologico, non repressione.

Cosa cambia davvero?
Non viene modificato il limite delle 24 settimane per l’aborto standard.
Restano i criteri clinici: due medici devono confermare i motivi dell’interruzione.
Viene però rimossa la possibilità di perseguire penalmente la donna che interrompe la gravidanza in qualsiasi fase.
I professionisti sanitari restano soggetti a responsabilità legale se violano i protocolli medici.
Questa depenalizzazione non significa che l’aborto oltre le 24 settimane diventi libero o automatico, ma piuttosto che la donna non sarà più trattata come una criminale.
Cosa pensa l’opinione pubblica?
Secondo un sondaggio YouGov del 2024, circa l’88% dei cittadini britannici ritiene che le donne dovrebbero avere accesso all’aborto.
Solo l’1-2% degli aborti avviene dopo le 20 settimane. E sono spesso casi estremi, legati a malformazioni, violenze o gravidanze non rilevate in tempo.
Un diritto sanitario, non un crimine
Il Royal College of Obstetricians and Gynaecologists, il British Pregnancy Advisory Service e la Faculty of Sexual and Reproductive Healthcare hanno sostenuto apertamente l’emendamento: “L’aborto deve essere trattato come qualsiasi altra procedura medica, non con il codice penale”, ha dichiarato la presidente Ranee Thakar.
Lo stesso vale per l’organizzazione MSI Reproductive Choices, che ha messo in guardia dal contagio del “modello USA”: “Dopo la caduta della Roe v. Wade, il movimento anti-aborto si sente rafforzato. Questo voto manda un messaggio chiaro: nel Regno Unito stiamo dalla parte delle donne”.
Chi si oppone?
I gruppi anti-aborto, come la Society for the Protection of Unborn Children, hanno definito il provvedimento “la più grave minaccia ai non nati dal 1967”. Alcuni parlamentari conservatori hanno accusato l’emendamento di essere un “cavallo di Troia” per alzare il limite a 28 settimane o oltre, ma al momento non vi sono modifiche proposte ai limiti temporali.
Un altro emendamento, che avrebbe richiesto consultazioni mediche in presenza per accedere alle pillole abortive, è stato bocciato, evitando così una restrizione dell’accesso farmacologico già approvato durante la pandemia.
Un segnale globale
Mentre gli Stati Uniti revocano diritti e affidano le scelte riproduttive agli stati federati, il Regno Unito va nella direzione opposta, avvicinandosi ai modelli di Irlanda, Francia, Canada e Australia, dove l’aborto è trattato come questione sanitaria e non penale.
In una fase storica segnata dalla polarizzazione e dalla restrizione dei diritti femminili in molti paesi, la decisione di Westminster riafferma un principio fondamentale: il corpo delle donne non è un crimine da perseguire.



