La povertà è una parola che il governo Meloni ha praticamente cancellato dalla legge di Bilancio 2027. Compare una sola volta in 157 articoli, riferita peraltro alla povertà educativa. Ad accorgersene è stata Alleanza contro la povertà, nella sua disamina del testo. Ma sarebbe un errore fermarsi alla curiosità linguistica: non è la parola che è scomparsa, è la politica che vuole farla scomparire.
A Palazzo Chigi conoscono perfettamente le condizioni economiche degli italiani. I dati arrivano dall’Istat, le segnalazioni dalle organizzazioni sociali, le richieste di intervento dai Comuni. Non c’è nessuna emergenza improvvisa, nessuna informazione mancante.
C’è un fenomeno strutturale, conosciuto e documentato, rispetto al quale il governo decide di non destinare risorse sufficienti a modificarlo. Una scelta politica cosciente, cinica e crudele, espressione di quel disprezzo sociale verso i più deboli che attraversa da sempre una parte della cultura della destra.
Nella manovra si trovano risorse per agevolazioni fiscali, incentivi e interventi destinati a categorie economiche che dispongono già di redditi, proprietà o attività produttive. Ma quando arriva il momento di affrontare la povertà assoluta, la stessa determinazione svanisce.
Per chi non dispone di un reddito sufficiente, le riduzioni dell’Irpef servono poco o nulla. Gli incentivi fiscali ai proprietari non garantiscono che un inquilino riesca a pagare l’affitto. E il lavoro, continuamente celebrato nei comunicati governativi, non assicura un’esistenza dignitosa quando è precario, discontinuo o sottopagato.
La distribuzione delle risorse pubbliche rivela una precisa gerarchia politica. Alcune condizioni economiche vengono sostenute, altre affidate a strumenti assistenziali insufficienti, che continuano a escludere una parte delle persone in difficoltà. Non è una questione di contabilità, ma di interessi rappresentati e protetti.
Il governo Meloni ha fatto della contrapposizione tra assistenza e lavoro uno dei propri principali strumenti di propaganda. L’abolizione del Reddito di cittadinanza è stata accompagnata da una campagna che ha spesso trasformato i beneficiari in sospetti, rappresentando il sostegno economico come una concessione da meritare anziché come un diritto sociale.
L’obiettivo politico di questa impostazione è spostare l’attenzione dalle responsabilità dell’economia alle presunte responsabilità individuali dei poveri.
Mentre salari insufficienti, affitti insostenibili e servizi pubblici inadeguati continuano a pesare sulle famiglie, il dibattito viene trascinato sulla necessità di impedire che qualcuno approfitti degli aiuti. Nel frattempo, i grandi gruppi industriali e finanziari continuano a difendere e accrescere le proprie posizioni economiche.
L’Assegno di inclusione ha sostituito soltanto in parte il Reddito di cittadinanza, mantenendo requisiti che escludono una quota della popolazione in povertà assoluta. La manovra non affronta questa esclusione. Riduce invece di 100 milioni annui l’autorizzazione di spesa, una rimodulazione che il governo giustifica con le richieste effettive e che, secondo la relazione tecnica, non riduce le prestazioni previste.
A quattro anni dall’insediamento di Meloni, lasciare sostanzialmente irrisolta la questione della povertà significa assumersi la responsabilità delle proprie priorità economiche. La destra rivendica continuamente il valore della famiglia e della nazione, ma sembra riconoscere soprattutto la famiglia che lavora, consuma, risparmia e possibilmente possiede una casa. Quella che non dispone di redditi adeguati viene invece amministrata attraverso strumenti selettivi.
Eppure basterebbe Keynes, senza neppure scomodare il socialismo, per comprendere quanto questa impostazione sia discutibile anche sul piano economico. Sostenere i redditi più bassi significa aumentare la domanda interna, perché chi dispone di poche risorse tende a spendere gran parte del reddito aggiuntivo per acquistare beni e servizi.
Quel denaro alimenta consumi, commercio e produzione, generando effetti sull’occupazione e sull’attività economica. È il principio del moltiplicatore keynesiano, la cui efficacia dipende naturalmente dalle condizioni economiche e dalle caratteristiche dell’intervento pubblico.
La redistribuzione non è quindi soltanto una questione di giustizia sociale. Può diventare uno strumento di sviluppo. La vecchia convinzione secondo cui favorire i redditi elevati e i patrimoni produrrebbe automaticamente prosperità per tutti non trova conferma in alcun meccanismo economico inevitabile. La ricchezza può concentrarsi senza tradursi in maggiori consumi, salari migliori o investimenti produttivi.
È su questo terreno che l’opposizione del campo largo potrebbe finalmente avanzare una controproposta riconoscibile, anziché limitarsi a contestare le singole disposizioni della manovra: istituire un reddito minimo garantito contro la povertà assoluta, accessibile a tutte le famiglie che si trovano sotto la soglia Istat, senza esclusioni fondate sulla composizione del nucleo familiare e senza penalizzare chi accetta un lavoro. Nei giorni scorsi qualcosa è sembrato muoversi nell’opposizione, ma non siamo ancora di fronte a una proposta compiuta.
Parliamo di un’integrazione economica calcolata sulla distanza tra le risorse disponibili e la soglia di povertà, tenendo conto del numero dei componenti e del costo della vita nei diversi territori. Un sistema capace di accompagnare anche chi lavora ma non guadagna abbastanza, riducendo gradualmente il beneficio all’aumentare del reddito. La copertura andrebbe costruita attraverso una fiscalità maggiormente progressiva, intervenendo sulle rendite e sui grandi patrimoni e contrastando più efficacemente l’evasione, con costi e gettito da quantificare pubblicamente.
Sarebbe una proposta politicamente netta ed economicamente discutibile nel merito, anziché l’ennesima competizione tra annunci e bonus. Soprattutto, restituirebbe alla lotta contro la povertà il carattere di una politica economica nazionale, collegata alla crescita della domanda, alla qualità del lavoro e alla redistribuzione della ricchezza.
Il governo Meloni ha scelto finora una strada diversa, nella quale la protezione sociale rimane subordinata a requisiti selettivi mentre le principali iniziative fiscali seguono altre priorità. L’opposizione potrebbe contrapporle un principio semplice: nessun cittadino deve essere lasciato sotto la soglia di povertà assoluta.
Non sarebbe la soluzione di ogni disuguaglianza, né sostituirebbe salari adeguati, sanità pubblica e politiche abitative. Ma obbligherebbe finalmente la politica a discutere di una questione concreta: quale quota della ricchezza nazionale siamo disposti a destinare affinché nessuno sia escluso dalle condizioni materiali minime di esistenza.
È una domanda alla quale il governo Meloni dovrebbe rispondere. E sulla quale il campo largo potrebbe dimostrare se intende davvero rappresentare un’alternativa economica e sociale, oppure soltanto amministrare diversamente le stesse priorità.


